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IT e Marketing parlano lingue diverse. Il problema è che nessuno vuole fare da traduttore.

In quasi ogni azienda di medie dimensioni esiste una scena che si ripete con una certa regolarità. Il team marketing ha bisogno di accedere a un nuovo strumento: un tool di analytics, una piattaforma di automazione o un CRM in cloud. Invia una richiesta al team IT, che risponde con una lista di domande tecniche che il marketing non comprende, finendo per rispondere in maniera incerta. A quel punto l’IT blocca la richiesta per ragioni di sicurezza, costringendo il team marketing a rivolgersi al CEO, la cui risposta è: “Trovate un accordo”. Ma l’accordo non si trova, lo strumento viene adottato lo stesso, al di fuori dei processi ufficiali, e l’IT lo scopre sei mesi dopo.

Questa non è una storia di incompetenza. È una storia di linguaggi.

Due reparti, due realtà

Il dipartimento IT — e in particolare chi si occupa di sicurezza informatica — lavora con una logica precisa: minimizzare il rischio, proteggere i dati e garantire l’integrità dei sistemi. Il suo vocabolario è formato da termini come superficie d’attacco, principio del minimo privilegio e autenticazione a più fattori. Ogni nuova integrazione è, prima di tutto, una potenziale vulnerabilità.

Il marketing lavora con una logica altrettanto precisa, ma di segno opposto: massimizzare la reach, accelerare i tempi e testare il più possibile. Il suo vocabolario è formato da conversion rate, A/B test e time to market. Ogni processo di approvazione è, prima di tutto, un ostacolo alla crescita.

Nessuno dei due ha torto. Entrambi stanno facendo esattamente il proprio lavoro. Il problema è che i due ruoli, per come sono stati tradizionalmente definiti, sembrano progettati per non parlarsi.

Il malinteso strutturale

Quando l’IT dice “questa applicazione non rispetta i nostri standard di sicurezza”, il marketing sente: “L’IT ci sta bloccando di nuovo”. Quando il marketing dice “abbiamo bisogno dell’accesso immediato ai dati degli utenti per la campagna”, l’IT sente: “Qualcuno sta per aprire una falla nel sistema”.

Entrambe le interpretazioni sono parzialmente corrette. Ed è proprio questo il punto: il conflitto non nasce dalla malafede, ma da una differenza profonda nel modo in cui i due reparti percepiscono il rischio.

Per l’IT, il rischio è tecnico e misurabile: una vulnerabilità ha una probabilità di essere sfruttata, un impatto quantificabile e un costo di remediation. Per il marketing, il rischio è commerciale e relativo: arrivare secondi sul mercato, perdere una finestra di opportunità o lasciare che un concorrente occupi uno spazio. Entrambi i rischi sono reali, ma raramente vengono messi sullo stesso tavolo per essere confrontati.

Cosa succede quando la comunicazione manca?

Le conseguenze di questo disallineamento non sono solo operative: sono strategiche.

Le campagne slittano perché gli strumenti non vengono approvati in tempo. I dati raccolti dal marketing non rispettano le normative sulla privacy e l’IT lo scopre solo quando arriva una notifica del Garante. Gli strumenti adottati in autonomia dal marketing creano vulnerabilità che l’IT non conosce e che, di conseguenza, non può gestire. Nel frattempo, entrambi i reparti si convincono che l’altro sia il problema.

Il risultato è una frammentazione silenziosa: ogni dipartimento costruisce i propri processi, i propri strumenti e la propria narrativa interna su chi ha ragione. E l’azienda paga il prezzo.

Il punto di contatto esiste

La buona notizia è che un terreno comune esiste. E non è fatto di compromessi al ribasso, ma di obiettivi genuinamente condivisi.

Entrambi i reparti hanno interesse che l’azienda sia credibile. Una violazione dei dati non distrugge solo i sistemi: demolisce la reputazione, le campagne e la fiducia degli utenti che il marketing ha costruito in anni di lavoro. La sicurezza informatica, se comunicata correttamente, non è un freno alla crescita, ma una vera e propria leva di marketing. La privacy come valore, la trasparenza nella gestione dei dati e la robustezza dell’infrastruttura sono elementi che i consumatori valutano sempre di più.

Allo stesso tempo, il marketing può diventare un alleato inaspettato per l’IT. Una campagna interna sulla sicurezza – ad esempio su come riconoscere un’email di phishing o sull’importanza dell’autenticazione a due fattori – ha molta più efficacia se progettata con criteri comunicativi, e non solo informativi.

Da dove si comincia?

Non esiste una soluzione semplice, ma esistono punti di partenza concreti.

Il primo è il vocabolario. Non si tratta di chiedere all’IT di rinunciare ai termini tecnici, né al marketing di imparare la crittografia. Si tratta di costruire, insieme, un glossario operativo minimo: identificare quelle parole che i due reparti usano con sfumature diverse e che generano fraintendimenti automatici. È un lavoro piccolo, ma il suo impatto può essere straordinario.

Il secondo è la presenza. IT e marketing dovrebbero partecipare — anche solo parzialmente — ai rispettivi processi decisionali. Non per controllarsi a vicenda, ma per comprendersi prima che i problemi emergano, e non quando è ormai troppo tardi.

Il terzo è la narrazione. Le aziende che gestiscono meglio questo rapporto sono quelle che hanno smesso di trattarlo come un conflitto da arbitrare e hanno iniziato a considerarlo una competenza da costruire.

A cosa serve questa rubrica? 

The Secure Marketer nasce da una constatazione semplice: il dialogo tra IT e marketing è uno dei problemi più sottovalutati nella comunicazione aziendale contemporanea. Non perché manchi la buona volontà, ma perché mancano gli strumenti — linguistici, culturali e metodologici — per rendere quel dialogo davvero produttivo.

Questa rubrica non prende le parti di nessuno. Non troverete articoli di cybersecurity travestiti da marketing, né il contrario. È uno spazio per chi lavora “nel mezzo” o per chi vuole imparare a muoversi tra questi due mondi senza perdere credibilità nell’uno o nell’altro.

Al prossimo articolo!

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