Entro il 2050 i casi mondiali saranno quasi triplicati: in attesa di terapie efficaci, le società scientifiche richiamano l’attenzione sul valore di uno stile di vita sano nel prevenire l’insorgenza della patologia
Si tende a ritenere che dimenticando i traumi e le brutte esperienze la vita possa andare avanti con più serenità, ma la memoria, nella sua complessità, stabilisce i confini dell’esistenza: senza di essa perdiamo la nostra identità, ed è per tale ragione che la malattia di Alzheimer è considerata una delle più dure da affrontare. Non unicamente per chi la vive in prima persona, ma anche per chi sia costretto a vederla progredire in una persona cara. L’incidenza dell’Alzheimer è cresciuta nell’ultimo ventennio ed è destinata ad aumentare ancora, da qui al 2050, anche in relazione all’allungamento dell’aspettativa di vita, che sta contribuendo ad incrementare la probabilità che nelle persone si sviluppi tale patologia.
Dati alla mano, una recente stima fissa a più di un milione i casi di demenza in Italia: di questi, una percentuale tra il 60 e il 70% è rappresentata dall’Alzheimer. Per la precisione, nel documento “Barometro Alzheimer”, realizzato da Deloitte in collaborazione con Biogen, e con il supporto di Associazione Italiana Malattia di Alzheimer (AIMA), Cittadinanzattiva, SDA Bocconi, Società Italiana di Gerontologia e Geriatria (SIGG), Società Italiana di Medicina Generale e delle cure primarie (SIMG), Società Italiana di Neurologia (SIN) e Associazione Autonoma aderente alla SIN per le demenze (SIN-DEM), si parla di oltre 630mila malati di Alzheimer nel nostro Paese (a cui si aggiunge quasi un milione di altri individui affetti da declino cognitivo lieve). Il forte impatto sociale di questa patologia è evidente se si calcola che, per circa un milione di persone con demenza, circa 3 milioni sono direttamente o indirettamente coinvolte nell’assistenza, con una pesante ricaduta anche sul Servizio Sanitario Nazionale, già fragile e in crescente difficoltà nel rispondere alle esigenze della popolazione.
I sintomi della malattia di Alzheimer evolvono nel tempo, passando da un quadro lieve fino a uno più grave, ma la velocità con cui il danno neuronale avanza dipende da persona a persona e, purtroppo, non esistono test specifici per la diagnosi, che rimane prima di tutto clinica: per prima cosa bisogna ricostruire la storia familiare del paziente, includendo informazioni su parenti affetti dalla medesima patologia o da altre forme di demenza, oppure nei quali si siano manifestati, nel corso del tempo, profondi cambiamenti cognitivi e comportamentali. A supporto di questa fase di anamnesi si effettuano test fisici e cognitivi, oltre ad esami neurologici (come la PET, la TAC o la risonanza magnetica) tramite cui si osserva la diffusione della proteina amiloide nel cervello. Infatti, una delle cause della malattia è la deposizione, a livello dei neuroni, della proteina beta-amiloide, la quale si concentra in grumi circondati da cellule immunitarie e intrecciati con grovigli di proteina tau: i cambiamenti innescati dall’accumulo tossico di queste proteine corrispondono alla ‘firma’ della malattia di Alzheimer, ed è per questo che esse sono oggetto di test per stabilirne la concentrazione sia nel liquor che nel siero dei pazienti.
L’identificazione di biomarcatori affidabili per predire con anticipo l’insorgenza della patologia è in cima alla lista dei bisogni ancora insoddisfatti dei pazienti, anche se, di recente, grazie ai progressi della tecnologia, alcuni filoni di ricerca hanno iniziato a restituire riscontri validi: uno studio del National Institute on Aging e della Johns Hopkins University School of Medicine, condotto su oltre 4mila proteine analizzate con metodi di biologia molecolare avanzati, ha stabilito che circa 32 di esse potrebbero avere un ruolo sostanziale nell’insorgenza precoce della demenza e potrebbero essere utilizzate per anticipare la diagnosi rispetto al manifestarsi dei sintomi. Tuttavia lo studio è ancora alle fasi iniziali, e gli esiti del lavoro dovranno essere sottoposti a convalida prima che anche solo una delle proteine candidate trovi impiego in futuri test clinici di routine.
Sebbene nei centri di riferimento per la demenza il dosaggio delle proteine beta-amiloide e tau possa essere già eseguito, la diagnosi di Alzheimer rimane un momento estremamente complesso, poiché molti dei meccanismi che determinano la comparsa della malattia sono ancora sconosciuti. La conferma diagnostica richiede dunque un’attenta e dettagliata consultazione tra esperti, e spesso sono necessarie diverse settimane per effettuare tutti i test e interpretarne correttamente i risultati.
Purtroppo, è proprio il tempo a rappresentare il tesoro più prezioso per i malati di Alzheimer che, di recente, hanno manifestato il loro disappunto in merito all’espressione di un primo parere negativo, da parte della Commissione Scientifica ed Economica (CSE) dell’AIFA, sulla rimborsabilità degli anticorpi monoclonali lecanemab e donanemab. Infatti, rispettivamente nel 2024 e 2025, la Commissione Europea ha approvato l’utilizzo di questi due farmaci per le persone affette da Alzheimer allo stadio iniziale e portatrici di una sola copia o di nessuna copia del gene ApoE. Una notizia che era stata accolta con speranza dalla comunità dei pazienti, che tuttavia non aveva spento il dibattito degli esperti sul profilo rischio/beneficio di lecanemab e donanemab nel rallentare il declino cognitivo associato alla patologia. La riduzione della placca amiloide, infatti, non sembra risolvere in maniera soddisfacente i sintomi dell’Alzheimer, a fronte di alcuni possibili effetti collaterali importanti (edema cerebrale o microemorragie), presupponendo la necessità di individuare ulteriori bersagli terapeutici. In Italia, comunque, il caso degli anticorpi monoclonali rimane al momento ancora apertissimo, poiché l’AIFA ha recentemente dichiarato di voler riavviare l’iter di valutazione dei due farmaci convocando in audizione le società scientifiche di neurologia e le associazioni di pazienti.
Come spesso succede nell’ambito della ricerca di soluzioni di trattamento efficaci per patologie gravi e complesse come l’Alzheimer, la comunità scientifica non si ferma ai primi successi ma continua a studiare nuove strategie e a valutare nuovi possibili candidati terapeutici, come ad esempio la molecola NU-9, che nei test preclinici sembra riuscire ad eliminare gli aggregati tossici di beta-amiloide dalle cellule cerebrali di topo coltivate in laboratorio. Questi promettenti risultati, pubblicati sulla rivista Alzheimer’s & Dementia, sono da considerarsi, comunque, assolutamente preliminari, e dovranno attraversare la prova di rigorose sperimentazioni cliniche prima che il farmaco possa eventualmente giungere al letto del paziente.
Nella malattia di Alzheimer, accanto alla necessità di opzioni terapeutiche efficaci, un altro tema cruciale, di cui si è discusso nel corso del 26esimo Congresso Nazionale dell’Associazione Italiana di Psicogeriatria (AIP), è quello del valore della prevenzione. Difatti, da varie evidenze scientifiche emerge che fino al 40% dei casi di demenza sarebbe potenzialmente prevenibile intervenendo sui fattori di rischio modificabili, fra i quali l’attività fisica (camminare regolarmente intorno ai 7mila passi al giorno è stato associato a una riduzione del carico di beta-amiloide nel cervello e a un ritardo di diversi anni nella comparsa dei sintomi cognitivi), il sonno regolare, la dieta mediterranea (la riduzione del rischio di declino cognitivo per chi segue questo modello alimentare si colloca tra l’11 e il 30%) e, infine, le vaccinazioni (in particolare contro herpes zoster, influenza e pneumococco).
L’impatto economico e sociale delle demenze è altissimo: solo in Italia si stima per l’Alzheimer un costo di circa 15,6 miliardi di euro, la cui frazione più consistente è rappresentata da costi indiretti a carico della collettività. Il nostro è uno dei Paesi più anziani dell’area europea (il 24% della popolazione ha più di 65 anni e l’8% supera gli 80 anni), perciò il peso di questa malattia sarà destinato a farsi sentire sempre di più, rendendo urgente l’adozione di misure concrete a sostegno sia del Servizio Sanitario Nazionale che delle famiglie dei pazienti. Al contempo occorre alimentare la ricerca e diffondere informazioni utili con cui promuovere un invecchiamento attivo, rivolto a contrastare l’insorgenza di questa e di altre forme di demenza.