ADHD e videogiochi: tra il "superpotere" dell'hyperfocus e il rischio dell’iper-coinvolgimento

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“Non capisco come sia possibile: mio figlio con ADHD non riesce a terminare una frase nei compiti scolastici e dimentica di preparare lo zaino, ma quando accende un videogioco può restare immobile, quasi ipnotizzato, davanti allo schermo per ore”.

Questo è il paradosso che genera spesso sconforto e stress negli adulti, che si percepiscono impotenti nella gestione del comportamento del figlio.

Ma cosa succede davvero a livello cognitivo? Perché la tecnologia sembra “cancellare” momentaneamente la disattenzione?

1. Mancanza di attenzione o di autoregolazione?

Contrariamente a quanto suggerisce il nome, l’ADHD non può essere riconducibile a una semplice mancanza di attenzione. Come sottolineato dallo psichiatra Edward Hallowell, definire l’ADHD come un “disturbo da deficit” può essere fuorviante. In realtà, le persone con ADHD possiedono spesso un’abbondanza di attenzione; la vera sfida risiede nel controllarla e indirizzarla.

Il nucleo del problema è l’autoregolazione, come teorizzato da Russell Barkley. Il bambino non è incapace di stare attento in senso assoluto, ma ha difficoltà a esercitare il controllo sulla propria attenzione, specialmente quando il compito non è intrinsecamente motivante. Tuttavia, quando l’attività è percepita come stimolante, piacevole e importante, si attiva una capacità straordinaria: l’hyperfocusing. È questo lo stato che permette di concentrarsi intensamente su un compito, escludere tutto il resto e di portare a termine una mole incredibile di lavoro in tempi ristretti. 

Uno dei “terreni fertili” per l’attivazione di questa iper-focalizzazione è proprio quello dei videogiochi.

2. Perché i videogiochi funzionano?

Perché proprio i videogiochi e non lo studio?  La risposta risiede nel concetto di Flow (flusso), teorizzato da Mihaly Csikszentmihalyi: uno stato mentale di immersione totale in cui ci si sente “tutt’uno” con l’azione. I videogiochi permettono di sperimentare diverse caratteristiche che portano in questo stato e che si inseriscono perfettamente con il profilo ADHD:

  • Equilibrio tra sfida e abilità: il gioco risulta spesso essere un compromesso tra noia (se è troppo semplice) e ansia (se è troppo complesso) sostenendo il flusso psicologico.
  • Obiettivi chiari e feedback immediato: ogni azione riceve una risposta istantanea. Questo permette al giocatore di capire subito se le sue scelte sono funzionali, agendo con una logica simile alla token economy usata in terapia. I rinforzi positivi sono rapidi e costanti per essere efficaci.
  • Unione tra azione e coscienza: mente e corpo funzionano all’unanimità, portando a una fluidità naturale nell’uso dei comandi nonostante lo sforzo richiesto. Pensiamo, ad esempio, allo stato di flusso creativo che sperimentano scrittori e artisti durante la realizzazione delle loro opere.
  • Destrutturazione del tempo e controllo: il ragazzo sperimenta un tempo interiore alterato e un senso di controllo assoluto sulla situazione, sentendosi capace di gestire con successo le sfide che gli si presentano.

3. Tecnologia e benessere: accompagnare a un uso consapevole

La tecnologia è spesso un “terreno amico” per i ragazzi con ADHD, poiché risponde al loro bisogno di stimoli rapidi e coinvolgenti. Tuttavia, proprio per questa naturale affinità, è fondamentale monitorare il confine tra passione e iper-coinvolgimento. Alcune ricerche (come quelle di Izzi, Donati e Primi) suggeriscono che la difficoltà nel mantenere l’attenzione possa rendere i ragazzi più vulnerabili a un uso eccessivo dei videogiochi.

Spesso, il mondo digitale diventa un “rifugio sicuro” dove il ragazzo si sente capace e protetto dalle piccole frustrazioni quotidiane. Questo aspetto sottolinea l’importanza del ruolo della famiglia che dev’essere vista non come “controllore”, ma come guida emotiva. Infatti, creare un ambiente familiare accogliente e comunicativo è il miglior fattore di protezione per fare in modo che la tecnologia torni a essere un semplice strumento di gioco e scoperta. 

4. Come rendere il videogioco un alleato?

Qui risiede la chiave per trasformare un potenziale rischio in un’opportunità di crescita: i genitori possono trasformare il proprio ruolo da giudice esterno affiancando i loro figli, specialmente quelli più piccoli, durante i momenti del gioco. L’obiettivo è quello di aiutare i bambini e i ragazzi a dare un nuovo significato a ciò che accade nel mondo virtuale.  

Molti giochi moderni non sono semplici passatempi, ma hanno molteplici influenze sul benessere del bambino fungendo anche da “palestre cognitive”. Ecco degli esempi concreti:

  • Pianificazione e gestione: alcuni videogiochi richiedono di gestire risorse, pianificare costruzioni complesse e prevedere eventi futuri.
  • Problem solving: molte missioni richiedono di analizzare un problema e trovare soluzioni creative sotto pressione.
  • Attenzione: ci sono videogiochi che aiutano a concentrarsi solo sugli stimoli target ignorandone altri distrattori.

Cosa può fare quindi l’adulto per rendere il videogioco un alleato? Il compito è quello di aiutare il bambino a trasportare questi insegnamenti nella vita reale. Ad esempio, si può verbalizzare un’efficace gestione delle risorse:

“Hai visto come sei stato bravo a gestire tutti quei materiali per costruire la tua casa in Minecraft? Quella stessa capacità di organizzazione ci serve ora per preparare lo zaino o dividere i compiti di storia”.

Inoltre, affiancarsi a loro significa anche aiutarli a gestire la transizione critica dello spegnimento, resa complessa dal già citato iperfocus che rende quasi impossibile spostare l’attenzione bruscamente. Essere lì con loro consente di “accompagnare” la mente fuori dal gioco gradualmente, invece di interrompere bruscamente un’esperienza che per loro è di massimo successo.

Conclusione

I videogiochi sono strumenti potenti: possono essere una “palestra” per l’autoefficacia o una “trappola” per l’isolamento. La differenza non la fa solo la quantità del tempo trascorso davanti allo schermo, ma la qualità della relazione che si riesce a costruire intorno a quel momento. Comprendere il videogioco significa comprendere un pezzo del mondo dei giovani e, soprattutto, il loro modo unico di elaborare la realtà.

A cura di: Silvia Cafiero – Psicologa del Centro di Apprendimento Anastasis

Bibliografia

  • BARKLEY Russell A, The Important Role of Executive Functioning and Self Regulation in ADHD, 2011.
  • CSIKSZENTMIHALYI Mihaly, Finding Flow. The Psychology of engagement with everyday life, New York, Basic Books, 1997, p. 117.
  • HALLOWELL Edward, Hyperfocus: A Blessing and a Curse, <https://www.additudemag.com/adhd-symptoms-hyperfocus-attention/>, 15 ottobre 2020, (consultato il 06/07/2021).
  • IZZO Angela Viola – Maria Anna DONATI – Caterina PRIMI, Dipendenze comportamentali e Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività (ADHD) negli adolescenti. Fattori di rischio specifici e aspecifici, in «Psicologia clinica dello sviluppo», 3(2018), 535-558, DOI: 10.1449/91520.
  • TRIBERTI Stefano – Luca ARGENTON, Psicologia dei videogiochi. Come i mondi virtuali influenzano mente e comportamento, Santarcangelo di Romagna, Maggioli Editore, 2013.
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