Margherita Guerrini (HR Specialist) per Redigo.info
Il welfare aziendale è oramai parte integrante del linguaggio d’impresa. La diffusione che ha è stata favorita da un quadro fiscale che, sovente, permette di riconoscere servizi e prestazioni ai dipendenti con condizioni di maggiore vantaggio rispetto alla retribuzione ordinaria. Nondimeno, ridurlo a un catalogo di benefit rischia di fuorviare: sotto l’aspetto giuslavoristico e organizzativo, si tratta di uno strumento complesso che funziona davvero solo quando risponde a bisogni concreti, non a logiche esclusivamente fiscali o “di immagine”.
L’introduzione di un piano welfare é di solito il primo passo per le imprese, ma la tendenza a replicare modelli standardizzati può fornire soluzioni poco utili per la popolazione aziendale. Il riferimento normativo centrale resta l’articolo 51 del Testo Unico delle Imposte sui Redditi (TUIR), che disciplina somme, beni e servizi esclusi – totalmente o parzialmente – dalla formazione del reddito da lavoro dipendente. Negli ultimi anni, il legislatore ha ampliato significativamente le possibilità di utilizzo, includendo: rimborsi per istruzione, assistenza familiare, trasporto pubblico e previdenza complementare, impiegati di pari passo con i più diffusi fringe benefits entro specifiche soglie di esenzione.
Reale utilità per la popolazione aziendale
Le novità introdotte dall’ultima Legge di Bilancio (L. n. 199/2025) per l’anno in corso, confermano il ruolo strategico del welfare aziendale: aumento della soglia di esenzione per i buoni pasto; conferma dei limiti per i fringe benefits; riduzione all’1% dell’imposta sostitutiva sui premi di risultato con innalzamento del massimale agevolabile, e interventi sulla previdenza complementare, ivi incluso il meccanismo di silenzio‑assenso per il TFR.
In un mercato del lavoro competitivo il welfare diventa, così, una leva concreta sia per le imprese sia per i lavoratori, soprattutto quando intercetta spese che incidono realmente sul bilancio familiare.
Il punto decisivo, però, resta la capacità di leggere i bisogni effettivi delle persone. Piattaforme ricche di opzioni possono rivelarsi inefficaci se non allineate alle caratteristiche della popolazione aziendale: un’organizzazione con età media elevata avrà esigenze diverse rispetto a una realtà composta da giovani o da lavoratori con figli piccoli. L’efficacia di un piano welfare dipende dall’equilibrio tra sostenibilità economica e utilità percepita, considerando che alcuni servizi, pur avendo un valore economico contenuto, possono incidere in modo significativo sulla qualità della vita.
Il vero elemento abilitante è l’ascolto: coinvolgere attivamente i lavoratori nei processi decisionali, creare spazi di confronto e raccogliere feedback strutturati. Solo così il welfare aziendale smette di essere un mero strumento fiscale e diventa una componente reale del benessere organizzativo e della qualità del lavoro.