di Stefano Amoroso
Con l’impantanarsi del conflitto tra Israele e Stati Uniti d’America, da un lato, ed Iran dall’altro, anche il cinquantasettesimo conflitto in corso sulla Terra si avvia a diventare una estenuante guerra combattuta su più fronti, da quello militare a quello economico, sul lato commerciale come su quello tecnologico, e così via. Ma soprattutto, poiché sempre più conflitti vengono combattuti a bassa intensità, alternando fasi “calde”, con morti e feriti, e fasi “fredde” in cui si svolgono trattative al riparo di fragili tregue, l’economia si trasforma: diventa un’economia di guerra. Con tutto quello che ne consegue. E le conseguenze, in un mondo come questo, riguardano tutti: anche i Paesi neutrali o comunque non belligeranti. La “Terza Guerra Mondiale a pezzi” (copyright di Papa Francesco) fa sì che tutto il mondo viva scisso tra due realtà parallele ma tra loro comunicanti: da un lato la normalità dei commerci, dei traffici, della finanza, degli investimenti e del lavoro. E, dall’altro, la guerra. Che consuma risorse e distorce i prezzi delle materie prime usate sia nell’economia di pace che di guerra. Così si realizza il paradosso per cui il gasolio, il carburante per gli aerei, e vari altri derivati dal petrolio, in Europa e nel mondo vengono venduti in buona parte dai Paesi che si stanno combattendo: Russia, Stati Uniti, Iran, Nigeria ed altri non hanno affatto smesso di esportare idrocarburi e suoi derivati. Alcuni anzi, come gli Stati Uniti, hanno tratto addirittura giovamento dall’aumento dei prezzi causati dalle loro guerre. In questo modo, tuttavia, s’introduce un elemento nuovo nello scenario economico: la convenienza a prolungare i conflitti e moltiplicare le tensioni internazionali. Questa è una novità storica assoluta: nel corso di tutta la storia dell’umanità, infatti, gli stati in guerra consumavano le loro risorse, sia economiche che umane, sperando di depredare quelle del nemico sconfitto. Gli altri erano sostanzialmente immuni dalle conseguenze della guerra, anzi, potevano trarre profitto dal rifornire l’una parte o l’altra. Questo faceva sì che le guerre non potessero avere una durata indefinita nel tempo perché, presto o tardi, i belligeranti restavano a corto di risorse. In epoca di globalizzazione, invece, con il prezzo di riferimento degli idrocarburi che viene fissato dai mercati globali e vale per tutti, anche chi si vuole mantenere al di fuori dei conflitti ne viene coinvolto. A maggior ragione quando sono in guerra contemporaneamente entrambe le massime potenze nucleari e militari mondiali, sebbene non direttamente tra di loro, e sono tutte e due impantanate in conflitti che avevano scatenato pensando di vincerli facilmente, mentre invece si sono rivelate delle trappole. L’Europa, trovandosi a dover scegliere tra il gas liquido che proviene dagli Stati Uniti o dalla Russia, ed il gasolio degli uni o degli altri, si trova in un drammatico dilemma del prigioniero nel quale teme di dover pagare le conseguenze di scelte sbagliate fatte da altri, e di finanziare i suoi stessi nemici di domani. Questa situazione, chiaramente, non può durare. Altri Paesi, come la Cina e l’India, pur essendo colpite dall’aumento del costo delle materie prime energetiche, per lo meno riescono a compensare esportando tecnologie, armi e servizi ad una o più parti in conflitto. Non così, purtroppo, l’Europa: dopo le numerose sanzioni commerciali e finanziarie approvate, a cui i russi hanno risposto con pesanti contro sanzioni, il mercato russo è sostanzialmente chiuso alle imprese europee. Le esportazioni europee, un tempo forti sia in quantità che in qualità, sono ormai ridotte al lumicino. Per non parlare, poi, del mercato del lavoro: la mobilità di tecnici, imprenditori, scienziati e lavoratori qualificati, tra Unione europea e Federazione Russa, è praticamente nulla. Il mercato americano, invece, pur restando aperto, presenta delle difficoltà crescenti. Infatti i dazi di Trump contro la Ue, anche se sono stati pagati fino al 96% dai consumatori americani, stanno rallentando le esportazioni europee e potrebbero portare, nel lungo periodo, alla sostituzione delle importazioni dall’Europa con una crescita della produzione nazionale americana. Al contrario, il commercio di armi e di idrocarburi viaggia sostanzialmente a senso unico: dagli Usa alla Ue e non viceversa. È quindi arrivata l’ora, per l’Europa, di pensarsi come un’entità politica, economica, culturale, ma anche militare e tecnologica, autonoma e indipendente. Non dipendere più da potenze extra europee significa costruire la premessa più importante per pesare di più nel mondo. Ma significa anche, e forse soprattutto, creare le condizioni per un mondo più pacifico ed in cui non abbia più senso litigare per petrolio e gas: infatti, se le guerre diventeranno più incerte, costose e controproducenti, saranno anche sempre meno e non costituiranno più una opzione strategica primaria per nessuno. Per questo ci vogliono gli Stati Uniti d’Europa.