di Lorenzo Cinquepalmi
Si sa che il potere, qualsiasi potere, non necessariamente un potere assoluto, non ama la critica, e ancor meno ama la libera stampa, quella che, con una vecchia e affascinante definizione, si usava definire “il cane da guardia della democrazia”. Sarebbe più giusto dire “una combattente per la libertà” perché la libera stampa il suo lavoro, pericoloso e inestimabile, lo svolge anche e soprattutto dove la democrazia e libertà non ci sono: lo testimoniano le schiere di giornalisti che hanno pagato e pagano con la vita la loro vocazione, dalla Russia al vicino Oriente, in cui non ci sono solo le dittature repressive, laiche o teocratiche, ma anche una cosiddetta democrazia, come Israele, che continua a fare strage di reporter e fotoreporter. In Italia, almeno per ora, i diversi poteri intolleranti della libera stampa i giornalisti non li ammazzano, ma è martellante il loro impegno nel tacitare quei testardi che cercano ancora di raccontare le verità scomode di una democrazia sempre più fragile nel continente che per ora rimane, faticosamente, il più democratico e liberale del mondo. Il 25 aprile i vecchi compagni del Partito Radicale manifesteranno in difesa della libertà di informazione, prendendo spunto dalle querele intimidatorie a carico delle testate dell’Unità e del Riformista, dei loro direttori e giornalisti. Una prepotenza travestita da esercizio del diritto di cui questo giornale si è già occupato nelle scorse settimane. La protesta è sacrosanta e va condivisa, magari aggiungendo al tema sollevato dal Partito Radicale la denuncia delle tante altre iniziative inquietanti contro la stampa scomoda: gli stessi radicali vedono in pericolo, ogni anno, la loro radio, che in tanti ascoltiamo quasi come si ascoltava Radio Londra ottant’anni fa, ma la cui sopravvivenza è appesa al filo di un rinnovo annuale del finanziamento pubblico per un servizio che, senza Radio Radicale, non esisterebbe: quello che rimane della coscienza civile del nostro Paese prima o poi passa per una diretta, per una registrazione, per una clip d’archivio di Radio Radicale. Eppure, nessuna maggioranza politica ha mai fatto il necessario per stabilizzarla economicamente. E del resto, anche se in Italia non si uccidono più i giornalisti come un tempo furono assassinati Tobagi, De Mauro e tanti altri, il condizionamento delle loro voci è costante e oppressivo. Non passa solo attraverso il manganello giudiziario delle querele intimidatorie, ma si esprime attraverso le più diverse forme di minaccia e controllo: basti pensare a Pellegrino e Cancellato, spiati, non si sa formalmente da chi, usando strumenti tecnologici di produzione israeliana acquisiti dai servizi segreti italiani, come del resto già vent’anni prima era accaduto a Giacalone da parte della centrale informativa clandestina costituita dentro Telecom. L’occidente al quale crediamo nonostante Trump, quello che si è sviluppato sulle due sponde dell’Atlantico, ha fatto della libertà di parola, di espressione, di stampa, il principale baluardo di tutte le libertà. All’inizio del 1941, mentre imperversava la guerra in Europa e in Africa, quasi un anno prima di Pearl Arbour, il presidente americano Roosevelt con il discorso sulle quattro libertà fondamentali ha assegnato all’occidente il compito di realizzare una comunità internazionale costruita sul diritto di ogni persona a vivere libera; e la prima delle quattro libertà è quella di espressione. L’Italia quel compito l’ha fatto suo con la Costituzione, nata dalla Resistenza al fascismo che proprio oggi, 25 aprile, celebriamo, in cui la libertà di espressione e di stampa sono garantite dall’articolo 21. Il vero pericolo per la libertà, per qualsiasi libertà, e prima di tutto per quelle di parola, di espressione, di stampa, non sono però solo i pur intollerabili tentativi di reprimerle, ma soprattutto l’indifferenza grazie alla quale quei tentativi possono essere posti in atto. Quello a cui assistiamo nei confronti della libertà di espressione dovrebbe provocare un’indignazione capace di sollevare i cittadini contro l’attentato a uno dei loro beni più preziosi. Invece, mai come adesso vale un aforisma di Calamandrei così tanto ripetuto da aver quasi perso il suo vigore: la libertà è come l’aria; ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare. Il primo sintomo dell’indebolirsi della libertà è proprio una stampa sempre più opaca, più conforme, più spenta, ossequiente, remissiva. E se intimidire i giornalisti implica avere interessi da nascondere, restare indifferenti alla normalizzazione delle voci scomode implica la rassegnazione a vivere meno liberi. È una china che, una volta imboccata, porta a una società che hanno già conosciuto i nostri padri e i nostri nonni; e porta a conseguenze che abbiamo già sofferto, a perdite che ci hanno costretto a combattere. E allora, meglio andare in piazza coi compagni radicali e lottare pacificamente prima. Buona festa della Libertà a tutti i giornalisti.