L’epoca storica in cui viviamo è contraddistinta da alcune parole che da sconosciute sono diventate di vulgata comune. Ecco allora che con crescente frequenza, accanto alla coppia sostenibilità-transizione ecologica troviamo un terzo vocabolo: biodiversità. Biodiversità che da febbraio 2022 è entrata nei principi fondamentali della nostra carta costituzionale, accanto alla tutela dell’ambiente e degli ecosistemi. La stessa biodiversità a cui – a partire dal 22 maggio del 2000 – ogni anno in questo giorno, viene dedicata una giornata per riflettere sulla sua difesa e tutela. Una parola parecchio citata e celebrata, ma ahimè poco praticata e coltivata. Dico questo perché, mentre ci riempiamo la bocca con la parola biodiversità e sottolineiamo la sua importanza nel contrasto alla crisi climatica, ecosistemica e persino nutrizionale-salutistica, siamo fautori indiscussi della sua perdita esponenziale. La biodiversità̀ sta infatti diminuendo a un ritmo vertiginoso. Su circa 8 milioni di specie viventi, un milione rischia di scomparire. E visto che la ricchezza in biodiversità è una sorta di garanzia per la vita, distruggendola miniamo le basi della nostra sopravvivenza.

Prima di proseguire, permettetemi una precisazione. Spesso parlando di biodiversità si pensa al panda gigante, all’orango di Sumatra o alla barriera corallina. Specie a rischio di estinzione per cui vengono istituiti veri e propri santuari naturali in cui si auspica che in assenza d’intrusione umana possano tornare a proliferare. Certamente la biodiversità è anche questo, ed è bene che vi siano aree protette a tutelarla. Ma quando parliamo di biodiversità non possiamo dimenticarci della straordinaria varietà di vegetali e razze animali che nutrendoci, hanno sostenuto la nostra vita sulla Terra fino a oggi. E in questo caso l’approccio segregante non ha ragion d’essere, perché la biodiversità vive solo grazie all’interazione. Ne è una conferma (in negativo), quanto successo negli ultimi cinquant’anni: per far fronte alla crescita nella domanda di cibo, abbiamo infatti privilegiato poche specie ritenute (solo nel breve periodo) più forti perché più produttive; non curandoci delle perdite a cui andavamo incontro, e trascurando le esternalità negative derivanti da un settore alimentare altamente industrializzato.

Oggi l’allevamento intensivo si avvale di meno di 10 razze animali, con il 26% delle quasi 9000 conosciute a rischio d’estinzione. Mentre nel mondo vegetale negli ultimi 70 anni si sono persi tre quarti dell’agrobiodiversità selezionata nei 10.000 precedenti. Una conta delle perdite che non è solo quantitativa, ma anche qualitativa: nutrirsi di biodiversità è nutrirsi di salute. Dico questo alla luce di abitudini alimentari che consumano proteine animali e cibi processati energicamente ricchi, ma nutrizionalmente poveri e correlati a patologie quali obesità, diabete o cancro. Ma anche perché l’aumento delle monocolture è associato a un declino nutrizionale delle stesse. Così come l’uso eccessivo di antibiotici nell’allevamento peggiora la farmacoresistenza in noi umani. Criticità che sono però mitigate quando scegliamo specie autoctone co-evolute in sinergia con l’ambiente e che necessitano quindi di meno input esterni (fertilizzanti, farmaci) e sono più ricche di sostanze nutrizionali benefiche.

Riducendo invece la biodiversità all’osso non abbiamo compreso che un mondo povero di variabilità genetica non conviene, e la storia ce lo insegna. In Irlanda a metà Ottocento, un parassita della patata (la peronospora), colpì l’unica varietà di questo tubero coltivata sull’isola; varietà che peraltro risultava anche essere alla base della nutrizione dei più poveri. Successe che in pochi anni 1 milione e mezzo di irlandesi morirono per denutrizione e altrettanti migrarono verso gli Stati Uniti. La carestia irlandese è esemplare del rischio che corriamo quando non coltiviamo la biodiversità. Il giorno in cui una malattia, il cambiamento climatico, o il processo di decrescita che accomuna ogni vivente interessa la varietà considerata forte e la porta verso l’estinzione, noi non avremo più un serbatoio di riserva a cui attingere. Vediamo bene come la biodiversità, specialmente legata al cibo, non sia un elemento da teca dei musei o riserva naturale protetta. La biodiversità è la garanzia principale per la vita, la salute e la nostra sicurezza alimentare. Quell’elemento che, nonostante i tempi difficili, ci consentirà di mantenere un sistema agricolo in grado di sfamare in maniera sana il pianeta, facendo fronte ai cambiamenti climatici, alle malattie e alla carenza di risorse naturali. La biodiversità è il migliore alleato possibile nella costruzione di un futuro condiviso con ogni altra forma di vita. Scegliamo di conservarla. Tutelarla. Coltivarla.

Carlo Petrini

fondatore di Slow Food

c.petrini@slowfood.it

da La Repubblica, maggio 2022