Siria, ritornare non significa trovare stabilità | INTERSOS

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Il nuovo report redatto dal nostro staff sul campo mostra che, tra dicembre 2025 e marzo 2026, le condizioni di vita della popolazione siriana restano estremamente fragili. Nelle aree in cui lavoriamo, il ritorno di molte famiglie si scontra con servizi fragili, case danneggiate e una crisi economica sempre più profonda.

La crisi in Siria non è ancora finita. Anche dove la violenza appare meno visibile rispetto agli anni più duri del conflitto, la popolazione civile continua a vivere in un contesto segnato da instabilità, povertà e insicurezza quotidiana. 

Il nuovo report di INTERSOS analizza la situazione in sei località: Kafr Zeita, Khattab e Taybet al-Imam nel governatorato di Hama; Sinjar e Tamanah nel governatorato di Idleb; e Beit Sawa nel Rif di Damasco. Il quadro emerso nasce dal lavoro quotidiano dei nostri team e dall’ascolto diretto delle comunità coinvolte nelle attività sul campo realizzate con il supporto dell’Unione Europea. Nel periodo considerato, attraverso sessioni informative, orientamento legale e supporto alle persone più vulnerabili, sono state raggiunte 750 donne e ragazze e 397 uomini e ragazzi.

Rispetto al trimestre precedente, quello che emerge è una crisi sempre più stratificata. Il ritorno delle famiglie siriane non coincide automaticamente con un miglioramento delle condizioni di vita. Molte persone stanno rientrando in comunità ancora segnate dalla distruzione, dove case danneggiate, scuole sovraffollate, servizi deboli, mancanza di documenti e poche opportunità di lavoro rendono la vita quotidiana estremamente precaria. In questo contesto, il ritorno aumenta la pressione su sistemi locali già fragili e diventa esso stesso un fattore di rischio.

Uno degli elementi più ricorrenti nel report è il peso della crisi economica. Per molte famiglie, il lavoro è scarso e anche bisogni essenziali come acqua e riscaldamento sono sempre più difficili da sostenere. Quando il reddito non basta più, aumentano le scelte forzate: abbandono scolastico, lavoro minorile, e matrimoni precoci. Allo stesso tempo, la pressione economica esaspera tensioni familiari già presenti, aggravando il disagio psicologico e il rischio di violenza domestica. 

La violenza di genere resta una delle principali preoccupazioni. I dati raccolti evidenziano che la frequenza di questo fenomeno rimane alta in tutte le aree analizzate, raggiungendo il 91% a Kafr Zeita, il 72% a Beit Sawa, il 69% a Taybet al-Imam e il 60% a Tamanah. Molti casi restano però sotto-denunciati a causa di stigma, paura e mancanza di spazi sicuri.

Anche la situazione di bambine, bambini e adolescenti è in peggioramento. Lavoro minorile e abbandono scolastico continuano a essere strettamente legati alla povertà e alla pressione sulle famiglie. Inoltre, in diverse località, le scuole sono sovraffollate, danneggiate o difficili da raggiungere. A Khattab, ad esempio, alcuni ragazzi hanno raccontato di classi con oltre 70 studenti, dove seguire le lezioni diventa quasi impossibile. A Taybet al-Imam, una madre ha spiegato di non mandare più a scuola il figlio con sindrome di Down perché vittima di bullismo. 

La mancanza di documenti civili e le dispute legate a casa, terra e proprietà rappresentano un ostacolo fondamentale alla stabilità. Dopo l’aumento registrato nel trimestre precedente, il nuovo report conferma che questi problemi continuano a pesare sulla vita delle famiglie rientrate: le difficoltà legate ai documenti civili raggiungono il 100% a Kafr Zeita, mentre le problematiche relative a casa, terra e proprietà arrivano all’81% a Taybet al-Imam.

A rendere ancora più complessa la situazione c’è la presenza di mine e ordigni inesplosi, un problema ormai descritto come strutturale e che attraversa la vita quotidiana. Gli ordigni inesplosi si trovano infatti tra le macerie delle case, nei campi agricoli, negli spazi in cui giocano i bambini. Coltivare un terreno o riparare un abitazione possono rappresentare quindi un rischio letale, che rallenta di conseguenza il ritorno ad una vita normale.

È in risposta a questa sovrapposizione di bisogni che il lavoro di INTERSOS continua a essere essenziale. Nei territori colpiti, i nostri team forniscono supporto psicosociale, case management, orientamento legale, attività per bambine e bambini, percorsi sicuri di ascolto e assistenza per le persone più vulnerabili.

In Siria, tornare a casa non significa ancora poter ricominciare davvero. Per molte famiglie, il ritorno è solo l’inizio di un nuovo percorso a ostacoli: ricostruire una casa, ottenere documenti, iscrivere i figli a scuola, accedere alle cure, ritrovare un reddito e sentirsi al sicuro. Per questo è fondamentale continuare a sostenere le comunità siriane, proteggendo le persone più vulnerabili e accompagnandole nella ricostruzione della propria vita.

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Elena