di Francesco Di Lorenzi
Con l’approssimarsi della fine della legislatura diventa ogni giorno più lampante la distanza tra le mirabolanti promesse del governo delle destre e la mediocrità dell’ennesimo esecutivo incapace di sciogliere i principali nodi gordiani del sistema Italia. E così le flat tax per tutti si trasformano nel livello massimo della pressione fiscale degli ultimi undici anni, la tolleranza zero ed i blocchi navali naufragano sotto il peso di decreti sicurezza pasticciati e dal sapore liberticida, il Pil resta al palo dell’eurozona, in un crescendo di disillusione che nemmeno le indubbie capacità dialettiche della Meloni sembrano riuscire a rallentare. Ma c’è un punto, tra le mille fanfaronate dell’ultima campagna elettorale, su cui i sovranisti nostrani si sono davvero superati e su cui è sceso un profondo quanto vergognoso silenzio: si tratta del tema della crescita demografica che il governo della famiglia, dei valori tradizionali e dell’identità cristiana aveva messo (giustamente) in cima alle sue preoccupazioni, promettendo clamorosi interventi ed inversioni di tendenza, salvo poi ritrovarsi con zero risultati, anzi con meno di zero, visti i catastrofici dati sulle nascite che segnano il saldo negativo più basso della storia italiana. Siamo persone fin troppo serie per non comprendere che la questione sia estremamente delicata e che impatta con le libere scelte di ognuno, con l’autodeterminazione delle donne, con il cambio delle priorità e degli stili di vita che investono l’intero occidente, con il calo della fertilità e con molte altre questioni su cui nessun governo ha, fortunatamente, alcuna possibilità di intervento e non saremo di certo noi ad invocare lo stato etico o i regimi che impongono per legge il numero di figli da mettere al mondo. Tuttavia come si poteva pensare di ottenere dei numeri migliori, di avvicinarci ai già bassi standard europei, con una politica fatta esclusivamente di propaganda, di sparate generiche contro le famiglie di fatto ed omosessuali, del solito minestrone sul gender e sul presunto indottrinamento dei bambini che piace tanto al ministro Salvini e ai suoi alleati? È stato serio ed intelligente promettere boom demografici, nessuna necessità di flussi migratori controllati e legali, a fronte di qualche decina di euro in più inserita in manovra per le madri che hanno almeno due figli e di pochi spicci di aumento sull’assegno unico? Questa era la rivoluzionaria risposta del governo della famiglia di fronte alla questione più grave che il mondo cosiddetto ricco si troverà ad affrontare nei prossimi decenni? Queste le risposte di fronte ai dati snocciolati pochi giorni fa dall’Eurostat, che prevede per il 2100 una popolazione italiana intorno ai 44 milioni, con un calo di circa il 25%, se riuscissimo a mantenere gli attuali livelli di immigrazione. Se chiudessimo improvvisamente le frontiere non arriveremmo invece ai 27 milioni di abitanti, con un crollo di quasi il 55% rispetto ad oggi. Una catastrofe. Vorrebbe dire, tradotto in vita reale, che non solo non saremmo più in grado di pagare banalmente stipendi e pensioni ma anche che regioni intere sarebbero quasi completamente disabitate ed impossibilitate a garantire i servizi essenziali e vitali alla popolazione restante. E allora non sarebbe stato più serio concentrare le poche risorse disponibili (l’Italia spende per le politiche sulla famiglia circa l’1,1 del Pil, la metà della media europea) su scelte che non cambierebbero di certo la tendenza dall’oggi al domani ma che darebbero ai cittadini un segnale di attenzione e di vicinanza concreta da parte dello Stato? La Svezia socialdemocratica di Olof Palme negli anni settanta ha concentrato, per esempio, larga parte degli investimenti sulla questione demografica su una singola misura, quella a favore degli asili nido gratuiti per tutti. Nei primi anni novanta aveva già il tasso di fecondità più alto d’Europa ed ancora oggi è tra i cinque Paesi più virtuosi in termini demografici dell’Unione. Niente slogan, crociate o battaglie ideologiche ma un impegno diretto per aiutare le famiglie nei difficili primi tre anni di vita dei bambini e per facilitare concretamente la conciliazione tra lavoro e sfera privata. La copertura nei servizi per l’infanzia è nel paese scandinavo di 54 posti ogni 100 abitanti contro i 35 della media Ue ed i lontani 30 dell’Italia; come ricordava in un’intervista di qualche anno fa la responsabile dell’unità di demografia dell’Università di Stoccolma Gunnar Andersson: “in Svezia non paghiamo le persone per fare figli, dando loro degli incentivi economici, ma rendiamo possibile organizzare la propria vita con dei figli in modo pratico e con sostegni adeguati”. La differenza tra destre sovraniste e socialismo democratico è tutta qui, nella distanza abissale che separa una politica fatta di slogan senza contenuti ed il lavorare pragmaticamente per migliorare, ogni giorno, la vita dei cittadini. Per questo i socialisti saranno in prima fila anche in questa fondamentale battaglia di civiltà, perché non possiamo permetterci di lasciare il tema degli aiuti alle famiglie e della crescita demografica all’incompetenza di chi ha prodotto, in tutta evidenza, solo illusioni. Insieme alla sicurezza, al piano casa e al lavoro dignitoso, le politiche attive per le famiglie possono e devono diventare un marchio di fabbrica dei socialisti italiani e su questo, siatene certi, non faremo sconti a nessuno. “Non esiste una e una sola riforma, una e una sola misura cui possiamo attenerci e che possiamo additare, dicendo: una volta che l’avremo attuata, avremo realizzato la democrazia economica, forse addirittura il socialismo. No, dobbiamo piuttosto percorrere contemporaneamente molte vie diverse, metterci alla prova, imparare dalle esperienze e dalla realtà. La capacità di fare questo costituisce la forza del nostro partito”. Olof Palme.