Un "federalismo pragmatico" la ricetta di Draghi per una nuova Unione europea - Partito Socialista Italiano

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di Andrea Follini

Ad Aquisgrana, nella città simbolo dell’Europa carolingia, Mario Draghi ha pronunciato il 14 maggio 2026 uno dei discorsi più politici e drammatici degli ultimi anni sul destino dell’Unione europea. Davanti ai leader comunitari riuniti per il conferimento del Premio Carlo Magno, l’ex presidente della Banca centrale europea, già Presidente del Consiglio italiano, ha descritto con lucidità un continente entrato in una nuova, decisiva, fase storica: più solo, più vulnerabile, ma anche costretto finalmente a scegliere se diventare una vera potenza politica oppure scivolare nell’irrilevanza. Nel municipio di Aquisgrana, città che custodisce la memoria di Carlo Magno e dell’idea originaria di Europa, Draghi ha abbandonato i toni prudenti del tecnocrate per assumere quelli del leader politico. Il cuore del suo intervento è stato un messaggio netto ed estremamente reale: il mondo che aveva garantito prosperità e sicurezza all’Europa dopo la Seconda guerra mondiale non esiste più. Gli Stati Uniti, con l’amministrazione Trump, sono diventati partner “più conflittuali e imprevedibili”, la Cina non rappresenta un’alternativa strategica affidabile, mentre il ritorno delle guerre commerciali, delle tensioni geopolitiche e della competizione tecnologica sta mettendo a nudo tutte le fragilità europee. Secondo Draghi, l’errore dell’Unione è stato pensare di poter affrontare questa nuova epoca con strumenti istituzionali concepiti per tempi più stabili. “Siamo davvero soli insieme”, ha affermato, sintetizzando in una formula destinata a diventare centrale nel dibattito europeo, il senso di vulnerabilità condivisa che attraversa il continente. Draghi non si è limitato però alla sola analisi dello status quo dell’istituzione europea. Non è stato, il suo, un invito al pessimismo, bensì alla trasformazione. Le crisi, ha sostenuto, stanno costringendo gli europei a riscoprire ciò che li unisce. Il passaggio più forte del discorso ha riguardato il rapporto con Washington. Draghi ha accusato l’Europa di avere perseguito per troppo tempo una strategia fondata sul compromesso e sulla de-escalation, senza ottenere risultati. “Per lo più non ha funzionato”, ha detto, spiegando che una postura eccessivamente prudente rischia ormai di incoraggiare ulteriori pressioni economiche e politiche sugli europei. Da qui la richiesta di un’Europa “più assertiva”, capace di difendere i propri interessi strategici in materia di difesa, tecnologia, energia e commercio. L’ex premier italiano ha indicato una strada precisa, definendo come necessaria la ricerca di un “federalismo pragmatico”, termine destinato ad inserirsi nel lessico europeo come fu per “Whatever it takes”. Non un super-Stato europeo nato da un’improbabile rivoluzione istituzionale, ma una progressiva integrazione nei settori decisivi per la sopravvivenza economica e geopolitica dell’Unione. Draghi, proponendo una ricetta per uscire dall’impasse nella quale l’Europa rischia di rimanere confinata, ha richiamato il modello dell’euro, nato in mezzo a enormi resistenze politiche e diventato poi uno dei pilastri dell’integrazione continentale. Lo stesso approccio dovrebbe ora essere applicato alla difesa comune, ai mercati dei capitali, all’energia e alle tecnologie strategiche. Dietro le sue parole si intravede anche una critica alle lentezze dell’attuale governance europea; l’Europa a 27, ha lasciato intendere, fatica a reagire con la rapidità richiesta da un mondo dominato da grandi potenze continentali. Per questo l’ex governatore della Bce ha insistito sulla necessità di superare i veti nazionali e di rafforzare la legittimazione politica delle decisioni comuni. Un messaggio rivolto tanto ai governi sovranisti quanto alle burocrazie comunitarie. Ad ascoltarlo c’erano, tra gli altri, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, la presidente della Bce Christine Lagarde e diversi capi di governo europei. Non è apparso come un intervento accademico o celebrativo, ma come una chiamata all’azione. Draghi ha descritto un’Europa stretta fra il rischio della marginalizzazione industriale e quello della dipendenza strategica da potenze esterne. La sua conclusione è stata quasi un ultimatum politico, una chiamata all’azione senza ritardi: senza una maggiore integrazione, l’Unione non riuscirà a proteggere il proprio modello economico e democratico. Un messaggio forte, del quale si sentiva la necessità in un periodo difficile per la Ue, destinato a segnare il dibattito europeo. Draghi al tempo salvò l’euro promettendo di fare “tutto il necessario”. Oggi avverte che non basta più salvare la moneta: occorre salvare la capacità dell’Europa di contare nel mondo.

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