Crioablazione del tumore al seno: quando il ghiaccio diventa una cura
Una terapia fredda, anzi, ghiacciata, per rimuovere il tumore senza chirurgia. No, non si tratta di fantascienza, ma di una realtà che ha già un curriculum di ricerche. Il nome corretto è crioablazione ed è un trattamento percutaneo. Rappresenta una strategia in più che amplia il ventaglio delle tecniche, a favore di soluzioni sempre più rispettose dell’anatomia del seno. Ma come funziona? E a chi è indicata? Ne parliamo con Franco Orsi, Direttore della Radiologia Interventistica IEO, Istituto Europeo di Oncologia, di Milano.
Dottor Orsi, innanzitutto, in cosa consiste la tecnica?
È una procedura mininvasiva che, in pazienti accuratamente selezionate, può consentire di evitare l’intervento chirurgico tradizionale senza comprometterne l’efficacia. La procedura sfrutta il potere del freddo. Attraverso una sottile criosonda inserita sotto guida ecografica direttamente nella lesione, viene generata una “ice ball”, cioè una sfera di ghiaccio che congela e distrugge il tumore e una porzione di tessuto circostante. Il trattamento agisce attraverso diversi meccanismi: formazione di cristalli di ghiaccio che danneggiano le cellule, alterazioni osmotiche, compromissione della microcircolazione e successiva morte cellulare programmata. Inoltre, lasciando il tumore in sede dopo la sua distruzione, si favorisce la liberazione di antigeni. Qui ci sono degli studi in corso, ma sembra che in questo modo scatti una risposta del sistema immunitario, a favore di una potenziale eliminazione di cellule maligne in circolo.
Ci spiega nel dettaglio quali sono le pazienti idonee al trattamento?
La selezione della paziente è un elemento cruciale. I tumori più adatti sono quelli di tipo Luminal A o Luminal B, caratterizzati dalla presenza di recettori ormonali e dall’assenza dell’espressione HER2, generalmente associati a una minore aggressività biologica. Anche la dimensione è importante: per garantire la completa distruzione del tumore con un adeguato margine di sicurezza, la lesione non deve superare i 15 millimetri.
Come si è arrivati a identificare l’identikit della paziente candidata alla crioablazione?
È il frutto di studi clinici. Il trial americano ICE3 (Cryoablation of Low Risk Small Breast Cancer) ha mostrato che la crioablazione è efficace nel controllare il tumore senza necessità di intervento chirurgico, con un’assenza di recidiva di malattia a cinque anni nel 96,4% dei pazienti. Dati analoghi sono emersi dal Frost Trial, con tassi di recidiva locale a cinque anni sovrapponibili a quelli osservati dopo chirurgia. In entrambi i casi, le donne coinvolte avevano tumori di piccole dimensioni e a basso rischio biologico. Anche lo studio SOUND ha contribuito a definire meglio le pazienti candidate, mostrando che in donne oltre i 50 anni con tumori iniziali e caratteristiche biologiche favorevoli è possibile evitare il linfonodo sentinella senza compromettere la sopravvivenza libera da malattia. Attualmente, inoltre, abbiamo in corso, presso il nostro Istituto, lo studio clinico PRECICE, promosso dall’Istituto Europeo di Oncologia e sostenuto dalla Fondazione Veronesi, che sta reclutando 234 pazienti di più di 50 anni, sempre con tumore mammario di piccole dimensioni a basso rischio.
C’è un limite di età per la crioablazione?
No, anzi, nella nostra Struttura abbiamo di recente operato una signora di 85 anni. L’impiego della crioablazione è particolarmente interessante nelle pazienti anziane, ma anche in quelle fragili, o con importanti comorbidità, per le quali un intervento chirurgico potrebbe risultare eccessivamente gravoso. Fermo restando che devono avere un tumore idoneo al trattamento.
Per chi non va bene?
Non è indicata in caso di malattia multifocale o multicentrica, tumori biologicamente aggressivi, sospetto coinvolgimento linfonodale o impossibilità di garantire un adeguato follow-up radiologico.
Come avviene in pratica il trattamento?
L’ecografia svolge un ruolo fondamentale perché consente di visualizzare in tempo reale sia il tumore sia la formazione della sfera di ghiaccio, garantendo precisione durante tutto il trattamento. La procedura viene eseguita in anestesia locale, con la paziente sveglia, dura circa trenta minuti e non provoca dolore significativo. Al termine resta soltanto una minima cicatrice di uno-due millimetri e, nella maggior parte dei casi, la dimissione avviene dopo poche ore.
Si modifica la struttura del seno dopo il trattamento?
Gli studi disponibili mostrano che la crioblazione non altera la forma né la simmetria della mammella. Inoltre, il trattamento può essere ripetuto in caso di recidiva locale, poiché non comporta accumulo di tossicità come accade invece con la radioterapia.
Cambiano anche le terapie previste generalmente dopo l’intervento chirurgico?
Al momento no. La crioblazione non sostituisce l’intero percorso terapeutico, ma esclusivamente la chirurgia. Eventuali trattamenti complementari, come radioterapia o terapia endocrina, continuano a essere valutati secondo le stesse indicazioni previste per le pazienti operate. Per questo motivo il trattamento deve sempre essere inserito in un percorso strutturato e multidisciplinare, che coinvolga radiologi, chirurghi senologi, oncologi, patologi e radioterapisti.