Dallo sfruttamento nei campi alle filiere globali, il caporalato continua a interrogare il nostro modello economico. Con il progetto IRIS, NeXt Economia e i partner territoriali costruiscono percorsi di partecipazione, strumenti innovativi e alleanze civiche per rendere più giuste le produzioni e più consapevoli le scelte di consumo.
IRIS: dietro ogni prodotto c’è una storia. E non sempre è una storia che vogliamo raccontare
Quando prendiamo un prodotto da uno scaffale, vediamo un prezzo, un marchio, forse un’etichetta. Quello che non vediamo sono le persone. Non vediamo le ore di lavoro. Non vediamo i salari. Non vediamo i diritti rispettati o negati. Non vediamo le relazioni di potere che attraversano una filiera produttiva lunga centinaia o migliaia di chilometri.
Eppure è proprio lì che si gioca una delle partite più importanti del nostro tempo.
Le cronache degli ultimi anni continuano a ricordarcelo. Le morti nei campi. Le inchieste sullo sfruttamento lavorativo. I lavoratori invisibili che raccolgono il cibo che arriva sulle nostre tavole. Le storie che emergono da territori come Amendolara e da molte altre aree agricole del Paese raccontano una realtà che non può più essere considerata marginale. Il caporalato non è un incidente di percorso. È una distorsione strutturale che prospera quando il lavoro perde valore e quando il prezzo più basso diventa l’unico criterio di scelta.
Ma sarebbe un errore pensare che il problema riguardi soltanto alcune campagne del Sud Italia o poche filiere agricole. Lo sfruttamento assume forme diverse, attraversa settori differenti e si alimenta delle stesse dinamiche: compressione dei costi, opacità delle catene di fornitura, squilibri di potere economico, debolezza delle tutele.
È da questa consapevolezza che prende forma IRIS – Investire Responsabilmente in Inclusione e Sostenibilità (clicca qui), il progetto promosso da ADOC e NeXt Economia con il sostegno del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. Un percorso che nasce da una convinzione semplice ma radicale: non è possibile costruire sostenibilità ambientale senza giustizia sociale, così come non è possibile parlare di inclusione ignorando le condizioni in cui viene prodotto ciò che consumiamo ogni giorno.
Dai territori una richiesta chiara: passare dalle denunce alle soluzioni
Negli ultimi mesi IRIS ha attraversato l’Italia. Da Roma a Napoli, da Parma a San Severo, cittadini, associazioni, cooperative, organizzazioni sindacali, imprese e realtà del Terzo Settore si sono incontrati per discutere di lavoro dignitoso, filiere etiche e consumo responsabile.
Ogni appuntamento ha aggiunto un tassello a una riflessione collettiva che appare sempre più urgente.
L’incontro a Roma, ospitato dal Polo Civico Esquilino, ha rappresentato un punto di svolta. Attorno allo stesso tavolo si sono confrontate esperienze diverse ma accomunate dalla consapevolezza che il problema non possa essere affrontato soltanto sul piano repressivo. Servono certamente controlli più efficaci. Servono norme applicate con maggiore incisività. Ma serve soprattutto la capacità di intervenire sulle cause profonde che generano sfruttamento.
Durante il confronto è emersa una domanda scomoda ma necessaria: quanto sappiamo davvero delle filiere che sosteniamo attraverso i nostri acquisti?
Per anni il dibattito pubblico ha affidato al consumatore il ruolo di protagonista del cambiamento. Ma oggi appare evidente che la buona volontà non basta. Non si può chiedere alle persone di scegliere responsabilmente se non vengono fornite informazioni trasparenti e strumenti adeguati. Non si può trasferire sul singolo cittadino il peso di correggere squilibri che nascono da dinamiche economiche molto più grandi.
Da Parma a San Severo, passando per Napoli, il confronto ha confermato questa intuizione. La vera sfida consiste nel rendere visibile ciò che oggi resta nascosto. Significa raccontare le filiere. Misurare gli impatti sociali e ambientali. Valorizzare chi produce nel rispetto dei diritti. Creare connessioni tra cittadini, imprese e territori.
In altre parole, costruire fiducia.
Un’altra economia non nasce dalle parole. Nasce dalle alleanze
Se c’è una lezione che emerge dal percorso IRIS è che nessuno può affrontare da solo problemi sistemici.
Le imprese responsabili non bastano senza consumatori informati. I cittadini consapevoli non bastano senza istituzioni capaci di intervenire. Le associazioni non bastano senza reti territoriali che trasformino le idee in pratiche concrete.
Per questo il progetto sta lavorando alla costruzione di Patti territoriali contro il caporalato e a favore delle filiere etiche. Spazi di collaborazione in cui soggetti diversi possano condividere responsabilità, strumenti e obiettivi comuni.
In questa prospettiva si inserisce anche il lavoro sul Passaporto Digitale della Sostenibilità, uno strumento innovativo che punta a rendere più leggibili e verificabili gli impatti sociali e ambientali delle produzioni. Un modo per accorciare la distanza tra chi produce e chi consuma. Un tentativo concreto di trasformare la trasparenza in valore economico e sociale.
L’ambizione di IRIS non è quella di offrire soluzioni semplici a problemi complessi. È qualcosa di più profondo. È contribuire a costruire una cultura economica diversa. Un’economia che non consideri il lavoro una variabile da comprimere. Che non accetti lo sfruttamento come prezzo inevitabile della competitività. Che riconosca il valore delle relazioni, delle comunità e dei territori.
Perché ogni prodotto racconta una storia.
La domanda che il progetto IRIS continua a porre ai territori attraversati in questi mesi è semplice: vogliamo continuare a ignorarla oppure vogliamo iniziare a scriverne una diversa?