di Giada Fazzalari
Avevano osato ribellarsi alla schiavitù, avevano addirittura preteso un salario, si erano rifiutati di pagare il pizzo quotidiano del viaggio dalla casa fatiscente e affollata in cui sono costretti a vivere alle campagne dove venivano puntualmente schiavizzati e sfruttati. E sono stati bruciati vivi, in un rogo pubblico agghiacciante, barbaro, disumano, feroce. È successo in Calabria, tra Amendolara e Roseto Capo Spulico, nel 2026. “Pubblico” perché ci ha ricordato – ci ha dato notizia – tra la cenere, il fumo e l’odore della carne viva data alle fiamme dell’inferno, che esiste un mondo che non vediamo o che forse non abbiamo mai visto. Un esercito invisibile fatto di stranieri apolidi, che muore di fatica, con la schiena spezzata e curva sui campi, che raccoglie i pomodori a due euro l’ora o addirittura senza compenso, che dorme in casolari senza acqua, che crolla per sfinimento sotto il sole, fino a morire, che si consegna al caporalato pur di sopravvivere al ricatto della fame. Invisibili che lavorano tra i ghetti di Capitanata, nelle campagne di Rosarno, nelle serre del Ragusano, sulla costa ionica del nord della Calabria. È l’Italia del caporalato, dello sfruttamento, della schiavizzazione moderna. Un caporalato ancora più crudele, che rende il caporale anonimo, di quelli che non si sporcano neanche le mani ma che traggono profitto dal sistema che hanno contribuito a creare, e che scatena una guerra tra poveri che trasforma gli schiavi padroni di altri schiavi, sorveglianti di altri uomini ridotti al nulla. Come i Kapò dei lager nazisti, quei prigionieri ebrei nei campi di concentramento nominati dalle SS per supervisionare gli altri deportati, punirli, persino ucciderli, come è accaduto nel caso dei pakistani e afghani bruciati vivi da altri schiavi. “Ma come abbiamo fatto a non accorgerci prima della loro esistenza”? – è la domanda che dovrebbe porsi qualsiasi giornalista, intellettuale, politico di fronte a una tragedia annunciata ma mai davvero “vista”, raccontata, denunciata. Il socialista Tommaso Fiore mostrava le condizioni disumane dei “cafoni all’inferno” dei contadini pugliesi, usando la letteratura come missione politica per chiederne il loro riscatto. Giuseppe Di Vittorio ci ha speso la vita, guidando le lotte contro lo sfruttamento e la miseria dei braccianti. Carlo Levi ha raccontato con spietato realismo la miseria della popolazione rurale del Sud dimenticato. Alessandro Leogrande ha dato nomi e volti ai naufraghi e ai braccianti invisibili. Chi racconta, chi dà luce, oggi, ai nuovi sfruttati? Se la paga di un pakistano non vale un presidio, un’indignazione – vera – collettiva, una mobilitazione reale, allora abbiamo smarrito la ragione stessa per cui esistiamo, noialtri che reagiamo con parole di circostanza di fronte a una crudeltà di questo genere. Dove sono gli intellettuali, oggi, che urlano allo scandalo? Dov’è la sinistra, che si indigna a giorni alterni e quando si indigna, balbetta? Le tragedie hanno latitudini diverse, dunque, rispetto a chi ne è vittima? È meno grave se a subire schiavizzazione è uno straniero? È questo, dunque, il lato oscuro del Made in Italy?