Presentato il volume “Trabucchi a Termoli (1879-2026)”, frutto di oltre vent’anni di ricerche tra documenti, fotografie e testimonianze. Un lavoro che racconta non solo le antiche macchine da pesca, ma una parte fondamentale dell’identità marinara della città. Durante l’incontro rilanciata anche la proposta di intitolare il Viale dei Trabucchi a Felice Marinucci.
Per oltre un secolo hanno fatto parte del paesaggio di Termoli. Sono comparsi nelle fotografie d’epoca, nei dipinti, nei racconti dei pescatori, nelle cartoline e perfino nei simboli turistici della città. Eppure, fino a oggi, nessuno aveva mai provato a ricostruirne in modo organico la storia.
Nasce da questa consapevolezza “Trabucchi a Termoli (1879-2026)”, il nuovo libro dello storico e giornalista Giovanni De Fanis, presentato oggi alla stampa nella sala Ecclesia Mater di piazza Sant’Antonio. Un volume che colma una lacuna della storiografia locale e restituisce ai termolesi quasi centocinquant’anni di vicende legate a uno dei simboli più riconoscibili della città.
Ridurre il libro – disponibile da oggi in edicola e in libreria – a una semplice storia dei trabucchi sarebbe però un errore. Nelle sue pagine trovano spazio uomini, famiglie, tecniche di pesca, trasformazioni del paesaggio costiero e frammenti di una Termoli che in gran parte non esiste più. C’è la città prima del porto moderno, quando una lunga scogliera naturale abbracciava il Borgo antico e il mare arrivava sotto le case dei pescatori. Ci sono le famiglie che da quelle strutture ricavavano il sostentamento quotidiano e c’è il racconto di una forma di pesca che per decenni rappresentò una risorsa economica tutt’altro che marginale.
Nel corso dell’incontro De Fanis ha spiegato il senso del suo lavoro, nato dalla constatazione che sugli aspetti tecnici dei trabucchi esistevano già studi importanti, mentre mancava una ricostruzione storica delle persone che li avevano costruiti, utilizzati e tramandati.
“Mi sono concentrato sulla macchina, sul lavoro e sui marinai protagonisti di questa storia”, ha spiegato l’autore, che negli ultimi vent’anni ha raccolto testimonianze orali, documenti e fotografie, verificando e confrontando le fonti nel tentativo di restituire una narrazione il più possibile fedele alla realtà.
Un lavoro che ha riservato anche sorprese. Tra le più significative, la conferma del ruolo avuto dagli artigiani e pescatori di San Vito Chietino nella costruzione dei primi trabucchi termolesi e, successivamente, della famiglia Marinucci, che dal 1925 imparò a realizzarli autonomamente, contribuendo a mantenerne viva la tradizione.
L’incontro è stata l’occasione anche per insistere sul valore culturale dei trabucchi, che considera insieme alle paranze uno degli elementi più rappresentativi dell’identità marinara termolese. Non semplici strumenti di pesca, dunque, ma parte integrante della storia della città e del suo rapporto con il mare.
Nel suo intervento ha ricordato come queste strutture si siano inserite lungo la costa senza alterarne l’equilibrio, al punto da apparire quasi una naturale prosecuzione degli scogli e del paesaggio. “Sembrano generate dalla natura più che dall’uomo”, ha osservato, sottolineando come per decenni abbiano contribuito a caratterizzare il profilo costiero di Termoli senza mai entrare in conflitto con l’ambiente circostante.
L’autore ha anche richiamato il valore economico che i trabucchi ebbero per molte famiglie marinare. In un’epoca in cui uscire in mare significava affrontare rischi enormi, possedere un trabucco rappresentava una risorsa preziosa, paragonabile per importanza a una paranza. Consentiva di pescare restando sulla costa e spesso garantiva risultati migliori proprio durante le giornate di mare agitato, quando le imbarcazioni erano costrette a rimanere in porto.
Tra le pagine del libro trovano spazio anche le testimonianze degli ultimi trabuccari storici, racconti che restituiscono non solo tecniche e abitudini di pesca, ma anche un rapporto quasi intimo con il mare. In una di queste conversazioni un vecchio trabuccaro descrive il momento in cui il pesce si avvicinava alla rete, intuiva il pericolo e improvvisamente cambiava direzione. Un dettaglio apparentemente minimo che diventa il simbolo di una conoscenza del mare costruita attraverso una vita intera di osservazione e pazienza.
Oggi la pesca col trabucco è quasi scomparsa, mentre resta aperto il dibattito sulla tutela e sulla valorizzazione di queste strutture. Un tema che si intreccia con il progetto comunale dedicato ai trabucchi e con le discussioni sulle modalità di recupero e sulle dimensioni delle nuove realizzazioni consentite dalla normativa.
Proprio all’interno di questo percorso si inserisce anche la proposta, illustrata durante la presentazione dall’ingegnere Paolo Marinucci, di intitolare l’attuale Viale dei Trabucchi a Felice Marinucci (1824-1891), considerato il primo costruttore e gestore di un trabucco a Termoli. L’iniziativa, sostenuta da quasi 500 firme raccolte in pochi giorni, punta a legare in modo permanente il nome del marinaio termolese alla storia di una tradizione che ha segnato profondamente la città.
Ma quella dell’intitolazione è soltanto una delle conseguenze di un lavoro più ampio. Il merito principale del libro di De Fanis è forse quello di aver restituito un volto e una storia a strutture che rischiavano di restare semplici elementi del paesaggio. Perché dietro ogni trabucco c’erano persone, famiglie, sacrifici, intuizioni e giornate di lavoro passate a osservare il mare.
Ed è proprio lì che il libro trova il suo significato più profondo: non nella nostalgia per un mondo scomparso, ma nella volontà di conservare una memoria che continua ancora oggi a raccontare chi siamo stati e, in parte, chi siamo.