Evangelici, evangelicals e pentecostali al tempo di Donald Trump

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Carmine Napolitano

Roma (NEV), 3 luglio 2026 – Un nuovo editoriale sul disordine mondiale per l’Agenzia stampa Nev, per la serie di contributi che possano aiutare alla riflessione e alla comprensione della complessa realtà contemporanea. Il pezzo di oggi è scritto dal pastore Carmine Napolitano, Specialista di storia e teologia del movimento pentecostale, preside della Facoltà pentecostale di Scienze religiose.

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Evangelici, evangelicals e pentecostali. Se, fra una generazione, qualcuno/a proverà a capire quali fossero i rapporti tra questi gruppi religiosi e Donald Trump avrà un bel groviglio da dipanare. Le definizioni che un tempo caratterizzavano in modo abbastanza chiaro le famiglie confessionali e denominazionali oggi non lo sono più; i tre termini lo dimostrano in modo inequivocabile alla luce di quanto succede negli Stati Uniti, con il coinvolgimento di quegli ambiti denominazionali nella politica. E sarebbe un errore anche grave continuare a credere che quelle ‘etichette’ possano essere chiare al punto da distinguere il ‘grano dalle zizzanie’ come pure in qualche caso si è tentato di fare. In Europa, ma ancora di più in Italia, si fa molta fatica ad entrare nell’universo religioso americano, nelle sue articolazioni e sfumature, nei punti di continuità e discontinuità. Quindi ci si trova sempre nella necessità di dover chiarire quello che sembrava già chiaro e che invece non risulta così, sia per gli addetti ai lavori nella comunicazione, sia per l’opinione pubblica.

Le parole contano: il caso italiano, fra chiese “evangeliche”, “evangelicali” e “evangelicals”

Nel nostro Paese il termine ‘evangelico’ è sempre stato di immediata e facile comprensione; ha sempre indicato quei cristiani che si rifanno ai grandi principi della Riforma protestante per esplicitare la propria fede. Si tratta di un orizzonte confessionale unito dalla passione per l’Evangelo, sia pure declinandola in modo plurale, qualche volta differente. La prova è nel fatto che le denominazioni storiche esponenti di questo mondo hanno tutte nella loro denominazione la dicitura ‘chiesa/e evangelica/che’. In anni più recenti (più o meno tre decenni) si è cominciato a discutere sulla portata di questa comune appartenenza indicata dal termine ‘evangelico’. Si è cominciato a discettare su differenze teologiche (ma a mio avviso erano più ideologiche: sul confine tra le due si può discutere) che avrebbero consigliato una necessaria distinzione tra chiese evangeliche storiche (ma quando una chiesa diventa ‘storica’?) e chiese evangeliche più recenti, ovvero marcando una differenza tra chiese legate direttamente alla Riforma del XVI secolo (quindi protestanti per definizione) e chiese legate alla Riforma attraverso la mediazione dei Risvegli che in ambito anglofono venivano etichettati come evangelical. Di conseguenza, si è detto che le chiese protestanti e le chiese evangeliche avevano due DNA diversi, rompendo l’originaria comune radice e dimenticando che nel XVI secolo le chiese nate dalla Riforma si definivano ‘evangeliche’ e che l’aggettivo ‘protestante’ nacque per ragioni più politiche che teologiche. In Italia è stato dunque coniato l’improbabile termine ‘evangelicale’ che dovrebbe traslitterare il termine inglese ‘evangelical’. La domanda è: tutto questo ha portato più chiarezza? A mio avviso no. La prova è nella sconfinata confusione mediatica che dobbiamo subire da quando l’appoggio degli evangelicals negli Stati Uniti a Donald Trump si è trasformato, in Italia, nell’idea che fossero gli evangelici a sostenere Trump. Gli evangelici italiani si sono scoperti di nuovo identificati come gruppo omogeneo e sono corsi ai ripari, ognuno per conto suo, cercando di spiegare chi erano questi evangelici, che sarebbe stato meglio chiamare ‘evangelicals’, senza tradurre; e la difficoltà maggiore l’hanno avuta quelli che hanno voluto definirsi in Italia ‘evangelicali’ legandosi linguisticamente in modo diretto agli evangelicals.

Uno dei settori della biblioteca della Facoltà pentecostale di Scienze religiose

Perché i pentecostali non sono un sottoinsieme degli evangelicals

E poi ci sono i pentecostali. Sono evangelici all’italiana o evangelicals all’americana? La questione è fondata, direbbero i giuristi, perché più o meno apertamente quando in Italia si parla di evangelicals ci si riferisce ai pentecostali. Invece, come ha chiarito Paolo Naso nel recentissimo libro Dio benedica l’America. Il fondamentalismo cristiano dai creazionisti a Donald Trump (ed. Claudiana), le matrici culturali e teologiche degli evangelicals sono complesse e affondano le radici nel fondamentalismo di marca protestante, anch’esso fenomeno complesso e plurale. I pentecostali con questo mondo hanno di certo un rapporto di contiguità, ma non di continuità; basterebbe ripercorrere le tappe del drammatico scontro che nei primi decenni del Novecento ci fu tra i pentecostali e il fondamentalismo teologico (quello dei Fundamentals, per intenderci). La teologia esperienziale dei pentecostali basata sulla contemporaneità dei carismi non poteva che entrare in rotta di collisione con una delle teorie più emblematiche del fondamentalismo, cioè la cessazione dei carismi dopo l’età apostolica. In tempi più recenti la distinzione, a volte piuttosto marcata, tra pentecostali ed evangelicals è simboleggiata dall’esistenza di enti esponenziali locali, nazionali, continentali e mondiali diversi e volutamente diversi per evitare di considerare i pentecostali un sottoinsieme degli evangelicals. E se a questo si aggiunge la presa di posizione che negli ultimi venticinque anni autorevoli esponenti del mondo pentecostale hanno espresso contro l’appoggio di alcuni esponenti del mondo evangelical alle politiche governative americane aggressive e belligeranti (da Bush Jr. a Trump), allora si capisce come l’identificazione rischi di essere sommaria e dannosa.

Chi è oggi pentecostale? Un’identità sempre più complessa.

Il punto è che anche per i pentecostali vale la difficoltà progressiva di capire cosa indichi precisamente l’etichetta; insomma: chi e quando può dirsi ‘pentecostale’? Fino alla metà del Novecento la risposta era piuttosto semplice: quelli che parlano in altre lingue; la glossolalia era il segno distintivo. A parte il fatto che anche in quell’epoca le cose non stavano proprio così, ma nella seconda metà del Novecento con l’esplosione trasversale del cristianesimo carismatico e la cosiddetta ‘pentecostalizzazione’ del cristianesimo (categoria sociologica, come è noto) non è così facile dire chi è pentecostale e chi no. Di questo ormai sono consapevoli tutti gli studiosi che si occupano del fenomeno, sia quelli interni (pentecostali) che quelli esterni; per non dire di quelle recenti formazioni ecclesiali di derivazione pentecostale che però rifiutano la denominazione preferendo quella di Nuove Chiese Carismatiche. Tutto ciò sta imponendo la ricerca di nuovi paradigmi per individuare definizioni in grado di descrivere in modo adeguato il pentecostalesimo e i vari pentecostalismi che da esso derivano.

L’ingresso della sede della Facoltà pentecostale di Scienze religiose di Bellizzi (Salerno)

Il pentecostalesimo italiano tra identità evangelica, pluralità e carismi

In Italia il mondo pentecostale è ormai diviso in due grossi tronconi: quello autoctono e quello d’immigrazione. Il primo è in gran parte ancorato all’esperienza del primo Novecento sia pure con diverse varianti. Il secondo è più attestato sul versante recente di chiese carismatiche come diretta emanazione spesso delle chiese di origine. Questa componente è presente anche nelle chiese di lingua italiana, ma in misura inferiore al 10%. Nella maggior parte dei casi il pentecostalesimo autoctono adotta l’aggettivo ‘evangelico’ per definirsi, prima di ‘pentecostale’; a testimoniare che i pentecostali ‘storici’ del nostro Paese sono prima evangelici e poi pentecostali perché l’esperienza dello Spirito che essi sostengono con forza è inscindibilmente legata all’Evangelo di Gesù Cristo. Il letteralismo ingenuo che a volte li contraddistingue non è tanto legato ad una visione fondamentalista del rapporto con le Scritture bibliche, quanto ad una visione ‘fondamentista’ (mi si passi il termine) della loro spiritualità incentrata sulla contemporaneità dei carismi; vale a dire affermare il fondamento nella Scrittura della loro spiritualità. Chi poi segue la teologia accademica pentecostale sa che a quel livello il linguaggio è diverso e più appropriato; d’altra parte, se così non fosse, non si capirebbe come siano possibili dialoghi teologici internazionali in piedi da oltre mezzo secolo tra pentecostali e altre confessioni cristiane. Insomma, se si deve porre attenzione a cosa indica il termine ‘evangelico’ e cosa si debba intendere per ‘evangelicals’ ancor di più bisogna stare attenti a non incasellare il termine ‘pentecostale’ in una lettura che toglie le castagne del fuoco; come a dire: c’è qualcuno che fa o dice qualcosa di strano in giro? Allora è pentecostale.

Oltre le etichette, per riscoprire il Vangelo che unisce

È controproducente adottare uno schema di distanziamento; se si continuano a produrre distinzioni per evitare omologazioni senza lavorare sul terreno comune che unisce solo per respingere la pressione dei mass media e rasserenare le basi delle proprie chiese, si produrranno danni alle relazioni e ai tentativi, sia pure timidi, di camminare insieme almeno per alcuni tratti di strada. Dirsi evangelico per distinguersi dal pentecostale finisce con il non essere sufficiente; dirsi protestante per distinguersi dall’evangelico ‘evangelical’, finisce con il non essere sufficiente. Sono tutte distinzioni che già all’interno della cultura delle chiese evangeliche in Italia fanno fatica ad essere capite e quindi non risolvono il problema nella comunicazione pubblica se non per gli addetti ai lavori con particolari competenze. Forse è arrivato il momento di cambiare strategia, di provare a individuare percorsi comuni di riflessione e, chissà, di individuare un fronte comune che identifichi gli evangelici in Italia con la difesa di importanti valori; in passato questo è avvenuto, per esempio per la difesa della libertà religiosa. Un punto di partenza potrebbe essere la riscoperta delle ragioni profonde che hanno indotto le chiese nate dalla Riforma ad adottare l’aggettivo ‘evangelico’ e cosa questo significa oggi per chi continua ad adottarlo.

Carmine Napolitano


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