Ocse sui salari reali, usare con cautela | Confcommercio - Format Research

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Sul Sole 24 Ore l’Ufficio Studi di Confcommercio contesta la metodologia dell’Employment Outlook dell’Organizzazione. La questione salariale italiana esiste, ma è discutibile denunciare il crollo partendo dal primo trimestre 2021.

L’Ocse ha pubblicato recentemente le sue prospettive sull’occupazione e i titoli dei giornali si sono scritti da soli: retribuzioni reali italiane ancora inferiori del 6,1% rispetto al primo trimestre 2021, «il divario più ampio tra le principali economie». Numeri riportati correttamente dalle agenzie e dai giornali. Proprio per questo vale la pena aprirli, perché dentro c’è una scelta metodologica che pesa in modo rilevante sul risultato.

Diciamo subito quello che non contestiamo.

La questione salariale italiana esiste: anche con le metriche che noi riteniamo più appropriate le dinamiche recenti appaiono non del tutto soddisfacenti. Ma tra la realtà e «il peggior crollo tra le economie avanzate», come denuncia l’Ocse, c’è di mezzo una domanda semplice: da dove si parte a misurare?

L’Ocse parte dal primo trimestre del 2021.

In media, in quei novanta giorni, oltre sei italiani su dieci, a causa del Covid, vivevano in zona rossa o arancione; a marzo più di otto su dieci, e dal 15 marzo la zona gialla fu addirittura abolita per decreto. Qualcuno l’ha dimenticato? E la stessa zona gialla era tutto fuorché normalità: coprifuoco alle 22, bar e ristoranti chiusi alle 18, palestre, cinema e teatri sbarrati, spostamenti tra regioni vietati per l’intero trimestre.

Sul mercato del lavoro, poi, vigeva una condizione unica nella storia repubblicana: i licenziamenti erano bloccati per legge e la cassa integrazione Covid girava a pieno regime. Il risultato è nei Conti Nazionali: nel primo trimestre 2021 gli occupati dipendenti erano tornati quasi al livello prepandemia, ma le ore effettivamente lavorate erano sotto di oltre sei punti percentuali con un forte divario tra teste e ore. Insomma, un mercato del lavoro non normalizzato, ma congelato, con salari orari gonfiati.

C’è di più e lo spiegò l’Ilo, l’agenzia delle Nazioni Unite per il lavoro, nel Global Wage Report 2020-21, citando esplicitamente l’Italia: quando il lavoro si ferma soprattutto tra i meno pagati, attraverso, per esempio, contratti a termine non rinnovati, la retribuzione media di chi resta sale per un puro effetto di composizione. Non è successo nulla di buono all’economia: è peggiorata la situazione dei più fragili.

Nei dati italiani l’anomalia è visibile a occhio nudo: le retribuzioni reali per unità di lavoro risultavano, nel primo trimestre 2021, del 3,5% più alte che nel primo trimestre 2019. In piena pandemia, con il Paese a colori, il potere d’acquisto sarebbe cresciuto del 3,5%? Nessuno lo crede: era un aumento statistico, non economico. Misurare la caduta successiva da quella vetta artificiale significa incorporarla tutta nel conto.

La cosa interessante è che l’Ocse queste fragilità le conosce, e le scrive in nota. La nota 11 del primo capitolo ammette che, misurando dal quarto trimestre 2019 anziché dal primo 2021, i salari reali risultano in crescita in un numero maggiore di Paesi, e giustifica la base 2021 sostenendo che gli effetti di composizione erano ormai rientrati «praticamente in tutti» i Paesi Ocse: come si è visto, non in Italia.

L’allegato statistico pubblica gli stessi indici con base a fine 2019, dove il quadro italiano è sensibilmente meno drammatico. E per Svizzera e Israele lo stesso allegato avverte che i confronti si fanno solo tra trimestri omologhi «a causa dell’elevata stagionalità»: un criterio corretto, applicato però solo dove la stagionalità è macroscopica, mentre per tutti gli altri Paesi si confronta serenamente un quarto trimestre con un primo.

Quanto pesa, alla fine, la scelta del punto di partenza? Basta tenere ferma una stessa identica misura – retribuzioni lorde per unità di lavoro dei Conti Nazionali, deflazionate con il deflatore della spesa delle famiglie (come fa l’Istat per passare dal reddito al potere d’acquisto) – e spostare solo la base.

Dal primo trimestre 20211a perdita oggi è del 5,2%, in linea con il dato Ocse. Ma partendo dal primo trimestre 2019, cioè da un’economia in condizioni normali a un’economia in condizioni normali (il primo quarto del 2026), la perdita è dell’1,9%. Tre punti e mezzo di differenza che non dipendono da salari, prezzi o produttività: dipendono esclusivamente da dove si è deciso di piantare il metro.

La questione salariale italiana merita di essere presa sul serio, ed è troppo seria per essere misurata da un trimestre in lockdown. Se il metro parte da un Paese chiuso per legge, la diagnosi esce sbagliata per costruzione e con lei, prima o poi, anche le terapie.

di Mariano Bella e Paolo Refuto dal Sole 24 Ore dell’11 luglio 2026

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