Le ondate di calore estive riaccendono il dibattito sul riscaldamento globale. Ma il problema non è convincere gli italiani che il clima sta cambiando: è rimuovere gli ostacoli concreti che impediscono alla transizione ecologica di compiersi. E quegli ostacoli hanno un nome preciso: burocrazia, autorizzazioni bloccate, norme che penalizzano chi produce energia pulita.
Il clima cambia. I dati non mentono.
Le ondate di calore estive scaldano gli animi e riaccendono le polemiche sul riscaldamento globale e la transizione ecologica. Siamo un paese innamorato delle fazioni, della polemica e dei dibattiti verbali, e molto meno appassionato ai concreti avanzamenti di progresso.
I complotti dei termometri non esistono. I dati scientifici rendono assai difficile dubitare dell’aumento della temperatura a livello globale. I piani di adattamento contro le ondate di calore nelle grandi città (che colpiscono soprattutto i più deboli e le vittime di “povertà da affrescamento”) sono ormai all’ordine del giorno.
I dubbi residui si annidano sulle cause antropiche e sulla nostra possibilità di arrestare il processo con la riduzione delle emissioni di gas serra. Ma il 95% degli scienziati è convinto che si debba agire, e il principio di precauzione ce lo impone. Se al ristorante ci offrissero una pietanza dicendo che il 95% dei nutrizionisti la considera cancerogena, nessuno la mangerebbe aspettando il 100% dei consensi.
La transizione è un imperativo strategico, non solo ambientale
La transizione ecologica è un imperativo non solo ambientale, ma anche strategico sul piano dell’indipendenza energetica. Le tre grandi ondate inflazionistiche degli ultimi cinquant’anni (con i loro effetti drammatici sui redditi delle famiglie e l’ingresso in povertà di molte di esse) sono nate da shock sui prezzi delle fonti fossili che non controlliamo e a cui siamo legati a filo doppio.
Non è certo la transizione ecologica ad essere socialmente indesiderabile. È il suo contrario.
L’equilibrio elettrico generale: guardare al sistema, non al singolo impianto
Per portare a termine la transizione dobbiamo ragionare in termini di equilibrio elettrico generale: così come gli economisti non guardano solo all’effetto locale di una singola politica ma al suo impatto sull’insieme di prezzi e mercati, allo stesso modo la politica energetica deve considerare come ogni scelta incide sull’equilibrio complessivo del sistema.
L’Italia ha una grande forza e una grande debolezza. La forza sono le energie creative dei cittadini. La debolezza sono i lacci e lacciuoli della burocrazia.
I numeri che fotografano il problema: 48.000 domande in attesa
Il presidente di Confindustria Orsini denuncia da mesi che migliaia di progetti di imprese per creare impianti propri di produzione di energia da rinnovabili sono in attesa di autorizzazione. Si parla di un multiplo di quanto necessario per raggiungere gli obiettivi di decarbonizzazione.
Il GSE ha ammesso che esistono 48.000 domande per la costituzione di comunità energetiche rinnovabili a fronte di circa un migliaio di comunità già nate.
I colli di bottiglia sono due: le autorizzazioni e gli allacci alla rete.
Tre mosse concrete per sbloccare la transizione energetica
Se maggioranze e opposizioni, governi in carica o governi futuri vogliono essere ricordati positivamente dalla popolazione, devono fare poche cose ma chiare.
1. Potenziare la Commissione di Valutazione d’Impatto Ambientale (VIA)
Accelerare l’iter delle autorizzazioni è la priorità. Il costo per le finanze pubbliche? Zero, anzi negativo. La Commissione VIA si autofinanzia con i contributi di chi presenta i progetti, e gli avanzi vengono assorbiti dal Tesoro. Non potenziarla, e ritardare persino il reintegro dei posti vacanti in organico, è un vero e proprio delitto contro la transizione.
2. Attuare lo sconto diretto in bolletta per autoproduttori e comunità energetiche
Come previsto dalla direttiva europea, chi produce energia (autoproduttori, condomini, comunità energetiche) deve poter beneficiare di uno sconto diretto in bolletta. Una misura già in vigore in forme diverse in Spagna, Portogallo, Malesia, Pakistan e in molti stati americani.
Oggi gli autoproduttori pagano la bolletta anche sull’energia che non comprano perché la producono autonomamente, e solo con molto ritardo ottengono rimborsi. Invece di lanciarsi in improbabili assalti ex post agli extra profitti delle imprese energetiche, basterebbe riconoscere quanto dovuto agli autoproduttori alla fonte, aumentando i benefici economici per le famiglie nell’immediato.
3. Potenziare il meccanismo delle aste per le rinnovabili (contratti per differenza)
Il sistema delle aste competitive permette a chi investe in nuovi impianti rinnovabili di competere per ottenere un prezzo fisso dallo Stato, vincendo se offre il prezzo più basso. In cambio, un’assicurazione bilaterale (il contratto per differenza) prevede una compensazione se il prezzo scende sotto la soglia, e un pagamento allo Stato se la supera. È questa la modalità migliore per tenere assieme gli interessi di Stato, consumatori e investitori, garantendo al contempo la continuità degli investimenti.
Rinnovabili e prezzi: sfatare i falsi miti
C’è ancora chi sostiene che le rinnovabili non siano la soluzione. Vale la pena rispondere con i fatti.
La crescita delle rinnovabili riduce i prezzi dell’energia. Si può realizzare senza compromettere il paesaggio. I problemi di intermittenza sono risolvibili con il progresso degli accumuli. La presunta dipendenza da materie prime prodotte in altri Paesi è un tema affrontabile. E che merita un approfondimento dedicato.
L’Agenzia Mondiale delle Rinnovabili (IRENA) ha ricordato che nel 2024 più del 90% dei nuovi impianti di produzione di energia nel mondo sono da fonti rinnovabili.
Di cosa altro abbiamo bisogno per riconoscere ciò che è diventato ovvio in tutto il resto del pianeta?
Lo scandalo della transizione: una strada chiara che non percorriamo
Lo scandalo vero della transizione energetica è questo: per una volta abbiamo davanti una strada semplice e ben chiara per creare valore economico, ridurre le bollette delle famiglie, abbassare i costi di produzione delle imprese, promuovere la nostra indipendenza energetica e realizzare un importante impatto ambientale.
Tre mosse concrete. Costo politico basso. Impatto enorme. Manca solo la volontà di farlo.
(Leonardo Becchetti è professore ordinario di Economia Politica all’Università di Roma Tor Vergata, editorialista di Avvenire e Il Sole 24 Ore, co-fondatore di NeXt Nuova Economia per Tutti e presidente del Festival Nazionale dell’Economia Civile. Questo articolo è apparso in forma originale su Avvenire.)