«Hai portato tutto l’ambaradan?»
«Che ambaradan c’è in questa stanza!»
«Per organizzare la festa abbiamo messo in piedi un ambaradan incredibile.»
Oggi utilizziamo questa parola quasi sempre con leggerezza. Indica una situazione caotica, una confusione difficile da governare, un insieme disordinato di oggetti, persone, impegni o problemi.
È una parola sonora, buffa, quasi da cartone animato.
Eppure la sua probabile origine non ha nulla di divertente.
Che cosa significa “ambaradan”?
Secondo i dizionari, ambaradan può indicare una situazione confusa e caotica, una baraonda oppure un’attività particolarmente complessa, che richiede un grande sforzo organizzativo.
Possiamo quindi dire:
«Portarsi dietro tutto l’ambaradan», riferendoci a un bagaglio ingombrante o a una quantità eccessiva di cose.
Oppure:
«Mettere in piedi un ambaradan», quando organizziamo qualcosa di complicato.
E ancora:
«È successo un ambaradan», per descrivere una situazione in cui nessuno sembra capire più nulla.
Il termine è entrato nel linguaggio comune, spesso con una sfumatura ironica. La sua origine, però, viene generalmente collegata al nome di una montagna etiope: Amba Aradam. Treccani e Accademia della Crusca parlano infatti di un’etimologia probabile, non definitivamente dimostrata.
Che cos’è l’Amba Aradam?
Nelle lingue dell’altopiano etiopico, la parola amba indica una montagna dalla sommità piatta, una sorta di altopiano naturale circondato da pareti ripide.
L’Amba Aradam è un massiccio situato nell’Etiopia settentrionale. Nel febbraio del 1936 divenne teatro di una delle battaglie più sanguinose della guerra con cui l’Italia fascista invase l’Etiopia.
Le truppe italiane, guidate dal maresciallo Pietro Badoglio, affrontarono l’esercito etiope comandato dal ras Mulugeta. Lo scontro si concluse con una netta vittoria italiana e con la distruzione di gran parte delle forze etiopi.
Dalla battaglia alla parola
Secondo la ricostruzione più diffusa, i soldati italiani reduci dalla campagna d’Etiopia avrebbero iniziato a usare l’espressione:
«È un’Amba Aradam».
Volevano indicare una situazione caotica, complessa e difficile da comprendere, simile alla confusione vissuta durante gli scontri.
Con il passare del tempo, i due termini si sarebbero uniti:
Amba Aradam → ambaradam → ambaradan.
La trasformazione finale della m in n sarebbe avvenuta soprattutto attraverso la trasmissione orale della parola.
La spiegazione è plausibile e accolta da diversi dizionari, ma resta prudente usare il condizionale: le fonti linguistiche parlano di origine “probabile” ed “etimo incerto”.
La leggenda degli schieramenti confusi
Spesso si racconta che durante la battaglia alcune tribù locali cambiassero continuamente alleanza, combattendo prima con gli italiani e poi con gli etiopi, fino al punto che nessuno riusciva più a capire chi fosse il nemico.
Questo racconto ha certamente contribuito alla fortuna popolare dell’etimologia.
Sappiamo che alcune formazioni locali collaborarono con gli italiani e parteciparono agli attacchi contro le truppe etiopi in ritirata. Non abbiamo però elementi sufficienti per affermare che l’intera battaglia sia diventata sinonimo di confusione proprio perché tutti cambiavano continuamente schieramento.
Il caos di una battaglia può spiegare la nascita del modo di dire. Trasformare però l’episodio in una specie di comica militare rischia di cancellarne la reale violenza.
Il lato oscuro dell’“ambaradan”
La battaglia dell’Amba Aradam non fu soltanto disordinata o sanguinosa.
Durante la guerra d’Etiopia le forze italiane fecero uso anche di armi chimiche. L’aviazione impiegò l’iprite contro le truppe etiopi e lungo le vie della ritirata, colpendo anche la popolazione civile.
Per molti anni questa parte della storia coloniale italiana venne minimizzata, nascosta o negata.
Dietro il nostro scherzoso «che ambaradan!» rimane quindi l’eco inconsapevole di un’aggressione coloniale, di bombardamenti e di uomini uccisi mentre cercavano di fuggire.
Le parole dimenticano, la storia no
Le parole cambiano.
Viaggiano nel tempo, perdono il loro significato originario e ne acquistano altri. Entrano nelle case, negli uffici, nelle conversazioni. A volte diventano innocue. A volte persino simpatiche.
Non significa che dobbiamo smettere di usarle.
Significa, però, che possiamo conoscerle.
Quando diciamo ambaradan, oggi non stiamo celebrando il fascismo né una guerra coloniale. Stiamo semplicemente indicando una gran confusione.
Conoscere l’origine della parola ci ricorda però che il linguaggio è una specie di archivio: conserva tracce che spesso non riusciamo più a vedere.
Sotto una battuta può esserci una battaglia.
Dietro una parola buffa può nascondersi una tragedia.
E forse studiare l’etimologia serve proprio a questo: non soltanto a sapere da dove vengono le parole, ma a capire quanta storia continuiamo a portarci dietro senza accorgercene.
Tutto l’ambaradan, appunto.
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