Un altro uomo del destino. Le scorribande di un generale - Partito Socialista Italiano

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di Lorenzo Cinquepalmi

La nostra Patria, che amiamo e serviamo con dedizione in tutte le sue componenti, i suoi valori, e perfino i suoi difetti, soffre dell’essere colpita da catastrofi ricorrenti: dai terremoti alle alluvioni, dalle frane ai disastri causati dalle attività umane. Ma una delle catastrofi ricorrenti più pericolose, anche se, per fortuna, meno frequente di altre, è quella costituita da un fenomeno sociale e politico sintetizzabile nell’espressione “uomo del destino”. Si tratta di rari e pericolosi personaggi che generalmente si auto attribuiscono quella qualifica di predestinazione, ma che, purtroppo, talora riescono davvero a incarnare in sé stessi un passaggio del destino del Paese, purtroppo infausto. Emulo di chi si faceva chiamare “uomo della provvidenza”, da tre anni scorrazza per le nostre contrade un agitatore di popolo che, dismesse le spalline di generale, cerca di coinvolgere ancora una volta gli italiani, o meglio, come in passato, una parte aggressiva e prepotente di loro, nella fascinazione della soluzione di forza, che accantona democrazia, tolleranza e diritti in nome del “buonsenso”, dell’ordine, di un’idea repressiva di sicurezza. Questo figuro, che risponde al nome di Roberto Vannacci, un bel giorno, nel 2020, scopre che, da generale di divisione che ha retto comandi operativi importanti, anche in zone di guerra, è stato trombato nelle graduatorie della Difesa e che non avrebbe più potuto aspirare al vertice delle gerarchie militari. Immemore della retorica per cui la patria si serve anche facendo la guardia al bidone di benzina, decide di vendicarsi e, da ex comandante di reparto italiano in Iraq, nel 2017-2018, va alla Procura della Repubblica di Roma e denuncia presunte omissioni nella tutela della salute dei militari italiani della missione da lui guidata, esposti ad agenti patogeni come l’uranio impoverito e altri. Il tentativo di presentarsi come la vittima del sistema per avere cercato di tutelare i suoi subordinati, regge poco: i fatti sono del 2017-2018, ma Vannacci li denuncia solo nel 2020 e solo dopo la pubblicazione delle graduatorie di avanzamento che gli precludono la terza stella sulle spalline. Dal 2020 al 2022 è inviato come addetto militare all’ambasciata italiana a Mosca, dove sono notate le sue confidenze con il potere putiniano: l’ambasciatore italiano che lo ha alle sue dipendenze, a proposito della guerra russo-ucraina che scoppia a febbraio 2022 registra prima il suo scetticismo sulla probabilità dell’aggressione a Kiev, poi, invece, puntualmente verificatasi, e dopo un certo suo entusiasmo per l’azione militare dell’armata rossa: “affondano come un coltello nel burro”. Con suo disappunto si sarà accorto, a un certo punto, che lo storico parallelo tra burro e cannoni si ripresentava e che il coltello russo, nel burro ucraino, doveva aver trovato qualcosa di più resistente, se la guerra dura da quattro anni. Rientrato in Italia nel 2022, lo stato maggiore, che doveva aver poco gradito la sua disinvoltura a Mosca, lo mette in frigo, dandogli il “comando” dell’Istituto Geografico Militare: un posto dove uno col suo curriculum, anche se fuori graduatoria per la promozione a generale di corpo d’armata, ci finisce solo se l’ha fatta grossa. Di lì, perde i tappi e si lascia andare nel dar sfogo alla sua natura più autentica, fino ad auto pubblicare un libro su Amazon che, nella prima versione, consta di trecentosettanta pagine di veleno, luoghi comuni, qualunquismo, razzismo, sessismo; una summa di tutto il pattume reazionario. Il pattume, però, si sa, per qualcuno è un buon affare e Vannacci, proprio perché ha una posizione di rilievo nelle forze armate, diventa un caso nazionale, che spinge quasi centomila italiani a comprare la sua “opera”, e a riempirgli proporzionalmente le tasche. Gli uomini del destino, per quanto predestinati, hanno bisogno di un’occasione, e la trombatura in carriera è l’occasione del nostro aspirante uomo del destino, il quale capisce che l’essere diventato un caso per le sue sparate contro negri e froci è la sua opportunità, incarnata nell’opportunismo miope di un gigante del pensiero politico come il segretario di quella che fu la Lega Nord di Bossi e Maroni, il già comunista padano Matteo Salvini. L’uomo del destino si arruola nella Lega salviniana, conquistando un seggio parlamentare europeo e, d’emblée, il ruolo di vicesegretario del partito. Ma per uno che aspirava a diventare capo di stato maggiore, vice è poco, e poi la Lega dell’ex comunista padano, per quanto un po’ criptofascista lo sia diventata nonostante l’originario antifascismo di Bossi, per lui di certo non è abbastanza fascista. L’uomo del destino, che fa della Decima MAS, anche qui travisando in parte una storia assai complessa, un suo modello di riferimento, decide che è ora di mettersi in proprio e lo fa a febbraio di questo 2026, creandosi il suo partito Futuro Nazionale, che già dalla grafica richiama espressamente il ventennio mussoliniano. E qui sorge il problema per la destra di governo, in cui perfino quelli che tengono ancora in casa, o in ufficio, gagliardetti e busti del ventennio, si vedono superati a destra da uno che in pochi mesi è quotato nei sondaggi più della Lega che ha abbandonato, e che pare avere il vento in poppa verso un peso elettorale a due cifre. Sarebbe facile dire che l’enorme apparato simbolico e ideologico creato dal fascismo tra il 1919 e il 1945 ha così penetrato il costume italiano da sopravvivere ancora a ottant’anni dalla sua fine. È vero, ma non è tutta la verità. Movimenti come quelli di Vannacci ci sono in tutta Europa, e determinano la costituzione di un asse reazionario costituito da forze dichiaratamente neonaziste, in Germania e Austria, e forze post fasciste come il Front National francese e gli epigoni meloniani del Movimento Sociale, in Italia. Vannacci ha capito che ancora più a destra di Meloni c’è uno spazio per un neofascismo più estremo, insofferente del ruolo istituzionale di Fratelli d’Italia. Anche qui, niente di nuovo: è la vecchia contesa tra gli squadristi antemarcia e il fascio in doppiopetto. Solo che Vannacci pare più attrezzato di Farinacci e Meloni meno solida di Benito. Ecco perché Vannacci sta sbranando a morsi la maggioranza di governo. E anche perché è ora che sul comodino della sinistra suoni la sveglia: che il generale sia pure uomo di un destino, ma solo del suo, non di quello d’Italia. E che il suo si consumi nel fallimento di un progetto che costerebbe a tutti noi la perdita del futuro, quello vero.

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