di Andrea Follini
“È stato il vostro bravo ragazzo!”. Sono le parole pronunciate da Elena Cecchettin, sorella di Giulia, all’indomani dell’arresto di Filippo Turetta, l’uomo che aveva ucciso suo sorella. È proprio dalla qualifica di questi assassini, spesso inizialmente considerati incapaci di compiere un crimine così orrendo perché viventi in una realtà che la società tende a definire “normale”, che inizia la nostra intervista a Cataldo Calabretta, avvocato, docente universitario ed esperto di cronaca nera e giudiziaria, opinionista televisivo. È in libreria il suo ultimo lavoro: “Non chiamatelo amore. Quei bravi ragazzi che uccidono” scritto a quattro mani con Vittoriana Abate, edito da Graus Edizioni. “Il tema posto da Elena Cecchettin, quello dei “bravi ragazzi”, che riprendete anche voi nel libro, è diventato quasi una giustificazione. C’è secondo lei la tendenza ancora oggi a minimizzare il femminicidio in sé, come se avesse una rilevanza sociale diversa, minore, dall’omicidio stesso?” «Sì, c’era un tempo. Ed è il motivo per il quale il legislatore è stato indotto, quasi costretto, a colmare dei veri e propri vuoti legislativi, tant’è vero che dal 2013 sino ad oggi sono stati fatti dei grandi passi in avanti, fino all’istituzione nel nostro ordinamento del reato autonomo di femminicidio, che è cosa ben diversa dall’omicidio volontario. Per cui c’era la percezione che di fatto anche tutte quelle azioni che precedono l’uccisione, l’eliminazione di una donna dal contesto sociale, venivano sottovalutate. Motivo per il quale uno degli strumenti introdotti nel nostro ordinamento è stato proprio quello di rendere reato la violazione di determinate misure, come per esempio l’obbligo di dimora o il divieto di avvicinamento. Sono state introdotte una pluralità di misure che avevano la finalità di inasprire le pene ma soprattutto di arginare la violenza di genere, tutelando maggiormente quella che di fatto era la condizione di vulnerabilità della donna e al contempo c’era anche l’obiettivo di considerare in maniera più rigorosa gli specifici rischi di reiterazione del reato». “Un fatto culturale, dunque…” «Il Parlamento interviene proprio per scardinare una certa cultura. Obiettivo perseguibile solo partendo dall’educazione in famiglia, nelle scuole, e quindi creando una rete sociale. Parallelamente ci devono essere delle norme che portino alla prevenzione, all’inasprimento delle pene, ma anche la capacità di evitare che ci sia reiterazione del reato». “Si diceva del ruolo che deve avere o che può avere la scuola. È sicuramente un compito fondamentale.” «Certo, ma io credo che tutto però deve passare dalla famiglia…». “Volevo arrivare proprio a questo.” «Nel nucleo familiare, che poi può essere anche monogenitoriale, o con una coppia dello stesso sesso, il minore deve avere dei riferimenti, i genitori o il genitore. L’educazione, la cultura, deve volgere al rispetto dell’altro e a maggior ragione si deve da subito insegnare al bambino maschio il rispetto per la donna. Amare una donna non significa possederla, non significa umiliarla. Significa amarla nel pieno rispetto». “Dal suo osservatorio, con l’introduzione della nuova normativa, del Codice Rosso, di strumenti più agevoli anche per le stesse forze di polizia per arginare questi reati, si è vista una riduzione degli eventi criminali?” «Si nota assolutamente. Tant’è che diminuiscono sia i casi di femminicidio ma anche i casi di violenza di genere e quindi tutti quelli che di fatto sono stati individuati come “reati spia”, cioè violazione di determinate fattispecie di reato legate alla violenza contro le donne, come lo stalking ad esempio. È sempre più necessario valutare i “reati spia”, perché sono indicatori dell’efficacia delle nuove azioni messe in campo per contrastare questi reati. Sicuramente l’intervento legislativo a partire dal 2013 ha generato benefici». “Ci vuole un po’ di coraggio per affermare, come abbiamo sentito da alcune parti politiche – non faccio giri di parole, mi riferisco a Vannacci – che questa introduzione normativa poteva anche non servire perché già bastava il reato di omicidio, già presente nel Codice. È fuorviante questa presa di posizione secondo lei?” «Sì, è assolutamente fuorviante. Perché l’introduzione della Legge 181 del 2025, che ha previsto il reato autonomo di femminicidio, punito con l’ergastolo, rappresenta un approdo importante nel nostro ordinamento: rappresenta una vera e propria conquista. Perché non si tratta soltanto di un aggravamento sanzionatorio ma è il riconoscimento giuridico e culturale di un fenomeno. Non è che si valuta solo l’omicidio volontario. Mi spiego: se un uomo uccide una donna non ha commesso un femminicidio: l’uomo che uccide una donna commette femminicidio laddove ci sono determinate caratteristiche in quell’azione criminale: ci deve essere una escalation di atti criminali precedenti, che sono determinate aggravanti, motivo per il quale la pena prevista in quel caso è pari all’ergastolo, altrimenti sarebbe un omicidio volontario, che il nostro ordinamento punisce con una pena non inferiore a 21 anni. La valutazione va fatta nel complesso dell’azione criminale. Ecco perché quella di oggi dobbiamo considerarla una conquista». “Fa specie però sentire certe affermazioni da chi ha una responsabilità di rappresentanza.” «È effettivamente un problema. Chi comunica e chi esprime un’opinione lo deve fare con cognizione di causa, soprattutto se si toccano determinati argomenti; per cui sminuire l’introduzione del reato autonomo di femminicidio in quei termini è fuorviante, ed è chiaramente qualcosa che un politico non dovrebbe fare». “Il ruolo dei comunicatori in questo processo di maturazione culturale diventa importante. Secondo lei quali attenzioni si dovrebbero porre nello sviluppare la narrazione di un fatto grave come questi di cui stiamo parlando?” «Semplicemente bisognerebbe conoscere la realtà dei fatti, quindi fare un approfondimento. Ed avere anche le competenze per poter raccontare determinate situazioni e determinati casi. Non tutti possono commentare fatti di cronaca nera: ci vuole competenza, perché altrimenti si innesca il processo mediatico, che è qualcosa a cui noi non dovremmo mai arrivare». “Sono in tanti a puntare il dito contro il processo mediatico, ma poi si finisce per farlo…” «Questo si innesca solo quando il rapporto tra informazione e procedimento penale è squilibrato, perché se già si confonde il ruolo di un soggetto all’interno di un procedimento penale, dove magari uno è semplicemente indagato e non imputato ed il comunicatore, il giornalista, sbaglia, già commette un errore grossolano, ma un errore che va a ledere la dignità della persona, perché un conto è essere indagato, un’altra cosa è essere imputato; una cosa è essere condannato in primo grado, un’altra cosa ancora è essere condannato in maniera definitiva». “Nel libro che lei ha scritto assieme a Vittoriana Abate, vengono richiamati molti casi di femminicidi che hanno riempito le pagine di cronaca dei giornali e delle tv, ma anche casi molto meno noti, ma altrettanto importanti.” «Sì, ci sono casi e vicende note ma anche meno note; ci sono casi irrisolti così come casi risolti, ma ci sono anche le storie di donne che ce l’hanno fatta, che si sono ribellate, si sono riprese la loro vita in mano, dopo aver denunciato; chiaramente dopo aver terminato una relazione sentimentale e aver intrapreso un nuovo percorso di vita». “Queste sono le storie che dovrebbero essere messe in luce, non solo rincorrere l’audience o il sensazionalismo?” «Bisognerebbe sempre anche sottolineare i risvolti positivi; capire che a volte attraverso l’utilizzo di strumenti giuridici che ci sono nel nostro ordinamento, possiamo vincere una battaglia che magari senza strumenti e senza il sostegno di quella filiera di cui parlavamo, quella donna non avrebbe forse nemmeno potuto iniziare a combattere». “Quindi il libro si propone anche di essere un messaggio di speranza, non solo un’analisi tecnico-giuridica, ma qualcosa di più, che consenta di guardare oltre?” «Assolutamente sì, può essere considerato uno strumento attraverso il quale si può migliorare la propria competenza su questo tema e comprendere anche dinamiche complicate, perché comunque le dinamiche che ci sono all’interno di un procedimento penale sono complesse, tanto che a volte non si comprendono perché mancano gli strumenti per capire. Quindi questo libro, in maniera esaustiva credo, spiega anche a chi non è del settore quello che accade all’interno di un procedimento penale e quindi come ci si può aiutare nel contesto della cosiddetta rete di protezione che si può creare attorno ad una donna vittima di violenza di genere. Quindi sì, uno strumento; può essere considerato un piccolo manuale».