Dichiarazione del Segretario generale FIM CISL Ferdinando Uliano
e del Segretario nazionale FIM CISL Valerio D’Alò
Ex Ilva: “Chiudere le aree a caldo significa la resa. Subito interventi e strumenti straordinari del Governo per scongiurare la chiusura o sarà scontro sociale”
Si è da poco concluso il vertice a Palazzo Chigi sull’ ex-Ilva, incontro richiesto dalle organizzazioni sindacali.
L’incontro odierno e avvenuto in coincidenza della sentenza della Corte d’Appello di Milano, arrivata a sorpresa nella giornata di ieri. La sentenza impone interventi entro 90 giorni, in caso contrario verrà predisposta la chiusura dell’area a caldo dell’acciaieria tarantina.
“Come organizzazioni sindacali, abbiamo il dovere di rappresentare la gravità della situazione che si determinerebbe già da domani negli stabilimenti del Gruppo – hanno detto il Segretario generale FIM Ferdinando Uliano e il Segretario nazionale FIM CISL Valerio D’Alò –. Quando parliamo di aree a caldo che vengono di fatto fermate, parliamo della totalità dei lavoratori dell’Ilva di Taranto e di tutti gli altri siti del Gruppo, oltre all’indotto diretto e indiretto.
Parliamo di oltre 17.000 lavoratori – sottolineano i due sindacalisti. La tenuta sociale è a forte rischio; nell’indotto assistiamo a situazioni drammatiche che si trascinano nel tempo, con aziende che faticano a garantire la continuità d’impresa, poiché la fermata dell’area a caldo priverà queste realtà, già fortemente in crisi, di qualsiasi sostenibilità economica.
Questo innesca un effetto domino devastante, stimato al 90% sugli altri stabilimenti dell’area a freddo, compresi Genova e Novi Ligure, che si fermerebbero per la mancanza del materiale prodotto nell’area a caldo pugliese.
In questo contesto, non possiamo limitarci a spiegare ai lavoratori di chi sia o meno la colpa o strumentalizzare le sentenze. Il dato di fatto è che il Governo vorrebbe procedere attraverso un cronoprogramma di chiusura degli stabilimenti, e questa è per noi e per migliaia di lavoratori e una prospettiva drammatica e devastante.
In passato – continuano i due sindacalisti – pur tra mille difficoltà c’era la percezione che si stesse tentando di costruire e di mantenere attiva la produzione, cercando una via d’uscita a una crisi oggettivamente complessa. Chiudere le aree a caldo, invece, significa una cosa ben precisa: la resa. Come sindacati non possiamo accettare che ciò avvenga. Se questo dovesse avvenire, genererà inevitabilmente un forte conflitto sociale già dalle prossime ore. Per questo motivo, chiediamo al Governo di entrare nell’ottica di adottare interventi e strumenti straordinari.
Bisogna ricostruire un piano che salvaguardi i livelli occupazionali, l’ambiente e la salute e al contempo rilanci l’industria. Rinunciare alla produzione d’acciaio in Italia significa compromettere la competitività del nostro Paese e l’intero settore industriale, con gravosi aumenti dei costi per l’intera industria metalmeccanica nazionale.
Abbiamo sempre ritenuto fondamentale un ruolo attivo dello Stato per difendere un patrimonio industriale strategico. Riteniamo ancora oggi – dicono Uliano e D’Alò che lo Stato debba esercitare un ruolo primario, mettendo in campo un piano straordinario per rilanciare una produzione dell’acciaio che sia attenta alle questioni ambientali, sanitarie e industriali del nostro Paese. Per questo, la situazione che ci viene presentata oggi al tavolo è inaccettabile e non garantisce alcuna compatibilità sociale. Speriamo che la drammaticità del momento venga recepita appieno dalle Istituzioni”. Accogliendo le richieste del sindacato il Governo ha deciso di tornare sui propri passi riservandosi nei prossimi giorni di lavorare attraverso I vari dicasteri interessati a soluzioni alternative a quelle del cronoprogramma per lo spegnimento dell’area a caldo. Come organizzazioni sindacali abbiamo indetto 8 ore di sciopero con articolazione territoriale e assemblee già a partire dalla giornata di domani su tutti i siti del Gruppo.
Roma, 28 Luglio 2026 Ufficio stampa nazionale FIM CISL