La sicurezza non si misura dopo la morte | CISAL

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Moltissimi morti in pochi giorni. Poi un ragazzo di diciotto anni e un manutentore schiacciato sotto un mezzo. L’impennata iniziata a giugno non si è arrestata: nelle ultime giornate di luglio la sequenza si è ulteriormente infittita e il Paese rischia di osservarla con assuefazione. Chiamarla ancora “emergenza” è quasi un alibi: un’emergenza è imprevista e circoscritta; questa è una tragedia cronica, conosciuta e, proprio per questo, in larga parte prevenibile. Occorre parlare con i numeri, senza usarli come scudo. L’ultimo dato INAIL, al 31 maggio, registra 370 denunce di infortunio con esito mortale: 269 in occasione di lavoro e 101 in itinere, il 4,1% in meno rispetto al 2025. Ma le denunce complessive sono salite a 261.389, il 5,5% in più, e il miglioramento dei decessi si è rapidamente assottigliato. Un monitoraggio indipendente, più ampio e non sovrapponibile a quello assicurativo, ha contato 127 vittime a giugno, +14,4% in un anno e il dato peggiore degli ultimi due anni e mezzo; al 24 luglio ne registrava già 92. A quel passo, il mese chiuderebbe intorno a 115. È una stima, non un dato INAIL: ma un Paese serio non aspetta che una statistica diventi definitiva per impedire la morte successiva. Questa accelerazione ci dice anche chi paga il prezzo più alto. Nei primi cinque mesi le denunce mortali in occasione di lavoro tra i nati all’estero sono passate da 56 a 73, circa il 30% in più, mentre quelle dei nati in Italia sono diminuite. Quando il rischio si concentra su stranieri, anziani, giovani inesperti e addetti delle catene di appalto, non è sfortuna: è un’organizzazione del lavoro che distribuisce il pericolo lungo le linee di minore resistenza. “Fatalità” deve essere l’ultima ipotesi dopo aver dimostrato che ogni prevenzione possibile è stata attuata, non la prima parola con cui assolviamo tutti. La responsabilità non può evaporare a ogni passaggio di subappalto. Chi affida un’opera deve rispondere della sicurezza dell’intera filiera. E un prezzo che non copre salari regolari, formazione vera, pause, dispositivi, manutenzione e tempi di esecuzione sicuri non è un prezzo competitivo: è un costo scaricato sul corpo di chi lavora. Per questo la CISAL chiede scelte verificabili. La patente a crediti va estesa a tutti i settori e resa un sistema dinamico di bonus e malus: chi investe in prevenzione va premiato; chi viola ripetutamente le regole deve perdere appalti, incentivi e risorse pubbliche fini ad essere definitivamente estromesso dal mondo delle imprese . Nessuno spazio può essere accordato a  chi risparmia o lucra sulla sicurezza e sulla vita. Servono più ispettori, banche dati interoperabili e controlli fondati sul rischio, prima dell’incidente e non soltanto dopo. Va rafforzato il potere dei rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza. Nelle piccole imprese e nei cantieri complessi l’intervento dei rappresentanti territoriali deve essere effettivo e obbligatorio; davanti a un pericolo grave si deve poter fermare il lavoro senza temere ritorsioni. Gli avanzi dell’INAIL vanno restituiti alla loro missione: formazione verificata, innovazione, sicurezza delle macchine, prevenzione nelle microimprese. Con il caldo estremo non bastano raccomandazioni: soglie trasparenti devono far scattare rimodulazione o sospensione delle attività, tutelando il salario. Chiediamo al Governo un confronto permanente con le parti sociali, un cruscotto pubblico mensile e obiettivi misurabili per settori e territori. Non l’ennesima commemorazione, ma responsabilità, scadenze e risultati. Siamo pronti a fare la nostra parte, non a partecipare a un altro rito di cordoglio. La domanda non è quanto costi la sicurezza. È chi paga l’insicurezza: quasi sempre il lavoratore e la sua famiglia. In una Repubblica fondata sul lavoro, la vita è la prima clausola di ogni contratto. Violare le norme significa competere trasferendo il rischio su un’altra persona. La sicurezza è il confine che separa il lavoro dallo sfruttamento. Questo mercato della paura deve finire. Si lavora per vivere e chi esce di casa per lavorare deve tornarvi.

Francesco Cavallaro, Segretario generale CISAL

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