06 Ago Ernest Haycox | Pionieri di una nuova terra
Posted at 14:28h in Incipit
Una pioggia obliqua e tagliente gli inzuppava il cappotto di lana mentre preparava gli animali da soma, e il freddo gli gelava le ossa. Asciugò la sella bagnata con una manica prima di montarci sopra. Raffiche di sabbia si levavano dalla scarpata vicina e gli pungevano il viso; quando abbassò la testa, l’acqua scivolò dalla piega del cappello fino al cavallo dei pantaloni. Il vento strisciava e ululava sfiorando il suolo, gli rombava nelle orecchie e si diffondeva nel mondo come un grido.
“Hop-hop.”
I cavalli da soma si mossero in fila indiana, le due mucche li seguirono e i quattro buoi fulvi chiusero il corteo, con la testa china sul terreno a brucare invano. Si tirò giù il cappello con entrambe le mani e si fece strada attraverso il campo: cento carri stavano fermi su una distesa di roccia vulcanica stretta tra la scarpata e il fiume, le loro coperture di tela risaltavano chiare e pallide contro il grigio tremolio di sabbia e pioggia. I fuochi sferzati dal vento ardevano di un giallo violento, punteggiati di sagome scure accovacciate o in movimento. In tutto il campo c’era un continuo via vai di mandrie libere che avanzavano verso ovest e scomparivano inghiottite dalla nebbia. Sulla riva del fiume le zattere di tronchi si alzavano e si abbassavano tra le onde che continuavano a infrangersi. Alcune erano ancora costruite solo per metà, altre erano già cariche, con i carri fissati a bordo e pronte a partire. Dopo tremiladuecentodiciotto chilometri e cinque mesi di viaggio via terra, questo convoglio di quattrocento persone si stava preparando a percorrere gli ultimi centoquarantacinque chilometri risalendo il fiume attraverso la gola delle Cascades, dirigendosi verso l’Oregon occidentale.
Rice Burnett si fermò con il suo carico da soma davanti a una grande zattera su cui erano legati a prua e a poppa due carri: quello di Lattimore e quello di Collingwood. Lattimore era sulla riva scura di roccia vulcanica con la cima d’ormeggio avvolta attorno al corpo, il fisico magro che oscillava al suo lento dondolio. La tesa afflosciata del cappello gli ricadeva attorno alle orecchie, con l’acqua che scorreva giù senza tregua, e sul volto portava la stanchezza profonda di chi convive con la malaria.
“Paese di merda” disse, la voce ridotta a un mormorio sopra il frastuono del vento.