Quando esplose la vocazione? Francesco Guccini tratto dal libro: Carlo Petrini: la coscienza del cibo. - Slow Food - Buono, Pulito e Giusto.

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Francesco Guccini tratto dal libro: Carlo Petrini: la coscienza del cibo

Di Slow Food Editore

Quando esplose la vocazione?

Ho conosciuto Carlin Petrini un pomeriggio di primavera del lontano 1976 o ’77. Si presentarono a casa mia a Bologna, in via Paolo Fabbri 43, due strani figuri, con forte accento piemontese. Uno era un certo Giovanni (amico che purtroppo ci ha lasciati anzitempo), l’altro era, appunto, il nostro Carlin.

Mi raccontarono che avevano fondato una “radio libera”, la prima in Italia dissero (credo che, di “prime radio libere in Italia”, ne esistano a centinaia). Si chiamava Radio Bra Onde Rosse e, tanto per chiarire le cose, come sigla di apertura delle trasmissioni aveva l’Internazionale. Mi chiedevano di andare a Bra per fare un concerto a sostegno della loro radio. Naturalmente, vista la nobile causa, il concerto sarebbe stato senza compenso. Offrivano però il trasporto (sarebbero venuti loro a prendermi e a riportarmi), vitto e alloggio, quest’ultimo “a casa di un compagno”. Spesso, a quei tempi, si usava così, ma eravamo tutti più giovani. Travolto dalla loro appassionata dialettica ma, soprattutto, ispirato dal pensiero di una visita alle Langhe, terra che già conoscevo da un punto di vista gastronomico ed enologico, accettai.

Quando arrivammo, mi si portò a mangiare in una pizzeria. So bene della diffusione internazionale della pizza e quanto questa specialità italica sia apprezzata nel mondo, ma non mi pareva che fosse un tipico piatto langarolo né mi ero mosso da casa per una pizza alla pizzeria Bella Napoli o Torna a Surriento o qualcosa di simile, ma, giovane e timido, abbozzai. Quando però, alla mia richiesta di vino, mi vidi servire una caraffetta contenente un liquido misterioso e parzialmente frizzante spillato da una fountain che, di fianco, aveva il beccuccio della Coca Cola, fermai il tutto con un virile gesto della mano: «Scusate compagni, ma secondo voi sono venuto fino in Piemonte per bere questa roba qua?». Mi guardarono sconcertati. «Mah, non sapevamo… a Dario Fo era piaciuto tanto» rispose uno dei due. «Con tutto il rispetto, non me ne frega niente dei gusti enologici di Dario Fo, cerchiamo di provvedere in qualche altro modo…» e finimmo la serata stappando Barolo. Il concerto era andato bene. Visto il successo della prima serata mi chiamarono poi una seconda volta, per un altro concerto a sostegno della radio, sempre allo stesso compenso del concerto precedente. Il turbinoso Carlin si era però inventato un altro appuntamento straordinario: avrei dovuto approntare, il pomeriggio precedente il concerto, uno spettacolo per i detenuti del carcere di massima sicurezza di Fossano. Come il Petrini avesse ottenuto gli abboccamenti e i permessi speciali per l’occasione può meravigliare solo chi non conosce (e allora non conoscevo appieno) le infinite possibilità organizzative di quest’uomo. Quella sera però, dopo le esibizioni in carcere e in un teatro tenda dalle parti di Bra, memori del mio scarso entusiasmo per la pizzeria Bella Napoli (o Torna a Surriento, non ricordo bene) mi accompagnarono in una vera trattoria piemontese, dove l’enogastronomia era come si deve. Quella sera, fra l’altro, Carlin e Giovanni, i due amici che mi avevano invitato, a cui si era aggiunto un terzo personaggio, Azio, eseguirono dei brani tratti da un loro divertentissimo cabaret. Nacque un’amicizia: io li invitai a Pàvana a “cantar maggio”, e loro chiamarono me a Bra a “cantar le uova” (entrambe antiche tradizioni contadine locali). Poi io li convocai al Club Tenco e Carlin organizzò un trigemellaggio tra Bra, Pàvana e Dolceacqua: insomma, avemmo modo di incontrarci e di parlare, con lunghe discussioni sulle nostre radici contadine, di quello che si mangiava un tempo e che non si trovava più, della frutta e della verdura a chilometro zero, degli orti di casa, delle multinazionali che dominando i mercati calpestavano e declassavano il lavoro dei contadini, eccetera eccetera.

Quando quella vocazione, covata sin da allora sotto la cenere, è finalmente esplosa in Carlo Petrini? Questo non so dirlo con esattezza, credo che all’inizio degli anni Ottanta militasse già con Arcigola, ma non ne sono sicuro. Ricordo però un episodio in particolare, accaduto a una Festa de l’Unità a Montalcino: il Petrini aveva mangiato male, molto male (come alla pizzeria Bella Napoli di Bra) e aveva scritto un articolo in cui sosteneva che alle Feste de l’Unità si dovesse mangiare nel migliore dei modi possibili. Era riuscito a scatenare una polemica, ma senz’altro ci furono anche altri motivi a indirizzare Carlin verso le odierne attività. Fatto sta che un giorno mi arriva una sua telefonata: contro lo strapotere e la nequizia del fast food aveva immaginato un movimento, una nuova filosofia dello stare a tavola, lo Slow Food. Per simbolo, appunto, una chioccioletta. Non il simbolo aristocratico di una cucina d’élite, ma l’icona del diritto di tutti a mangiar bene, in modo sano, spendendo il giusto.

Da lì è cominciato tutto. Da lì è nata un’organizzazione, ormai nota in tutto il mondo, che attraverso la strenua difesa delle tradizioni culinarie locali ha il merito di salvaguardare la cultura e la memoria storica dei popoli della terra. Da lì hanno preso corpo imprese come l’Università di Pollenzo, il Salone del Gusto, Terra Madre, i 10.000 Orti in Africa, e ci voleva proprio un uomo come Carlin, il cui stile di vita è da sempre “buono, pulito e giusto”, per restituire al mestiere del contadino la dignità perduta. Carlin, conosciuto in ogni dove e che instancabile porta il suo messaggio, viaggiando continuamente per tutti i continenti, sempre in movimento. Con la fantasia, la volontà, il coraggio di realizzare l’utopia, un uomo e un gruppo di amici di una piccola città hanno reso possibile tutto questo. Non mi meraviglierei affatto se un giorno Carlo Petrini riuscisse a portare Obama a Bra per un concerto a sostegno di un’altra delle sue incredibili idee. Chissà se andrebbero ancora a mangiare alla pizzeria Bella Napoli. Forse no.

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