“Se vuoi la pace, prepara la pace”. Un saggio breve pubblicato da VITA, a firma di Nino Sergi e Kostas Moschochoritis, rispettivamente Cofondatore e Direttore Generale di INTERSOS. «Viviamo in un tempo paradossale», scrivono i due autori, «mai prima d’ora erano esistite così tante risorse per prevenire le guerre eppure sembra diffondersi la convinzione che la sicurezza dipenda soprattutto dalla forza, dal riarmo».
Viviamo in un tempo che sembra aver rimesso la guerra al centro della storia. L’invasione dell’Ucraina, la tragedia di Gaza, il conflitto israelo-palestinese, le guerre dimenticate in Sudan, nella Repubblica Democratica del Congo e in molte altre regioni, insieme alla crescita delle spese militari, stanno modificando profondamente il clima internazionale. La guerra è tornata a essere considerata da molti come uno strumento ordinario della politica, se non come un esito inevitabile delle relazioni internazionali.
È da questa constatazione che nasce «Se vuoi la pace, prepara la pace», un saggio che propone una riflessione sul significato della pace nel XXI secolo e sulle condizioni necessarie per renderla una prospettiva concreta, non una semplice aspirazione morale.
Il libro prende le distanze da due equivoci opposti. Da una parte rifiuta l’idea che la pace possa essere affidata soltanto ai buoni sentimenti o a un generico pacifismo. Dall’altra contesta la convinzione, oggi sempre più diffusa, che la sicurezza dipenda essenzialmente dall’accumulazione di armamenti e dalla capacità di deterrenza. La tesi centrale è che la pace non coincide con l’assenza di guerra, ma è una costruzione politica, giuridica, economica, culturale e civile che richiede istituzioni, responsabilità e lungimiranza.
L’analisi parte dalla constatazione che il mondo è diventato profondamente interdipendente. Guerre, cambiamenti climatici, crisi energetiche e alimentari, migrazioni, trasformazioni tecnologiche e sviluppo dell’intelligenza artificiale attraversano ormai ogni confine. Nessuno Stato, per quanto potente, è in grado di affrontare da solo queste sfide. In questo contesto la sicurezza non può più essere interpretata soltanto come difesa militare, ma deve essere ripensata come sicurezza condivisa.
Uno dei nuclei più importanti del libro riguarda il rapporto tra diritto internazionale e politica. Dopo le tragedie del Novecento, la Carta delle Nazioni Unite, il divieto dell’uso della forza, il sistema multilaterale e il diritto internazionale hanno rappresentato il tentativo più avanzato finora compiuto di fondare la convivenza tra i popoli sulla forza del diritto anziché sul diritto della forza. Un progetto incompiuto e spesso contraddetto dai fatti, ma che nessuna alternativa ha finora saputo sostituire.
Oggi questo patrimonio appare progressivamente indebolito. Il saggio definisce tale processo una de-costituzionalizzazione dell’ordine internazionale: principi che dovrebbero costituire il fondamento della convivenza tra gli Stati perdono efficacia, mentre cresce il ricorso alla forza, alla competizione geopolitica e alla logica delle azioni unilaterali. Questo processo di erosione non riguarda soltanto il divieto dell’uso della forza, ma investe anche regole e istituzioni che hanno contribuito a rendere più prevedibili le relazioni internazionali: dal diritto del mare e dalla libertà di navigazione alle regole del commercio mondiale e agli strumenti della giustizia penale internazionale. Le più recenti vicende del Medio Oriente, compreso l’attacco contro l’Iran, confermano quanto rapidamente possa affermarsi la logica dell’azione unilaterale a scapito del diritto internazionale. Quando il ricorso alla forza tende a sostituire il primato del diritto, si indebolisce ulteriormente l’ordine internazionale e cresce il rischio di escalation difficilmente controllabili.
Il libro non propone tuttavia un ritorno ingenuo al passato. Al contrario, sostiene che proprio la crisi dell’ordine internazionale rende più urgente rafforzare il diritto, aggiornare le istituzioni multilaterali e sviluppare una nuova cultura della cooperazione. Il multilateralismo non viene presentato come un modello perfetto, ma come l’orizzonte politico e istituzionale più credibile entro cui affrontare problemi ormai globali.
Particolare attenzione è dedicata ai conflitti che oggi segnano maggiormente la coscienza internazionale. La guerra in Ucraina viene letta come una violazione del principio fondamentale che vieta l’aggressione armata tra Stati sovrani. Difendere il diritto internazionale è quindi necessario. Ma il libro osserva anche che nessuna guerra può trovare una conclusione stabile senza una prospettiva politica capace di condurre dal cessate il fuoco a una pace giusta e duratura. Lo stesso approccio viene applicato al conflitto israelo-palestinese. Il saggio rifiuta ogni lettura unilaterale e riconosce insieme il diritto di Israele alla sicurezza e quello del popolo palestinese a vivere libero e con dignità in uno Stato indipendente. La pace non può nascere dalla negazione dell’altro, ma dal reciproco riconoscimento dei diritti e della comune dignità.
Un’altra parte significativa del volume affronta il tema della deterrenza e del riarmo. Pur riconoscendo la legittimità della difesa degli Stati, il libro mette in guardia dall’illusione che l’accumulazione di armamenti possa costituire, da sola, una strategia di sicurezza. Le guerre contemporanee mostrano che la superiorità militare non elimina le cause dei conflitti e che il rischio di escalation, soprattutto nell’era nucleare e dell’intelligenza artificiale applicata ai sistemi d’arma, rende sempre più fragile l’equilibrio internazionale.
Da qui nasce la proposta di una nuova idea di sicurezza, fondata non soltanto sulla difesa, ma anche sulla diplomazia, sul controllo degli armamenti, sulla cooperazione internazionale, sulla riduzione delle disuguaglianze, sulla sicurezza energetica e alimentare, sulla tutela dell’ambiente e sul governo democratico delle grandi trasformazioni tecnologiche.
Il libro dedica ampio spazio anche al ruolo dell’Europa. L’integrazione europea viene ricordata come uno dei più importanti progetti storici di superamento della guerra attraverso la cooperazione. Per questo l’Unione europea è chiamata ad assumere maggiori responsabilità nella propria difesa, ma anche a promuovere iniziative diplomatiche e politiche capaci di rafforzare il diritto internazionale e il multilateralismo.
La riflessione si allarga infine al ruolo della società civile. La pace non dipende soltanto dai governi o dalle organizzazioni internazionali. La costruzione di una cultura della pace passa anche attraverso l’educazione, il volontariato, l’impegno civile, la qualità dell’informazione, il dialogo tra culture e religioni, la capacità di contrastare la disumanizzazione dell’avversario, di coltivare il senso della reciprocità e del bene comune e di riconoscere la dignità di ogni persona.
Il messaggio conclusivo del libro può essere riassunto in un’affermazione semplice ma impegnativa: la pace non è un’utopia né una pausa tra due guerre. È il realismo più necessario del nostro tempo: il realismo della sopravvivenza. In un mondo sempre più interdipendente, preparare la pace significa rafforzare il diritto internazionale, investire nella cooperazione, governare le trasformazioni tecnologiche, prevenire i conflitti e promuovere una cultura della convivenza.
Il titolo riprende e rovescia l’antico principio Si vis pacem, para bellum. Il libro non nega che gli Stati debbano saper difendere i propri cittadini. Ma sostiene che le sfide del XXI secolo ci pongono una domanda diversa: se vogliamo davvero garantire sicurezza alle generazioni future, non basta prepararsi alla guerra. Occorre imparare, con la stessa determinazione, a preparare la pace.