Cartoni animati anni ’80 e oggi: da Ken a Bluey

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Da Ken il Guerriero a Bluey: cosa i cartoni animati raccontano del lavoro, del tempo e di noi

Qualche giorno fa un amico mi ha inviato su Instagram la sigla di un vecchio cartone animato. Lo facciamo spesso. È il nostro modo di scriverci lettere senza carta: lui manda una sigla, io rispondo con un’altra e, per qualche minuto, torniamo bambini davanti a un televisore che trasmetteva ciò che voleva, quando voleva.

Questa volta, però, la nostalgia ha lasciato spazio a una domanda: quanta parte del nostro modo di resistere, lavorare e aspettare è cresciuta anche davanti a quei cartoni?

Tra la fine degli anni Settanta e gli anni Ottanta, molti bambini italiani furono attraversati da un immaginario potentissimo arrivato dal Giappone: Goldrake, Mazinga Z, Jeeg Robot d’acciaio, Ken il Guerriero, L’Uomo Tigre, Holly e Benji, Mila e Shiro, Lady Oscar, Lupin III, I Cavalieri dello Zodiaco, Conan il ragazzo del futuro, Heidi, Pollon. Non erano tutti uguali. Alcuni erano leggeri, altri drammatici; alcuni parlavano ai bambini, altri erano destinati soprattutto a preadolescenti e adolescenti, ma vennero trasmessi in Italia dentro palinsesti frequentati anche dai più piccoli.

Non guardavamo soltanto cartoni animati giapponesi. C’erano Disney, Hanna-Barbera e molte produzioni europee e americane. Eppure, la presenza degli anime fu così massiccia da plasmare una parte decisiva del nostro immaginario. Oggi, guardando i cartoni con mia figlia, incontro un panorama diverso: Bluey, Bing, Peppa Pig, Paw Patrol, Masha e Orso, Miraculous. Produzioni nate in Paesi differenti, distribuite su piattaforme globali e disponibili quasi in ogni momento. Ma la distanza più interessante non riguarda la provenienza geografica: riguarda il modo in cui queste storie rappresentano la forza, le emozioni, il gruppo e il tempo.

Non stavamo guardando gli stessi cartoni

Prima di procedere serve una precisazione. Confrontare Ken il Guerriero con Peppa Pig e concludere che il passato fosse più complesso sarebbe scorretto: Ken si rivolgeva a un pubblico più maturo, mentre Peppa Pig è una produzione prescolare. Un confronto serio dovrebbe accostare opere pensate per fasce d’età simili. Negli anni Ottanta esistevano cartoni semplici e rassicuranti; oggi esistono serie capaci di affrontare perdita, fallimento, solitudine e ambiguità morale.

Il punto non è stabilire che prima tutto fosse profondo e oggi tutto sia superficiale. Il punto è osservare come siano cambiati alcuni modelli narrativi, il modo in cui li riceviamo e le competenze che esercitiamo mentre li guardiamo.

Gli eroi di ieri dovevano resistere

Molti protagonisti dell’animazione giapponese arrivata in Italia erano costruiti attorno a un principio: per crescere bisognava attraversare una prova. L’eroe soffriva, perdeva, si allenava, sbagliava, cadeva e riprovava. La sua forza non era un dono gratuito. Aveva un prezzo.

Holly passava intere puntate a correre verso una porta che sembrava lontana quanto l’orizzonte. L’Uomo Tigre pagava duramente ogni scelta. I Cavalieri dello Zodiaco vincevano dopo essere stati portati al limite. Ken attraversava un mondo nel quale la perdita non era una possibilità teorica, ma una presenza quotidiana.

Quelle storie esaltavano spesso il sacrificio, la durezza, il silenzio emotivo e una concezione quasi eroica della sofferenza. Il protagonista caricava tutto sulle proprie spalle e continuava a combattere anche quando avrebbe avuto bisogno di fermarsi. È difficile non riconoscere una traccia di questo immaginario in una parte della cultura professionale della nostra generazione. Il lavoratore affidabile era quello che resisteva; il manager forte non mostrava fragilità; chi rimaneva fino a tardi sembrava più coinvolto e chi sopportava tutto senza lamentarsi veniva considerato solido.

Così abbiamo confuso, a volte, la resilienza con la sopportazione, la responsabilità con la solitudine, il sacrificio con l’identità. Non è colpa dei cartoni animati: le storie non decidono da sole ciò che diventiamo. Contribuiscono, però, a costruire l’alfabeto simbolico attraverso il quale interpretiamo il coraggio, la forza e il successo.

Gli eroi di oggi danno un nome alle emozioni

Molte produzioni contemporanee rivolte ai bambini lavorano su un piano differente. Le emozioni vengono riconosciute, i conflitti sono affrontati attraverso il dialogo e la collaborazione conta spesso più della vittoria individuale. I personaggi imparano a chiedere scusa, aspettare il proprio turno, includere chi è diverso e dire ciò che provano.

In Bluey il gioco diventa uno spazio nel quale bambini e adulti imparano gli uni dagli altri. In Bing, le piccole frustrazioni quotidiane vengono accolte e accompagnate. In Paw Patrol, ogni personaggio possiede una competenza e il risultato dipende dal coordinamento della squadra.

Non tutti i cartoni contemporanei spiegano ogni cosa. Bluey, per esempio, si affida spesso al sottotesto e alle metafore. Altre produzioni rendono il messaggio più esplicito e offrono ai bambini parole precise per leggere ciò che accade. Un modello lascia maggiore spazio all’interpretazione; l’altro rende più accessibile il linguaggio delle emozioni. Entrambi possono offrire qualcosa ed entrambi possono lasciare qualcosa scoperto.

Anche il lavoro è attraversato da questo cambiamento. Alla figura del capo che decide e resiste da solo si è affiancata quella del leader che ascolta, coordina e riconosce le fragilità. Il rischio è passare dal silenzio emotivo all’obbligo di spiegare ogni stato d’animo. Un’organizzazione sana non nega le emozioni, ma non trasforma ogni riunione in una seduta terapeutica.

Non era soltanto il cartone: era il televisore

Noi non guardavamo soltanto cartoni diversi. Li guardavamo in modo diverso. Il televisore decideva l’orario: se perdevi una puntata, spesso non potevi recuperarla; se un episodio terminava nel momento più importante, dovevi aspettare il giorno seguente o la settimana successiva. Non potevi accelerare, scegliere immediatamente l’episodio seguente o portare l’intera serie in tasca.

Quell’esperienza imponeva l’attesa. Non rendeva automaticamente più pazienti, ma creava ogni giorno piccole occasioni nelle quali il desiderio non poteva essere soddisfatto subito. Oggi lo streaming ci offre una libertà enorme: possiamo scegliere cosa vedere, quando interrompere, dove riprendere e quanti episodi attraversare uno dopo l’altro.

Il tempo non viene più imposto dall’emittente. Siamo noi a controllarlo. Ma ogni libertà modifica un’abitudine: prima aspettavamo che la storia tornasse da noi, oggi siamo noi a decidere quanto velocemente consumarla.

La stessa logica è entrata nel lavoro: messaggi immediati, risposte in tempo reale, riunioni senza distanza, informazioni disponibili ovunque. Abbiamo guadagnato velocità e controllo, ma rischiamo di considerare intollerabile qualsiasi attesa. Non tutto ciò che tarda è inefficiente. Alcune decisioni hanno bisogno di maturare e alcuni problemi non si risolvono nell’episodio successivo.

L’attenzione non dipende soltanto dalla velocità

Anche il linguaggio visivo è cambiato. Molti cartoni del passato contenevano inquadrature lunghe, dialoghi distesi, ripetizioni, silenzi e scene nelle quali accadeva poco. Non sempre era una scelta poetica: spesso dipendeva da limiti produttivi, economici o tecnici. Per lo spettatore, però, il risultato era una narrazione meno densa di stimoli.

Alcuni prodotti contemporanei costruiti attorno all’azione continua utilizzano cambi di scena frequenti, musica quasi costante, colori intensi e numerosi richiami visivi. Non esiste, però, un’equazione semplice tra montaggio veloce e perdita della concentrazione. L’attenzione dipende dall’età, dal sonno, dalla scuola, dall’ambiente familiare, dalle caratteristiche individuali e dall’uso complessivo dei dispositivi.

Il problema non è la singola puntata, ma l’assenza di alternative. Una mente ha bisogno di stimoli, ma anche di silenzio; di velocità, ma anche di noia; di immagini, ma anche del tempo necessario per costruirne di proprie.

La nostalgia modifica il montaggio

Quando parliamo dei cartoni della nostra infanzia dobbiamo fare i conti con un regista molto abile: la memoria. Non ricordiamo tutto, ma ciò che ci ha emozionato. Le opere mediocri scompaiono, le sigle più belle restano e le scene che ci hanno segnato diventano simboli di un’intera epoca.

Il passato arriva alla coscienza già montato. Le parti inutili sono state tagliate e le immagini più forti hanno ricevuto una musica migliore. Il presente, invece, lo vediamo senza selezione: insieme alle opere riuscite incontriamo quelle ripetitive, commerciali o costruite con poca cura.

Per questo la nostalgia è preziosa, ma non può diventare un metodo di ricerca. Può aprire una domanda. Non dovrebbe contenere già la risposta.

Dal cartone animato all’ufficio

Che cosa c’entra tutto questo con il lavoro? Molto, se non cerchiamo collegamenti automatici. Un manager non guida in un certo modo perché da bambino guardava Ken il Guerriero: sarebbe quasi comico. Ma le storie che abbiamo amato hanno reso familiari il leader solitario, il talento che si allena fino allo sfinimento, il gruppo che mette la missione davanti al singolo e la squadra nella quale ogni competenza diventa necessaria.

La generazione cresciuta con gli eroi del sacrificio può portare nel lavoro perseveranza e senso del dovere. Deve però ricordare che chiedere aiuto non è una sconfitta, che la sofferenza non certifica il valore e che una squadra non dovrebbe dipendere dall’eroe di turno. Le generazioni educate alla collaborazione e alle emozioni possono portare ascolto, inclusione e flessibilità, ma devono allenare l’attesa, la gestione dell’incertezza e la capacità di restare dentro un problema quando la soluzione non arriva subito.

Il manager più completo non è Ken e non è il sindaco di Adventure Bay. Non salva il mondo da solo e non crede che basti convocare la squadra perché ogni problema si risolva in ventidue minuti. Sa resistere, ma anche fermarsi; decidere, ma anche ascoltare; dare un nome alle emozioni senza farne una scusa; aspettare quando serve e agire quando è il momento. Sa che la forza individuale conta, ma che un’organizzazione fondata su un solo eroe è un’organizzazione fragile.

Non serve una generazione vincitrice

I cartoni della nostra infanzia non erano migliori soltanto perché ci facevano aspettare. Quelli contemporanei non sono peggiori perché sono disponibili in ogni momento. I primi

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