Economia sociale ed economia civile: due strade, una sola direzione - NeXt

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Ogni volta che parliamo di “nuova economia”, qualcuno ci chiede: ma economia sociale ed economia civile sono la stessa cosa? La domanda torna spesso: nelle scuole, nei tavoli con le imprese, nei confronti con Comuni ed enti del Terzo Settore che incontriamo nei territori. E ogni volta rispondiamo allo stesso modo: no, non sono sinonimi. Sono due percorsi diversi, che nascono da premesse diverse, ma che nella pratica (la pratica che portiamo avanti ogni giorno come rete) si incontrano continuamente.
Vale la pena spiegare perché.

Un modello e un paradigma: due piani diversi

La prima distinzione che ci sembra utile fare è di livello, prima ancora che di contenuto.

L’economia sociale funziona come un modello. Può svilupparsi anche dentro il sistema capitalistico esistente, di cui rappresenta una componente che agisce dall’interno per orientarlo verso finalità sociali esplicite. È il terreno delle cooperative, delle mutue, delle reti di imprese che mettono la partecipazione della società civile organizzata al centro del proprio modo di produrre valore. Spesso aggregandosi in distretti, filiere e reti omogenee.

L’economia civile è invece qualcosa di più ampio: un paradigma, cioè un modo alternativo di guardare all’intero sistema economico, non solo a una sua parte. Mette al centro reciprocità, gratuità, felicità pubblica (un’eredità che affonda le radici nella tradizione italiana della “scienza della pubblica felicità”). E allarga lo sguardo fino a coinvolgere anche le imprese for profit, non solo il mondo non-profit e cooperativo.

È una distinzione che nella nostra esperienza di rete torna utile quasi ogni settimana: capita di lavorare con una cooperativa che applica un modello sociale già solido, e di doverla accompagnare verso una visione più ampia (quella civile) che riguarda il senso stesso del fare impresa. E capita l’inverso: imprese for profit che condividono i valori dell’economia civile ma hanno bisogno degli strumenti concreti, spesso mutuati dall’economia sociale, per tradurli in pratica.

C’è poi un punto che ci sta particolarmente a cuore, perché è alla base di molto del lavoro del nostro Centro Studi: il legame tra felicità e bene comune. La felicità di una comunità è un gioco di coordinamento: o siamo felici insieme, o non lo è nessuno davvero. Per questo continuiamo a insistere sulla necessità di indicatori di benessere che affianchino il PIL: è la logica che sta dietro al nostro Rapporto sul BenVivere e agli indici di Generatività in Atto che costruiamo insieme ai territori.

Cinque discontinuità, non cinque slogan

Quando parliamo di “nuova economia” con studenti, imprenditori e amministratori pubblici, tendiamo a tradurre la visione in cinque passaggi molto concreti. Cinque punti in cui il modello economico tradizionale va, appunto, superato:

  1. Dall’homo oeconomicus alla razionalità relazionale. Le persone non decidono solo per massimizzare un tornaconto individuale: l’arte delle relazioni è una risorsa economica, non un costo.
  2. Dall’impresa shareholder-only alla pluralità di forme d’impresa. C’è spazio per imprenditori e imprese che guardano all’impatto delle proprie azioni, non solo al profitto: è il terreno su cui misuriamo da anni con il nostro NeXt Index ESG.
  3. Dal PIL al ben vivere. Servono indicatori capaci di raccontare soddisfazione, qualità delle relazioni, ricchezza di senso: non solo crescita numerica.
  4. Dallo iato stato-cittadino alla cittadinanza attiva. Partecipazione e capitale sociale come infrastrutture di una società inclusiva, non come optional. È lo spirito che anima il Voto col Portafoglio fin dal 2011.
  5. Dalla frammentazione dei saperi all’interdisciplinarità. Formazione, impresa e impegno civico devono tornare a parlarsi, superando la separazione tra ricerca accademica e azione sul campo.

Non sono principi astratti: sono, in buona parte, gli stessi criteri che usiamo ogni giorno per valutare le Buone Pratiche che entrano nella nostra rete.

Connettere, non appiattire

C’è un rischio che vogliamo evitare con cura: cercare una sintesi che appiattisca le differenze tra economia sociale ed economia civile in nome di una comodità linguistica. Non è quello che ci interessa. Ci interessa piuttosto connettere i due percorsi, riconoscendo ciò che condividono senza fingere che siano la stessa cosa. E i punti in comune, quando li elenchiamo, sono più di quanto si pensi:

  • un’economia che mette al centro le persone e l’ambiente, non la massimizzazione del profitto individuale;
  • una logica di collaborazione che sostituisce quella conflittuale;
  • organizzazioni aperte al dialogo con tutti i portatori di interesse (lavoratori, clienti, fornitori, comunità locali) orientate a creare valore condiviso;
  • una finanza al servizio dell’economia reale, non della speculazione;
  • un’attenzione concreta alle generazioni future e ai loro desideri;
  • un’economia generativa e partecipata, capace di restituire senso a chi vi partecipa;
  • il rispetto e la dignità di chi lavora, con un coinvolgimento democratico nei luoghi di lavoro.

Nella nostra lettura, l’economia sociale è spesso la via che rende concreto e accessibile il passaggio verso l’economia civile di mercato: è più facile iniziare da un modello cooperativo riconoscibile che da un cambio di paradigma culturale. Per questo continuiamo a lavorare su entrambi i piani, senza scegliere tra i due.

Una rete che vive già di questa connessione

Non è un discorso teorico, per noi. È il motivo per cui NeXt Economia esiste dal 2011: mettere in dialogo mondi che troppo spesso restano separati. Cooperazione, imprenditoria for profit, pubblica amministrazione, scuole, università, cittadinanza attiva. Oggi la nostra rete conta oltre 45 realtà nazionali che condividono questa visione e la sperimentano nei territori, spesso attraverso comunità cooperative ibride capaci di co-progettare interventi di sviluppo sostenibile.

I numeri, del resto, raccontano quanto sia già rilevante il perimetro dell’economia sociale in Europa: circa 3 milioni di imprese, 13,8 milioni di occupati. Le cooperative da sole contano 4,5 milioni di addetti, di cui 1,3 milioni in Italia, che rappresenta quindi un terzo dell’occupazione cooperativa europea, davanti a Spagna, Francia e Germania. Numeri che confermano una cosa: non stiamo parlando di un’economia di nicchia, ma di un pezzo strutturale del sistema economico europeo, che ha solo bisogno di essere connesso (con più consapevolezza) al paradigma civile a cui, in fondo, guarda.

È lo stesso motivo per cui continuiamo a chiedere a chi incontriamo (cittadini, imprese, amministrazioni) di scegliere da che parte stare, un acquisto e una scelta alla volta.

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Jacopo