Intelligenza artificiale e povertà educativa, una sfida urgente

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L’intelligenza artificiale (Ia) sta trasformando radicalmente la società e il mercato del lavoro richiedendo nuove competenze digitali essenziali per il futuro. A livello globale, l’uso dell’Ia tra i minori è già diventato un fenomeno di massa. Le indagini, sia del contesto internazionale che di quello europeo e nazionale, sono concordi nell’indicare quanto l’uso di strumenti di Ia generativa tra gli studenti per i compiti scolastici e per le attività quotidiane sia crescente.

Serve costruire una cultura diffusa sull’uso consapevole dell’Ia in ambito educativo.

Da un lato appaiono evidenti le potenzialità di questi strumenti come supporto all’apprendimento di ragazze e ragazzi. Dall’altro non vanno sottovalutati i rischi di un uso non appropriato. Questo infatti può esporre a cessione inconsapevole di dati personali, manipolazioni, bias discriminatori e assimilazione di informazioni false. Ciò può compromettere il reale sviluppo cognitivo e le capacità di pensiero critico dello studente. Si tratta di aspetti di cui raramente si parla in un dibattito fortemente polarizzato tra approcci entusiastici e altri puramente luddisti.

In questo quadro, l’apporto delle politiche pubbliche non può limitarsi alla regolazione, aspetto comunque fondamentale. L’obiettivo deve essere quello di trasformare le persone, a partire dai minori, da semplici “utenti” passivi a cittadini attivi e consapevoli nell’utilizzo dell’Ia. È fondamentale infatti essere capaci di riconoscere i rischi legati alla privacy, alla disinformazione e alle “allucinazioni” (errori) dei sistemi. Evitando che l’Ia si riduca a un fattore di appiattimento di competenze già fragili.

Tuttavia, in questo quadro in costante evoluzione, è difficile tanto per il legislatore, quanto per educatori e istituzioni educative stare al passo. 

L’accesso consapevole all’Ia riguarda anche la lotta alla povertà educativa

Questo disallineamento rischia di trasformare l’Ia in un formidabile moltiplicatore delle disuguaglianze, creando un nuovo “divario digitale” qualora le tecnologie – e soprattutto gli strumenti per padroneggiarle – non siano accessibili in modo equo. L’osservatorio sulla povertà educativa, curato da quasi un decennio da Openpolis e Con i bambini, fin dalla fondazione ha prestato la massima attenzione a questi aspetti. Nel pieno dell’emergenza Covid, nel luglio 2020, il rapporto Disuguaglianze digitali provò a offrire un quadro delle disparità di accesso alla didattica a distanza. Disparità strutturalmente legate alla condizione sociale (case sovraffollate e computer in condivisione), alle possibilità tecnologiche (mancanza di rete veloce, specie nelle aree interne), nonché alle competenze nell’uso degli strumenti.

Le disuguaglianze digitali sono un ulteriore forma della povertà educativa.

Quella fase straordinaria rese evidente come il divario digitale non fosse altro che una ulteriore declinazione delle disparità alla base della povertà educativa. E come il gap digitale si aggiunga, rafforzandoli, ai fattori di disuguaglianza già esistenti: dalla condizione sociale al luogo di residenza.

Anche in questo contesto quindi, l’impatto dell’Ia sui minori non è solo una questione tecnologica, ma un tema centrale di povertà educativa. Con potenzialità e criticità da affrontare e mettere a fuoco nel dibattito pubblico e nel lavoro degli operatori sul campo.

L’Unione europea, con l’AI Act del 2024, ha classificato come “ad alto rischio” i sistemi di intelligenza artificiale utilizzati nell’istruzione. Questo perché tali strumenti, se progettati e utilizzati in modo inadeguato, possono avere conseguenze negative sul percorso dei ragazzi. Possono incidere sull’accesso o meno degli studenti a determinati percorsi formativi, valutare i risultati dell’apprendimento e perpetuare discriminazioni storiche.

Anche la recente legge nazionale sul settore, la 132/2025, promuove un approccio antropocentrico e delega il governo a potenziare l’alfabetizzazione all’Ia e le discipline Steam nelle scuole. Proprio per rafforzare le competenze di studenti e formatori, introducendo anche limiti anagrafici per la tutela dei dati dei minori. Più recentemente, il governo ha approvato in via definitiva un decreto legislativo che introduce ulteriori misure tra cui l’inserimento dell’Ia nell’ambito dell’educazione civica e la formazione stabile dei docenti, con uno stanziamento di 100 milioni di euro per contrastare i rischi legati all’uso improprio di piattaforme e social. Com’è evidente quindi anche dal punto di vista normativo ci troviamo di fronte a un contesto in continua evoluzione. Una dinamica che riflette il tentativo delle istituzioni di accompagnare una trasformazione tecnologica destinata ad avere un impatto crescente anche sul mondo dell’istruzione.

Tuttavia le tutele normative, da sole, non sono sufficienti: serve un profondo lavoro di formazione e informazione all’uso critico degli strumenti.

Partire dai dati per analizzare la relazione tra minori e Ia

Alla luce di questo scenario, l’Osservatorio sulla povertà educativa non può esimersi dal trattare il rapporto tra minori e Ia. Monitorare l’accesso a queste tecnologie è oggi fondamentale per garantire il diritto allo studio, tutelare i minori e prevenire nuove forme di esclusione sociale e di discriminazioni derivanti sia dal mancato accesso che da un uso inconsapevole o sbagliato.

Questo lavoro di formazione non è dato a priori, ma deve essere costruito quotidianamente con chi lavora a contatto con bambini e ragazzi.

Vanno gettate le basi, dati alla mano, per una riflessione condivisa sul rapporto tra povertà educativa e nuove tecnologie.

Con la pubblicazione di questo primo minidossier, Openpolis e l’impresa sociale Con i Bambini vogliono gettare le basi analitiche per una riflessione fondamentale sul rapporto tra intelligenza artificiale e minori. Partire dai dati è infatti una scelta di metodo indispensabile per mostrare, concretamente, come l’accesso disomogeneo a queste tecnologie rischi di innestarsi sulle disuguaglianze educative e territoriali del nostro paese, amplificandole. Questo documento rappresenta tuttavia solo la prima tappa di un percorso che si svilupperà per tutto il 2026. L’obiettivo infatti non è limitarsi all’analisi del fenomeno ma fornire strumenti utili a chi lavora quotidianamente con i ragazzi.

Per questo motivo, alla fotografia quantitativa scattata oggi farà seguito, in autunno, la pubblicazione di un secondo documento dal taglio più operativo: un vero e proprio toolkit rivolto all’intera comunità educante. Si tratterà di una bussola pensata per insegnanti, educatori, operatori del terzo settore e famiglie, volta a offrire un orientamento critico sulle potenzialità e sui rischi dell’Ia. Infine, gli ultimi mesi dell’anno saranno dedicati a raccogliere e valutare i riscontri ottenuti dalle scuole e dalla rete territoriale. Sarà un importante momento di confronto, utile a mappare i bisogni emersi e a delineare le traiettorie che guideranno il futuro lavoro dell’osservatorio.

I divari nell’uso e nella consapevolezza sull’Ia

L’elemento da cui partire nell’analisi dei dati è certamente quello di capire quanto l’intelligenza artificiale generativa sia già diffusa tra i più giovani. In questo senso, Eurostat ha pubblicato alcune prime rilevazioni relative al 2025. Questi dati mostrano come l’Ia sia già entrata nelle abitudini quotidiane di una parte consistente degli adolescenti europei. Considerando la fascia di età compresa tra i 16 e i 19 anni, il 66,4% dei ragazzi e delle ragazze nell’Ue ha dichiarato di aver utilizzato strumenti di Ia generativa nei tre mesi precedenti l’indagine. 

Si tratta tuttavia di una media che nasconde differenze molto rilevanti tra i paesi membri. In ben 19 stati infatti la quota di giovani fruitori supera la media. Le percentuali più elevate si registrano in Estonia (89,3%), Grecia (85,1%) e Danimarca (83,1%). In questi paesi oltre quattro adolescenti su cinque hanno fatto ricorso a questi strumenti nel periodo considerato. All’estremo opposto si collocano invece Romania (48,2%), Germania (51,5%) e Italia (51,9%). In questi paesi poco più della metà dei giovani dichiara di aver utilizzato applicazioni di intelligenza artificiale generativa.

Italia terzultima in Ue per diffusione dell’Ia tra i giovani

Percentuale di giovani europei che hanno fatto ricorso all’Ia negli ultimi 3 mesi, per paese (2025)

FONTE: elaborazione Openpolis – Con i bambini su dati Eurostat
(ultimo aggiornamento: venerdì 5 Giugno 2026)

Colpisce in particolare il dato di Italia e Germania che, pur rappresentando due delle principali economie dell’Unione europea, si collocano nelle ultime posizioni della graduatoria. È necessario comunque interpretare questi risultati con cautela. Come abbiamo detto infatti il fenomeno è in piena evoluzione e i dati sono destinati a crescere in tutto il mondo.

I dati riguardanti l’utilizzo dell’Ia sono ancora pochi e in costante evoluzione.

La rapidità con cui si sviluppano e si diffondono gli strumenti di Ia rende infatti probabili cambiamenti significativi anche nel giro di pochi mesi. Per questo motivo sarà fondamentale monitorare nel tempo l’evoluzione del fenomeno.

La questione non riguarda infatti soltanto se le differenze osservate oggi tra i paesi europei tenderanno a ridursi o ad ampliarsi, ma anche come una tecnologia sempre più diffusa influenzerà i percorsi educativi, le opportunità di apprendimento e più in generale le condizioni di vita di bambini, adolescenti e delle comunità educanti che li accompagnano nella crescita.

Potenzialità e rischi nell’ambito educativo e nella vita di bambini e ragazzi

Oltre a misurare quanto l’intelligenza artificiale generativa sia diffusa tra i più giovani, è importante anche comprendere per quali finalità venga utilizzata. Eurostat fornisce alcune prime evidenze anche in questo senso. Gli intervistati potevano indicare più risposte, segnalando un utilizzo per scopi privati, professionali e scolastici (attività legate allo studio, allo svolgimento di compiti, alla preparazione di elaborati o ad altri aspetti del percorso educativo).

Molti giovani europei utilizzano l’Ia per lo svolgimento di compiti e la preparazione di elaborati.

A livello europeo, la finalità più frequente tra i ragazzi e le ragazze di età compresa tra i 16 e i 19 anni è proprio quella scolastica. Tra i giovani che hanno dichiarato di aver usato l’Ia generativa negli ultimi 3 mesi, il 50,5% ha dichiarato di averlo fatto per attività connesse al proprio percorso di istruzione. Una quota leggermente inferiore (43,8%) ha invece fatto ricorso a questi strumenti per scopi privati. Molto più contenuta la percentuale di chi li ha utilizzati per motivi professionali (9,1%). Quest’ultimo dato non sorprende particolarmente. Nella fascia di età considerata infatti la maggior parte dei giovani è ancora inserita in percorsi scolastici o formativi. Non ha ancora fatto quindi ingresso stabile nel mercato del lavoro.

Per quanto riguarda gli usi privati, le quote più elevate si registrano in Grecia (75,3%), Cipro (75,2%) e Lituania (65,6%). All’estremo opposto si collocano invece Polonia (37,1%), Romania (36,2%) e Italia (24,2%). Anche osservando gli utilizzi scolastici emergono differenze significative tra i paesi europei. Le percentuali più alte si rilevano in Estonia (75,5%), Malta (74,7%) e Portogallo (70,2%). Mentre quelle più basse si registrano in Germania (20,9%), Romania (31,1%) e Finlandia (31,5%). L’Italia si colloca al quartultimo posto.

41,1% la quota di giovani italiani che ha fatto ricorso all’Ia per scopi scolastici negli ultimi 3 mesi del 2025.

Nel complesso, i dati mostrano come il ricorso all’intelligenza artificiale generativa tra gli adolescenti italiani risulti ancora meno diffuso rispetto a quanto osservato in gran parte dell’Unione europea. Come già detto, si tratta tuttavia di un fenomeno in rapida trasformazione e destinato con ogni probabilità a crescere nei prossimi anni. Questa tendenza deve essere analizzata con un approccio scientifico, senza facili entusiasmi ma allo stesso tempo senza allarmismi.

Il diritto a un uso consapevole

Un altro elemento importante da analizzare è capire le motivazioni che spingono una parte non marginale degli adolescenti a non fare uso dell’Ia. Si tratta di un aspetto particolarmente rilevante dal punto di vista delle politiche pubbliche per capire quali possono essere le eventuali criticità.

I dati Eurostat mostrano che, tra i giovani italiani di età compresa tra i 16 e i 19 anni che non hanno utilizzato strumenti di intelligenza artificiale generativa nei tre mesi precedenti l’indagine, la motivazione di gran lunga più frequente è la percezione di non averne bisogno. Lo dichiara il 74,6% dei non utilizzatori, una quota perfettamente in linea con la media dell’Unione europea.

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