Oggi su Disney+, Max Verstappen affronta 100 sfidanti su kart in un format televisivo prodotto da zero, con regole proprie, presentatore e nessun legame con il campionato di Formula 1. È il primo spin-off ufficiale di uno sport che ha già dimostrato di essere qualcosa di più di uno sport. Non è una coincidenza. È un modello.
Centouno kart. Uno stesso circuito, progettato da zero a Silverstone da David Terrien, ex pilota, campione mondiale di karting giovanile, per ospitare una gara che nessuno aveva mai immaginato prima. Da un lato, Max Verstappen: quattro titoli mondiali di Formula 1, i kart nelle mani da quando aveva quattro anni, undici stagioni ai massimi livelli. Dall’altro, cento persone che non hanno mai corso professionalmente: atleti, streamer, creator, celebrity internazionali. Tutti microfonati, tutti in diretta su Disney+, con Mo Gilligan a condurre e una produzione, Whisper, che usa telemetria in tempo reale, grafica da videogioco e riprese con droni.
Max vs 100 è uno show. Ed è anche qualcosa d’altro.
La Formula 1 sta costruendo un franchise
Esiste, nel mondo dell’intrattenimento, un meccanismo che si attiva quando una proprietà diventa abbastanza grande da generare contenuto autonomo: non episodi della storia principale, ma universi collaterali che vivono di vita propria. Chiamiamolo effetto franchise. È quello che trasforma una serie tv di successo nei suoi spin-off, un film in un universo condiviso, un videogioco in una saga.
La Formula 1 è entrata in questo territorio.
Max vs 100 non è una gara di Formula 1. Non fa parte del campionato, non assegna punti, non è nemmeno disputato in monoposto. Eppure esiste, e può esistere, soltanto perché la Formula 1 ha costruito un’audience globale abbastanza ampia e devota da sostenere contenuto che si distacca completamente dalla competizione originale. Verstappen non è lì in quanto pilota di Red Bull in gara: è lì in quanto personaggio, in quanto entità culturale riconoscibile da milioni di persone che non hanno mai visto un Gran Premio per intero.
Perché adesso
Non è un fenomeno improvviso. Ha radici precise.
Drive to Survive, la serie Netflix lanciata nel 2019, ha fatto qualcosa di strutturale: ha trasformato la Formula 1 da sport tecnico per appassionati in drama sportivo per un pubblico generalista. Ha introdotto archi narrativi, personaggi, tensione drammatica. Ha reso piloti e team principal dei protagonisti nel senso televisivo del termine, non soltanto in quello agonistico.
Il film F1 di Apple TV+ e Jerry Bruckheimer, con Brad Pitt, ha amplificato questa traiettoria. La serie Senna su Netflix ha dimostrato che il patrimonio narrativo del motorsport ha valore commerciale indipendente dai risultati in pista. La Formula E, Extreme E, il motorsport virtuale: ogni nuovo formato ha contribuito a espandere il perimetro di cosa può essere «contenuto legato alle corse».
Max vs 100 è il passo successivo: non un documentario, non una fiction, ma un format di intrattenimento dal vivo, con un pilota in attività come protagonista, in un contesto completamente extra-campionato.
Il segnale non riguarda soltanto Disney+ o Red Bull o Verstappen. Riguarda la direzione in cui si muove l’intero sistema.
La differenza che conta per chi investe nel motorsport
C’è una distinzione che vale la pena fare esplicita.
Un evento hospitality, un VIP village a Monza, un accesso al paddock in qualifica, porta un brand dentro il campionato esistente. È un’attivazione che sfrutta un contesto già costruito: il circuito, la gara, la tensione sportiva reale. Il valore dipende dalla prossimità a qualcosa che esiste già.
Max vs 100 è un’altra cosa: è un contesto creato da zero, con le regole proprie di un format televisivo, attorno a un protagonista preso in prestito dalla Formula 1. Il brand che presidia questo tipo di format non è dentro il campionato, è dentro una nuova proprietà culturale che usa il campionato come radice ma cresce in una direzione autonoma.
Non sono due modi diversi di fare la stessa cosa. Sono due categorie di investimento con logiche di ritorno diverse, audience diverse, meccanismi di attivazione diversi. La capacità di riconoscere la distinzione, e di capire quale sia più coerente con gli obiettivi di un brand in un dato momento, è esattamente il tipo di competenza che fa la differenza nella pianificazione di una sponsorizzazione Formula 1.
Cosa succederà ancora
Verstappen è il personaggio più riconoscibile del motorsport mondiale in questo momento. Ma il meccanismo che Max vs 100 mette in scena non dipende da lui in quanto persona: dipende dalla grandezza del sistema a cui appartiene. Lo stesso format, o qualcosa di simile, potrebbe funzionare con Jorge Martín, con Pecco Bagnaia, con qualsiasi pilota che abbia raggiunto una dimensione culturale sufficiente. Potrebbe funzionare con team interi, con circuiti storici, con discipline minori.
La Formula 1 ha già dimostrato che i suoi protagonisti sono abbastanza grandi da sostenere contenuto fuori dal campionato, come conferma anche l’ingresso di Cadillac come undicesimo team F1, un segnale di quanto il sistema stia crescendo. Broadcaster, piattaforme streaming, brand e sponsor hanno capito che questo universo ha una densità narrativa sufficiente per costruire format indipendenti. Il numero di questi format, eventi, docuserie, esperienze live, show televisivi, crescerà.
Chi si occupa di marketing e sponsorizzazione nel motorsport non può trattare questo come rumore di fondo. È una trasformazione strutturale del modo in cui la Formula 1 produce e distribuisce valore. I benefici per un brand che entra nel mondo F1 sono già cambiati rispetto a cinque anni fa: una parte crescente di quei benefici arriva adesso da contenuto che non esiste sul circuito.
Questo è qualcosa che sponsor, broadcaster e property sportive non possono più ignorare. E che andrebbe, oggi più che mai, messo a frutto.
Domande frequenti su Max vs 100 e la Formula 1 come franchise
Cos'è Max vs 100?
Max vs 100 è un format televisivo trasmesso su Disney+ (e ESPN App negli USA) in cui Max Verstappen, quattro volte campione del mondo di Formula 1, affronta 100 sfidanti non professionisti su kart a Silverstone, su un circuito appositamente progettato. La gara si articola in 30 giri: Verstappen parte ultimo e deve superare quanti più avversari possibile.
Chi sono i 100 sfidanti di Max Verstappen?
Il cast include atleti professionisti di discipline diverse (tra cui l’ultrarunner Arda Saatçi e il freestyle mountain biker Matt Jones), streamer internazionali (TheGrefg, Caedrel, TheDonato), creator e celebrity internazionali. Non è presente nessun pilota professionista di motorsport.
Quali sono le regole del format Max vs 100?
I kart sono identici, con un peso totale (pilota più equipaggiamento) di 85 kg. Ogni sfidante dispone di un fast lap, una corsia preferenziale, utilizzabile nei giri 1-15. Verstappen può usare il suo solo nei giri 16-30. Una volta superato da Verstappen, ogni sfidante è eliminato dalla gara.
Perché Max vs 100 interessa a brand e sponsor?
Perché dimostra che i protagonisti della Formula 1 hanno una dimensione culturale sufficiente per sostenere contenuto televisivo indipendente dal campionato. Per i brand, questo significa nuove opportunità di presenza e attivazione fuori dai circuiti tradizionali, con audience spesso diverse da quelle dei Gran Premi.
Questo tipo di format è destinato a crescere?
Sì. Max vs 100 è il primo esempio strutturato di questo tipo, ma la logica che lo sostiene, la Formula 1 come franchise da cui derivare spin-off, è già in atto con docuserie, film (F1 di Apple TV+ con Brad Pitt), serie storiche (Senna su Netflix) e format dal vivo. La tendenza è destinata ad accelerare.
Emanuele Venturoli
Laureato in Comunicazione Pubblica, Sociale e Politica all'Università di Bologna, è da sempre appassionato di marketing, design e sport.
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Emanuele Venturoli
Laureato in Comunicazione Pubblica, Sociale e Politica all'Università di Bologna, è da sempre appassionato di marketing, design e sport.
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Conosco e lavoro con Riccardo Tafà dal 1995, quando per la prima volta abbiamo collaborato insieme ad un progetto per il Team Williams di Formula 1. Da allora abbiamo sviluppato molti altri accordi. Dopo avere lasciato Williams per lavorare con Gerhard Berger alla scuderia Toro Rosso, mi sono rivolto nuovamente a Riccardo per trovare un fornitore di utensili per il team, e Riccardo ha risposto positivamente con un'introduzione ad USAG: la partnership fra USAG e Toro Rosso sarebbe poi durata ben cinque anni. Di recente ho assunto il ruolo di Group Commercial Director per la prestigiosa squadra Andretti Autosport e mi trovo nuovamente a lavorare con Riccardo su una quantità di interessanti progetti. Perchè dunque questa collaborazione dura da così tanto? È un uomo capace, conosce egregiamente il lato commerciale dello sport ed è onesto e affidabile. Riccardo Tafà è un uomo del fare, più che del parlare: in oltre 20 anni non ho mai avuto uno screzio con lui o con una delle aziende che mi ha presentato. Inoltre, ciascuna delle partnership ha generato un ROI notevole sia per lo sponsor che per la parte sportiva. Non riesco a pensare a nessuna migliore testimonianza di questa per descrivere il lavoro di Riccardo.
Jim Wright
Group Commercial Director
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