di Giada Fazzalari
Dal capolavoro che fu “Una questione privata” di Beppe Fenoglio emergeva che i grandi movimenti collettivi, le battaglie e le rivoluzioni non nascono quasi mai da astrazioni ideologiche. E che la storia si muove sempre sulla spinta di un motore intimo: un dramma personale, una ferita, un amore o un’ossessione che appartengono alla carne e all’anima di una persona. Emma Bonino aveva abortito clandestinamente, negli anni ’70, in un contesto segnato dalla paura, dalla solitudine e dall’umiliazione. Da quel giorno Emma aveva deciso che quella umiliazione non avrebbe mai dovuta subirla più nessun’altra donna. Nel 1975 si autodenunciò per aver praticato aborti clandestini, consegnandosi al carcere. L’aborto era un reato punito dal codice penale, fino ad allora, in Italia. Quell’azione di disobbedienza civile fu determinante: nel 1978, grazie alla determinazione di quella donna, dei radicali e dei socialisti, passa la legge sull’interruzione volontaria di gravidanza. In un’Italia sino ad allora profondamente cattolica e conservatrice, si aprì una stagione di laicità e libertà, una vera e propria rivoluzione culturale e dei diritti civili: la Legge Fortuna Baslini, il referendum del ’74 per abrogare la legge sul divorzio, l’aborto. Emma non aveva paura di morire, come non aveva mai avuto paura di vivere. Amava così tanto la libertà da volere che la libertà dalla paura comprendesse anche la libertà dalla paura di morire. Del resto, aveva fatto dell’intera sua vita un fatto politico, e del suo corpo, un manifesto. Un corpo sfruttato, maltrattato, usato come strumento di lotta politica. Non ha mai permesso alla fine incombente di cambiare il suo atteggiamento verso il pericolo di vita. Con lo stesso spirito con cui ha offerto, nel costume dei radicali eroici del Novecento, la sua libertà personale e il suo stesso corpo per le tante battaglie di conquista e di difesa dei diritti, a favore dei troppi a cui quei diritti erano negati. I socialisti hanno condiviso con i radicali e con lei quasi tutte quelle battaglie, e le tante gioie sprigionate da vittorie storiche: su tutte divorzio e aborto. Abbiamo condiviso con Emma l’amore per le libertà, quelle scolpite nel bronzo da Roosevelt: la libertà di pensiero e di parola, la libertà di fede, la libertà dalla paura, la libertà dal bisogno. Di Emma ci restano tanti esempi: le autodenunce, gli scioperi della fame, le battaglie nelle aule parlamentari e nelle piazze, l’impegno per un’Europa federale, patria comune delle libertà e dei diritti, asilo mondiale dei perseguitati, la battaglia contro le mutilazioni genitali femminili, il testamento biologico, abolizione dell’ergastolo, responsabilità civile dei magistrati. Battaglie di minoranza diventate patrimonio genetico della Repubblica. Ma ci resta soprattutto la promessa, mantenuta per tutta una vita, di fare della laicità il metodo con cui leggere la realtà e costruire la partecipazione alla vita della società. Il giudizio contro il pregiudizio, la conoscenza come presupposto indispensabile del giudizio. Per questo siamo stati eretici insieme e per così tanto tempo: fino alla fine. Non ha fatto a tempo a veder maturare i frutti dell’ultimo suo impegno, quello per gli Stati Uniti d’Europa. È un impegno che i socialisti hanno condiviso da subito, e continueranno a condividere anche nel suo nome, fino a quando potremo aggiungere anche questa all’elenco delle tante conquiste comuni. Emma era un po’ burbera, fumantina, battagliera, diretta, libera e libertaria, politicamente scorretta. Ma profondamente umana. Sognava l’Europa e meritava il Colle. Ci sono tante e tanti, oggi, che faranno una ‘staffetta’, tanto cara a Ugo Intini, con un patrimonio che non va disperso. Ciao Emma, ragazza coraggiosa.