Conoscere l'identità di genere. Intervista a Diego Lasio - CIAI

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Nei contesti socio-sanitari ed educativi il confronto con i temi legati all’identità di genere non rappresenta più un’eccezione, ma una realtà quotidiana. Sempre più spesso, professionisti dell’ambito sociale e sanitario si trovano ad affiancare persone, coppie e famiglie che attraversano o pongono domande su questi percorsi con i propri figli e figlie.

Rispondere a questi bisogni richiede una solida competenza clinica e relazionale, capace di superare pregiudizi o incertezze e di offrire uno spazio d’ascolto autentico, informato e privo di giudizio.

Proprio per fornire strumenti di lettura rigorosi e operativi, il prossimo 9 ottobre CIAI promuove un corso di formazione online dedicato a chi lavora nel settore. A guidare il percorso “Identità di genere e interventi professionali affermativi e culturalmente competenti in età evolutiva” sarà Diego Lasio, psicologo e prsicoterapeuta, professore associato all’Università degli Studi di Cagliari dove insegna “Genere, sessualità, intersezionalità” presso il corso di laurea magistrale in Psicologia.

In vista del corso, abbiamo rivolto a Lasio alcune domande per anticipare i nodi cruciali del tema e riflettere insieme sulla formazione specifica su temi così delicati.

Perché un corso su questo tema, oggi, rivolto proprio a chi lavora con minori e famiglie?

Perché nella pratica quotidiana di psicologhe e psicologi, assistenti sociali, educatrici ed educatori ci si imbatte sempre più spesso in bambine, bambini e adolescenti che esprimono un’identità di genere non conforme a quella assegnata alla nascita, e la maggior parte delle figure professionali non ha ricevuto una formazione specifica per accompagnare queste giovani persone. Una recente indagine nazionale sui medici di medicina generale in Italia ha rilevato che meno del 6% ha ricevuto una formazione specifica sui temi della salute delle persone trans*, pur riconoscendo che queste persone incontrano barriere concrete nell’accesso ai servizi. Tra le insegnanti e gli insegnanti la situazione non è diversa: la formazione universitaria su questi temi resta un’eccezione, non la norma. Questo non è un dettaglio tecnico: è la differenza tra un contesto che protegge un minore e uno che, involontariamente, lo espone a ulteriore sofferenza.

Partiamo dalle basi, per chi si affaccia per la prima volta a questi temi. Cosa si intende esattamente per “identità di genere”?

È utile distinguere alcune dimensioni che nel linguaggio comune vengono spesso confuse. Il sesso biologico riguarda le caratteristiche anatomiche, ormonali e genetiche con cui si nasce. L’identità di genere è il senso interno e profondo di essere uomo, donna, entrambi, nessuno dei due, o altro ancora, è qualcosa che una persona sente di sé, non qualcosa che si decide “a tavolino”. L’espressione di genere è il modo in cui questa identità si manifesta esternamente, attraverso l’abbigliamento, i comportamenti, il linguaggio del corpo. L’orientamento sessuale, infine, riguarda verso chi si prova attrazione, ed è una dimensione indipendente dalle prime tre. Confondere questi piani, per esempio scambiare l’identità di genere per un orientamento sessuale, è uno degli errori più comuni anche tra le figure professionali, e può avere conseguenze dirette sulla qualità della relazione di cura o di aiuto.

Come si sviluppa l’identità di genere durante l’infanzia? È un tema che riguarda anche la prima infanzia?

Sì, e proprio per questo è un tema delicato da trattare con rigore. La consapevolezza di un’identità di genere inizia a strutturarsi molto precocemente, nei primi anni di vita, ed è normale che nell’infanzia vi sia una certa variabilità nell’espressione di genere: bambine e bambini che esplorano giochi, abbigliamento o comportamenti tradizionalmente associati all’altro genere, senza che questo indichi di per sé un’identità di genere non conforme stabile. Gli Standards of Care dell’associazione internazionale di riferimento in questo campo sono chiari su un punto: la diversità di genere in età prescolare e nella prima infanzia è considerata un aspetto atteso dello sviluppo umano, non un disturbo. Per questa fascia d’età le linee guida raccomandano un approccio estremamente cauto: nessun intervento medico è previsto prima della pubertà. Ciò su cui professioniste e professionisti possono doversi confrontare quando un’identità non conforme si manifesta in modo persistente, coerente e insistito nel tempo, è al massimo la possibilità di un percorso di transizione sociale (cambio di nome, pronomi, abbigliamento) reversibile e guidato dai tempi del bambino o della bambina, mai imposto né accelerato. Il ruolo delle figure professionali, qui, non è “orientare” in una direzione o nell’altra, ma sostenere famiglie e minori nel comprendere ciò che sta accadendo, senza patologizzare né minimizzare.

Quindi non si tratta di una condizione patologica?

Esatto, ed è un punto su cui la comunità scientifica internazionale converge da tempo. I principali sistemi diagnostici (il DSM-5 e l’ICD-11 dell’Organizzazione Mondiale della Sanità) hanno rimosso la non conformità di genere dalla categoria dei disturbi mentali, riconoscendo che la sofferenza psicologica, quando presente, nasce prevalentemente dallo stigma e dalla mancanza di riconoscimento sociale, non dall’identità di genere in sé. Tuttavia, ed è un dato che emerge anche da una ricerca che abbiamo condotto in Italia su un campione di psicologhe e psicologi, questo cambiamento nei manuali diagnostici non si è ancora tradotto pienamente nella pratica clinica quotidiana. Abbiamo osservato che alcune convinzioni essenzialiste sul genere (l’idea che esistano solo due sessi rigidamente distinti) non minano direttamente la fiducia di una professionista o di un professionista nel proprio lavoro, ma lo fanno indirettamente: attraverso atteggiamenti microaggressivi e medicalizzanti che, quelli sì, riducono in modo significativo la sicurezza percepita nel fornire un supporto realmente affermativo.

Cosa succede, in concreto, quando chi lavora con minori non è formato su questi temi?

Le conseguenze sono documentate e non sono astratte. In una ricerca su oltre 500 insegnanti che operano in Italia abbiamo trovato che chi ha ricevuto una formazione universitaria specifica sui temi dell’identità di genere mette in atto pratiche affermative con maggiore frequenza, perché la formazione attenua l’effetto negativo di credenze essenzialiste sulla propria percezione di competenza. In un’altra ricerca che ha coinvolto persone transgender che hanno avuto esperienze con il sistema sanitario italiano, molte hanno raccontato di essersi trovate, paradossalmente, a dover “educare” le figure professionali a cui si rivolgevano per essere aiutate, un’inversione del rapporto di cura che segnala un vuoto formativo strutturale, non un problema individuale. E quando l’assenza di formazione si somma a fraintendimenti concettuali di base, per esempio confondere identità di genere e orientamento sessuale, come accade anche in contesti clinici, il rischio di causare danno, anche involontariamente, aumenta.

Quali sono le conseguenze concrete di tutto questo per il benessere delle persone minori e delle loro famiglie?

La letteratura scientifica sul cosiddetto “minority stress”, lo stress cronico legato all’appartenenza a un gruppo minoritario stigmatizzato, mostra in modo coerente che non è l’identità di genere in sé a generare sofferenza psicologica, ma l’esposizione ripetuta a discriminazione, microaggressioni e mancato riconoscimento. Al contrario, il sostegno della famiglia e delle figure di riferimento si conferma tra i fattori protettivi più solidi: in una nostra ricerca su persone transgender adulte, livelli più alti di supporto familiare e di qualità della relazione di coppia erano associati a un benessere psicologico significativamente maggiore, indipendentemente da altri fattori. Questo significa che il modo in cui una scuola, un servizio sociale o un consultorio accolgono una persona minore e la sua famiglia in questa fase non è un dettaglio: può fare una differenza concreta e misurabile nel suo percorso di sviluppo.

Cosa significa, in pratica, adottare un “approccio affermativo”?

Significa smettere di considerare la non conformità di genere come qualcosa da correggere, normalizzare o sottoporre a un controllo continuo, quello che in letteratura è chiamato “gatekeeping”, e passare a una logica di ascolto, riconoscimento e risposta ai bisogni reali della persona. Nella ricerca da noi condotta che ha coinvolto persone transgender che hanno avuto a che fare con i servizi sanitari pubblici italiani, abbiamo osservato un dato interessante e un po’ inquietante: molte esperienze venivano descritte come “positive” semplicemente perché non contenevano episodi di discriminazione esplicita, non perché fossero davvero accoglienti. È il segno di un’asticella tarata troppo in basso: l’assenza di ostilità non equivale ancora a una cura affermativa. Anche il linguaggio gioca un ruolo: in un altro nostro studio abbiamo trovato che le convinzioni eteronormative influenzano il livello di disagio o comfort verso un linguaggio più inclusivo, e che questo effetto passa proprio attraverso la conoscenza e l’accettazione delle identità transgender, un ulteriore segnale di quanto la formazione, anche su aspetti che sembrano “solo” linguistici, incida sulla qualità reale delle relazioni professionali.

Cosa porteranno a casa le persone che parteciperanno al corso del 9 ottobre?

Un impianto teorico solido che tocca vari aspetti: dalle dimensioni dell’identità sessuale allo sviluppo dell’identità di genere in età evolutiva, dal quadro delle classificazioni diagnostiche internazionali agli Standards of Care WPATH. Inoltre, saranno offerti strumenti operativi pensati per la pratica quotidiana: come costruire un setting accogliente, come intervenire con le famiglie, come muoversi nella tensione tra pratiche di controllo dell’accesso ai percorsi di cura e promozione di interventi realmente affermativi. Non sarà una giornata solo teorica: gran parte del tempo sarà dedicata a esercitazioni e discussioni guidate su casi concreti.

Il corso può essere utile anche per che pensa di non avere basi su questi temi e magari non sa se iscriversi?È esattamente il pubblico a cui il corso è pensato. Non serve essere persone esperte di questi temi per iscriversi; serve, invece, lavorare, anche solo occasionalmente, con minori e famiglie. Le nostre stesse ricerche mostrano che la formazione specifica è uno dei fattori che più incide sulla capacità delle figure professionali di sentirsi sicure e competenti in questo ambito, indipendentemente da quanto sapessero prima. Chi lavora con l’infanzia e l’adolescenza occupa una posizione privilegiata per intercettare precocemente il disagio e trasformarlo in un percorso di crescita protetto, invece che in una fonte ulteriore di sofferenza.

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Francesca Mineo