«Da grande voglio fare la sindaca come te» hanno detto alcune bambine a Stefania Proietti, quando qualche tempo fa da prima cittadina di Assisi è andata in visita nella loro scuola primaria.
Quando si chiede ai bambini di disegnare uno scienziato, il 34% oggi raffigura una donna: una percentuale che era solo l’1% 50 anni fa: lo rivela uno studio condotto dalla Northwestern University, pubblicato sulla rivista Child Development qualche settimana fa. La ricerca sottolinea anche un altro dettaglio interessante: la percentuale supera il 50% quando a disegnare sono le bambine.
La rivoluzione che conta è quella dell’immaginazione
In questo nuovo 8 marzo vogliamo partire da qui, da due segnali positivi: l’immaginario sta cambiando. Assai lentamente ma sta cambiando. E come ci ricorda Rebecca Solnit – ma ce l’ha spiegato molto bene anche Gianni Rodari – la rivoluzione che conta è quella che avviene nell’immaginazione: non possiamo realizzare ciò che non riusciamo a immaginare, occorre allenare la capacità di pensare il mondo che ancora non c’è.
Un mondo dove le donne non siano persone o cittadine di serie B, dove ci sia spazio per tutte e per tutti, dove nascere femmina non significhi partire con uno svantaggio assai faticoso da recuperare.
Finché i bambini e le bambine vedranno solo un mondo governato e abitato da maschi, dove gli esperti invitati a parlare di scienza e non solo sono unicamente uomini, sarà difficile che le bambine possano proiettarsi nel futuro immaginandosi sindache o scienziate: i due fatti citati all’inizio dimostrano l’importanza dei modelli, l’importanza dell’aumento della presenza femminile in certi ruoli e in certe professioni.
In Italia c’è ancora molta strada da fare
Purtroppo in Italia ancora oggi, a 79 anni dal primo voto delle italiane e dal decreto che ne ha sancito l’eleggibilità, a 77 anni dall’entrata in vigore della Costituzione che sancisce l’uguaglianza di tutti i cittadini senza distinzione di sesso, sono ancora poche le bambine che possono immaginare di diventare come la loro prima cittadina: infatti solo il 16,6% dei Comuni italiani è guidato da una donna, di questi solo quello di Firenze supera i 200 mila abitanti.
Anche in Parlamento le cose non vanno benissimo: sebbene in questo momento ci sia una donna a capo del Governo e una donna a capo dell’opposizione, con le elezioni del 2023 la percentuale di deputate e senatrici è scesa al 31% contro il 35% del 2018, percentuale più alta mai raggiunta e frutto di una rapida e promettente crescita, se pensiamo che nel 2001 erano il 10,17%.
La struttura della società si fonda sul privilegio maschile
A dimostrazione del fatto che i diritti non possono essere dati per acquisiti una volta per tutte: come diceva Susan Sontag nel lontano 1973 (ma sembra ieri!), «nessuna classe dominante ha mai abdicato ai propri privilegi senza lottare. La struttura stessa della società si fonda sul privilegio maschile, e gli uomini non rinunceranno ai loro concreti privilegi soltanto perché farlo è più umano e più equo. Possono dispensare concessioni, accordando a malincuore ulteriori “diritti civili” alle donne. (…..) Ma, per quanto auspicabili, queste concessioni non mettono in discussione gli atteggiamenti di fondo che obbligano le donne a restare cittadine di seconda classe, né affrontano alla radice i privilegi maschili» (da “Il terzo mondo delle donne” in Sulle donne, Einaudi 2024).
Non esistono qualità maschili e qualità femminili, ma solo qualità umane
È questo il punto: occorre porre fine a ogni tipo di stereotipizzazione, sia negativa che positiva, connessa all’identità sessuale. Dalle forme del lavoro, che continuano ad assegnare alle donne il lavoro riproduttivo, invisibile e non retribuito, e agli uomini quello produttivo, al linguaggio, che quando non occulta l’esistenza stessa delle donne veicola la loro inferiorità; dal divario salariale (nel privato le lavoratrici guadagnano il 30% in meno, nel pubblico il 24%, nonostante siano più titolate: le laureate in Italia sono il 23,1% contro il 16,8) al carico della cura, ancora quasi totalmente sulle spalle delle donne.
Perché è proprio partendo dal presupposto che non esistono, come ci insegnava Elena Gianini Belotti, qualità maschili e qualità femminili, ma solo qualità umane, e restituendo a ogni persona che nasce la possibilità di svilupparsi nel modo che le è più congeniale, indipendentemente dal sesso a cui appartiene, che potremo veramente cambiare le cose e liberare le donne da futuri già segnati e anche e in primo luogo dalla violenza che continua ad opprimerle.
Nessuna emancipazione è possibile senza ridurre il potere degli uomini
È una questione di potere e di concezione del potere: nessuna emancipazione delle donne è possibile senza ridurre il potere degli uomini. Aumentare la presenza delle scienziate nei programmi televisivi, nei libri e a scuola è un modo per cominciare, come ci dimostra l’esempio iniziale: è anche così che si scardinano gli stereotipi culturali alla radice della violenza presenti sin da piccoli e sostanzialmente immutati da cinquant’anni a questa parte nonostante tutte le battaglie che ci sono state in mezzo.
Quelli che fanno dire a una delle protagoniste di Anche io (She said il titolo originale, Usa 2022), il film che racconta l’inchiesta giornalistica che ha dato avvio al #MeToo: «Sono passati decenni e il sessismo è sempre lo stesso». Quelli che ancora oggi ci fanno dire a un bambino che piange “Non fare la femminuccia” o a una bambina che vuole giocare a calcio “Sono cose da maschi”. Quelli per cui a un’amministratrice locale può capitare di essere scambiata per la segretaria e di sentirsi dire “L’assessore ci raggiunge?”.
Tina Anselmi diceva che per cambiare il mondo bisogna esserci: non tiriamoci indietro, se vogliamo che i bambini e le bambine continuino a disegnarci. Se vogliamo un mondo più giusto, più libero e meno violento.
Fabiana Martini è autrice del podcast Prospettiva democrazia
puoi ascoltare l’episodio dedicato alla donne cliccando qui sotto