Perché proviamo meno empatia per i pesci? - OIPA Italia

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Perché tendiamo a provare più empatia con un cane, un gatto o una mucca piuttosto che con le specie ittiche? Questa è una delle domande che ci siamo posti in occasione del World Day for the End of Fishing 2025 che cade il 29 marzo, la Giornata mondiale per la fine della pesca e dell’acquacoltura che chiede l‘abolizione dello sfruttamento di pesci, crostacei e cefalopodi.

I pesci e i crostacei sono le vittime più silenziose dello specismo e, per indagarne il motivo, abbiamo chiesto il parere della dottoressa Rossana Silvia Pecorara, psicologa con dottorato in scienze cognitive, che ci ha spiegato l’origine e il meccanismo dell’empatia che proviamo verso gli altri esseri viventi, animali in primis.

Quali animali ci suscitano più empatia

L’empatia è la capacità innata di riconoscere le emozioni altrui come fossero le proprie – spiega la dottoressa. – Più siamo simili a quella specie più è facile provare empatia e compassione per gli esseri che ne fanno parte, soprattutto se li percepiamo come vulnerabili, quindi bambini, o cuccioli, e anziani. Man mano che ci allontaniamo dalla nostra specie, gli esseri umani, e poi dai primati, e infine dalla classe dei mammiferi, il naturale sentimento di empatia tende a scemare“.

Ciò che più ci somiglia, quindi, meglio riuscirà a smuovere le nostre emozioni. In particolare c’è una parte del corpo in grado di comunicarle con più efficacia: gli occhi. “Gli occhi, soprattutto dei mammiferi e dei cuccioli, ci suscitano facilmente empatia – continua Pecorara – ancor di più quelli degli animali che reputiamo “da compagnia”, quelli che culturalmente siamo più abituati a vedere come soggetti dotati di emozioni e non come oggetti a nostra disposizione“.

 Gli occhi sono per noi lo specchio dell’emotività, tanto che alcuni mammiferi hanno imparato a comunicare con l’uomo proprio attraverso lo sguardo. “Cani e gatti hanno appreso, durante la convivenza millenaria con gli umani, a usare efficacemente lo sguardo, sia per poter instaurare un rapporto, sia per ricevere cibo e cure. L’occhio fermo e inespressivo di un pesce non ci suscita lo stesso sentimento di empatia e compassione: la loro sofferenza c’è eccome ma non è visibile nel loro sguardo” continua la dottoressa.

Si può allenare l’empatia?

Dunque, siamo predisposti a provare empatia fin dalla nascita, tranne rarissime eccezioni. “Tendiamo a provare un naturale senso di connessione con l’altro – precisa l’esperta – che aumenta quando siamo emotivamente disponibili. Questa disponibilità dipende dalle esperienze di vita e dalla storia di ciascuno di noi perché il nostro passato può rinforzarci nell’avvicinarci agli altri o nel prenderne le distanze“.

Allenare l’empatia, quindi, è possibile. “Se una persona è motivata, può informarsi sulla sofferenza animale e questo aiuta a generare empatia- spiega Pecorara – oppure si può passare per la via delle emozioni. Vedere immagini o video forti ed espliciti è certamente più efficace che la sola lettura della notizia di un maltrattamento. Non a caso lo sviluppo di una coscienza animalista più diffusa è avvenuto con i social, che permettono di condividere materiali visivi con una facilità e a un ritmo che prima non esisteva”.

Avere empatia non significa solo riconoscere le emozioni nell’altro, ma è il primo passo per provare compassione, lo step successivo. “La compassione è l’empatia in azione – conclude la dottoressa. – Compassione significa andare oltre il riconoscimento delle emozioni negli animali e compiere azioni a sostegno del loro benessere e del loro diritto a vivere. Il che significa, tra le altre cose, non sfruttarli come cibo“.

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