Articolo pubblicato su MondoEconomico
In Italia il lavoro a termine o in forme atipiche è diventato strutturale e, nonostante alcune esperienze virtuose, i giovani restano i più colpiti dalla precarietà e dalla povertà relativa. Come rimodellare l’ingresso nel mondo del lavoro affinché le nuove generazioni abbiano l’opportunità di fare esperienze adeguate?
Sintesi
- Il 38% dei giovani tra i 15 e i 29 anni in Italia viene assunto con un contratto a tempo determinato, mentre la media Ue è del 12%.
- Nel 2022 si sono registrati in Italia oltre 312 mila tirocini, i quali spesso non sfociano in un’assunzione: dopo sei mesi, solo il 56% degli ex tirocinanti ha un lavoro, il 35% resta senza occupazione e il 9% segue un nuovo tirocinio.
- Oggi oltre 1 giovane su 4 vive al di sotto della soglia di povertà relativa.
Ai giovani in ingresso nel mondo del lavoro, il periodo iniziale è spesso descritto come “gavetta”, una realtà necessaria per acquisire esperienza e, con il tempo, avanzare nella carriera. Negli ultimi anni, però, si è aperta una frattura nella narrazione di questo percorso. Da un lato troviamo le vecchie generazioni che considerano tale fase un passaggio obbligato e che spesso trovano il supporto dei media tradizionali nel dipingere i giovani come pigri, svogliati e poco inclini a “fare gavetta”. Dall’altro ci sono i giovani stessi, che vivono questa transizione in prima persona e percepiscono un netto peggioramento rispetto alla generazione dei loro genitori: quella che viene letta come svogliatezza è, in realtà, avversione verso lavori mal pagati, senza tutele e non allineati con il percorso formativo seguito.