Pet therapy in oncologia: benefici, evidenze e resistenze

Compatibilité
Sauvegarder(0)
partager

Dott.ssa Sara Ramponi (San Camillo Forlanini): “La relazione con l’animale riduce lo stress, migliora la qualità di vita e aiuta il paziente a ritrovare equilibrio ed emozioni positive”

Dalla riduzione dello stress al miglioramento della qualità della vita, fino al rafforzamento della relazione tra paziente e operatore sanitario. La pet therapy si sta ritagliando uno spazio crescente anche in ambito oncologico, pur restando ancora ai margini della pratica clinica strutturata. I dati disponibili parlano di effetti positivi, ma la difficoltà di misurare in modo rigoroso una relazione tra esseri senzienti continua a essere un limite per la medicina basata sull’evidenza.

A raccontare potenzialità e criticità di questo approccio è la Dott.ssa Sara Ramponi, oncologa e Dirigente Medico, UOC Oncologia Medica, Azienda Ospedaliera San Camillo Forlanini di Roma ed Educatrice Cinofila, Responsabile di Attività per Interventi Assistiti con gli Animali, che da anni affianca alla pratica clinica un percorso nella cinofilia. Un interesse nato da un’esperienza personale e diventato nel tempo un obiettivo professionale e cioè introdurre gli interventi assistiti con gli animali anche nei percorsi di cura dei pazienti oncologici.

Ramponi si è avvicinata alla pet therapy quasi per caso, adottando un cane disagiato, e lì ha capito concretamente cosa può dare la relazione con un animale. Da quell’incontro prende forma una riflessione più ampia, che oggi si intreccia con la pratica medica e con una domanda ancora aperta: come integrare in modo rigoroso, sicuro ed efficace la relazione uomo-animale all’interno dei percorsi oncologici?

DALLA RELAZIONE CON L’ANIMALE AI BENEFICI PER I PAZIENTI ONCOLOGICI

La pet therapy muove l’espressione immediata delle emozioni, è questo il canale comunicativo che si attiva sia nell’animale, sia nell’uomo”, spiega Ramponi. “Quello che succede, ed è dimostrato, è che si riducono gli ormoni dello stress e aumentano le endorfine, l’ossitocina e la serotonina, quindi c’è una risposta biologica reale”.

Dal punto di vista oncologico, però, la questione è più complessa. “Essendo una relazione tra due esseri senzienti, è difficile avere dati riproducibili e quantificabili. Quello che abbiamo al momento sono dati osservazionali, qualitativi, aneddotici e review. Non abbiamo ancora grandi studi con metodologia rigorosa come quelli a cui siamo abituati. Quello che si vede è che gli interventi assistiti con gli animali hanno un effetto almeno neutro, ma più spesso positivo. Si osservano miglioramenti in parametri come la frequenza cardiaca o la saturazione di ossigeno, ma anche, grazie all’uso di questionari mirati, nella qualità della vita, nella soddisfazione percepita e nella riduzione degli stati d’animo negativi. Tutto è nato quasi per caso negli anni ’60, quando un neuropsichiatra infantile fece entrare il suo volpino durante le sedute con un bambino autistico. Si accorse che, grazie alla presenza dell’animale, riusciva a entrare nel mondo di quel bambino, a farlo uscire da alcune rigidità. Da lì sono cominciati gli studi, inizialmente negli Stati Uniti, soprattutto nell’ambito dei disturbi mentali e poi con gli anziani. In Italia la diffusione è arrivata più tardi, a partire dagli anni ’90”.

CURE PALLIATIVE, PRATICA CLINICA E RESISTENZE

“Nelle cure palliative ci sono delle review che mostrano cosa succede quando gli animali sono introdotti negli ospedali: aumenta l’empatia tra operatori e pazienti, crescono le emozioni positive, migliora la sensazione di autoefficacia e la qualità della vita. Non solo, si riduce anche lo stress degli operatori sanitari. In ambito pediatrico l’introduzione degli animali è più semplice, ci sono meno resistenze. Per esempio, al Meyer di Firenze, in una piccola casistica di 50 bambini (25 con presenza del cane e 25 senza), mettendo un cane vicino durante un prelievo si è visto che il livello di cortisolo è più basso. Negli adulti, invece, persistono timori, c’è più rigidità, soprattutto su igiene e sicurezza. In realtà quelli impiegati per la pet therapy sono animali estremamente controllati, seguiti dal punto di vista sanitario e comportamentale, vaccinati, valutati anche per capire se in quel momento possono svolgere quell’attività. Paradossalmente è più probabile che sia l’ospedale rischioso per loro, piuttosto che il contrario”.

Un punto su cui Ramponi insiste è la professionalità degli interventi. “Non è semplicemente amore per gli animali. È un lavoro di équipe composta dal coadiutore del cane, il veterinario che certifica la salute fisica e mentale dell’animale, il medico e lo psicoterapeuta che costruisce il progetto”.

PERCHÉ PUÒ FARE LA DIFFERENZA NEI PAZIENTI ONCOLOGICI

Il paziente oncologico è un paziente con altissimi livelli di stress, ansia, depressione e fatigue, che non è una semplice stanchezza ma una profonda prostrazione che non migliora con il riposo. Qui la relazione con l’animale assume un ruolo specifico. Noi lavoriamo sulla corregolazione, cioè sulla relazione tra sistemi nervosi. L’animale è non giudicante, non ha sovrastrutture e aiuta il paziente a regolarsi, a sentirsi più sicuro e anche a relazionarsi meglio con l’operatore sanitario. I benefici sono diversi. Ci sono effetti emotivi, con riduzione di ansia e depressione, ma anche effetti fisici, in cui le endorfine riducono la percezione del dolore, si abbassa la frequenza cardiaca legata allo stress, migliora la variabilità cardiaca. Poi ci sono benefici relazionali evidenti, meno isolamento, più comunicazione, più fiducia. Anche i gatti possono essere molto efficaci. Ci sono gatti che adorano il contatto con l’uomo e anche solo accarezzarli fa stare meglio. Se si hanno spazi esterni poi, si possono coinvolgere anche cavalli o asini”.

Sulla questione delle razze canine chiarisce: “Non conta la razza ma l’individuo, ed è il veterinario che valuta il comportamento del singolo animale. Ci sono anche pitbull che lavorano benissimo con gli esseri umani e sono molto affettuosi. Un mese fa sono venute delle operatrici di Pawsitive Therapy con un pinscher, Pepita. Il pinscher è praticamente considerato il dobermann in miniatura e si pensa che non sia un cane particolarmente socievole. Invece ha fatto sorridere gli operatori sanitari, è stato comico, divertente e affettuoso, perché quel cane, Pepita, è così. Ha una sua personalità, come gli esseri umani, possiamo essere in un modo o in un altro, possiamo essere empatici, resilienti, oppure no. Vale lo stesso per gli animali”.

PROGETTI, OSTACOLI E PROSPETTIVE FUTURE

“Le resistenze nel mondo degli adulti ci sono ancora, anche tra i medici. Per questo è importante partire gradualmente, magari da spazi dedicati e poi arrivare ai reparti. In alcune realtà, come il Bellaria di Bologna, i cani entrano già durante le sedute di chemioterapia”. Il progetto su cui la dott.ssa Ramponi sta lavorando, insieme al Prof. Baldelli, punta proprio a questo. “L’idea è creare uno spazio esterno all’ospedale, una sorta di laboratorio dove i pazienti possano fare attività con gli animali come passeggiate, letture, ma anche attività educative come nutrire o prendersi cura dell’animale. Ciò aiuta anche a superare le resistenze”.

Sugli studi per sostituire gli animali con robot, la posizione è netta. “La corregolazione nasce dalla relazione tra esseri senzienti. Con un robot non c’è empatia, non c’è sincronizzazione reale, è una macchina. La relazione è il punto centrale”.

La sfida, oggi, resta quella della validazione scientifica. “Il limite è che non è un farmaco, è una relazione. Ma gli strumenti per studiarla ci sono: questionari sulla qualità della vita, parametri fisiologici, livelli di cortisolo, studi randomizzati. Possiamo produrre dati solidi e costruire linee guida. Un passaggio necessario per portare definitivamente la pet therapy dentro i percorsi oncologici”.

Coordonnées
info@osservatoriomalattierare.it (Ivana Barberini)