La sfida della convivenza - Slow Food - Buono, Pulito e Giusto.

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Varazi: «Il lupo non è un totem da idealizzare né un nemico da abbattere. È una specie protetta, con un ruolo ecologico preciso. Serve una visione capace di tenere insieme lavoro dell’uomo, natura e giustizia territoriale: nelle terre alte non si salva l’una senza gli altri»

Il caso della morte di decine di lupi per bocconi avvelenati, nel cuore del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, impone una premessa: siamo di fronte a episodi di grave illegalità. A dirlo non sono soltanto le associazioni ambientaliste, ma amministratori locali, allevatori e rappresentanti delle categorie produttive. Perché chi dissemina veleno non difende né il lavoro né le comunità e mette a rischio persone, animali selvatici e domestici, biodiversità, economia locale e futuro dei territori.

Pecora Brogna, Presidio Slow Food – © Marco Malvezzi, Archivio Slow Food

Allo stesso tempo, liquidare la rabbia di chi vive di pastorizia sulle nostre montagne e vede nel tempo crescere le predazioni, sarebbe un errore. Il pastore che trova le pecore e il cane da guardia sbranati, che vede incrinarsi equilibri stabili da anni e calare le rese in latte, sostiene un costo reale e quotidiano che non è più solo economico, ma anche psicologico. I pastori sentono di non riuscire più a proteggere il bestiame, gli animali da parte loro sono spaventati e spesso abortiscono, per non parlare delle razze autoctone ovine a rischio di estinzione, come l’Alpagota e la Brogna, Presidio Slow Food, dove la presenza di lupi ha quasi dimezzato i capi recuperati in decenni di lavoro di selezione.

Negare questi problemi, sminuirli o nascondere il fatto che il tema lupo e fauna selvatica, in genere, non sono gestiti adeguatamente dalle istituzioni, sarebbe miope e ipocrita. Così come non tenere in considerazione che il settore della pastorizia, già afflitto da mille problemi, se non aiutato in questo frangente, rischia di soccombere definitivamente.

La fatica dei pastori è concreta, troppo spesso osservata da lontano con superficialità. Il punto di partenza, se si vuole affrontare seriamente il tema, è riconoscere questo disagio senza trasformarlo in propaganda.

La convivenza è l’unica strada possibile

Il lupo appenninico è ritornato perché la montagna è stata abbandonata e questo animale ha rioccupato una nicchia ecologica. La natura riempie i vuoti. Tuttavia, la presenza di oltre 3000 lupi (siamo il paese europeo con più capi di questo predatore) impone una gestione migliore dell’attuale.

Eliminare un branco non cancella il problema: libera semplicemente un territorio che verrà rapidamente occupato da altri esemplari. Ma eliminare capi specifici, problematici, individuati da chi dovrebbe monitorare e conoscere le criticità, non dovrebbe essere un tabù.

Concentrarsi solo sul lupo trascura il fatto che molti danni derivano anche dagli squilibri prodotti negli anni dall’eccesso di ungulati, in primis cinghiali, o da lupi ibridati con cani.

L’unica strada praticabile è la convivenza, che significa, innanzitutto, sostenere gli allevatori con strumenti efficaci: cani da guardiania selezionati, recinzioni adeguate, assistenza tecnica, indennizzi tempestivi, gestione attenta del pascolo, supporto per pagare guardiani. Occorre prevenire i danni invece di inseguire emergenze continue. Dove misure adeguate sono state applicate con continuità, il conflitto si è ridotto sensibilmente.

© Pastello Factory – Archivio Slow Food

Ne va anche il destino delle terre alte

Per Slow Food la questione riguarda anche il destino delle aree interne, della pastorizia estensiva e del presidio umano delle montagne. Difendere chi produce cibo buono, pulito e giusto significa mettere allevatori e comunità nelle condizioni di restare sui territori, senza essere lasciati soli davanti ai costi della convivenza con la fauna selvatica. Conoscere e mettere in pratica le tecniche più efficaci di mitigazione e gestione dei danni è ciò che si insegna alla Scuola di perfezionamento per la pastorizia estensiva di Calascio.

Il lupo non è un totem da idealizzare né un nemico da abbattere. È una specie protetta, con un ruolo ecologico preciso. La sua gestione richiede dati scientifici, monitoraggi indipendenti, analisi rigorose e politiche pubbliche serie, non scorciatoie emotive né campagne di contrapposizione. Serve una visione capace di tenere insieme lavoro dell’uomo, natura e giustizia territoriale: nelle terre alte non si salva l’una senza gli altri.

Federico Varazi, vicepresidente di Slow Food Italia
da L’Extraterrestre del 7 maggio 2026

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