Il 10 gennaio il Comitato della società civile per il No al referendum costituzionale sulla giustizia ha dato il via alla campagna elettorale
È partita ufficialmente sabato 10 gennaio la campagna elettorale per il NO al referendum costituzionale sulla giustizia, con un’iniziativa pubblica che ha visto insieme ai rappresentanti del Comitato della società civile per il No al referendum costituzionale sulla giustizia anche le forze politiche che hanno contrastato la riforma Nordio, il comitato referendario dell’Anm e i cittadini promotori della raccolta firme.
L’obiettivo della campagna è difendere l’autonomia e l’indipendenza della magistratura da una revisione costituzionale che, secondo il comitato, modifica l’equilibrio dei poteri previsto dalla Costituzione. “La riforma della giustizia” ha spiegato Daniela Padoan, scrittrice, saggista e presidente di Libertà e Giustizia, al lancio della campagna “è parte di un progetto complessivo di stravolgimento costituzionale che passa per l’autonomia differenziata e porta dritto al premierato. È un attacco alla natura stessa della nostra democrazia, che si vorrebbe legata a un potere esecutivo, a un capo eletto dal popolo che interpreta e amministra le leggi e la loro applicazione senza più essere soggetto a controlli e bilanciamento dei poteri“.
La riforma, si è sottolineato da più parti, non nasce da un confronto ampio nel Paese ma da un percorso accelerato, senza un vero dibattito in Parlamento: come ha ben specificato Gianfranco Pagliarulo, Presidente di ANPI, “il disegno di legge, presentato non dal Parlamento ma dalla presidente del Consiglio dei Ministri, dopo due successive deliberazioni di ciascuna camera non è cambiato di una virgola. Il Parlamento non ha avuto nessun ruolo nel processo di formazione e approvazione di una modifica della Costituzione“.
Gianfranco Pagliarulo ha poi sottolineato: “Questa legge non riforma la giustizia: non rende più brevi i tempi dei processi, non aumenta il numero dei magistrati, né del personale tecnico amministrativo, non migliora la digitalizzazione. Non solo: non c’è nulla sulla grande maggioranza dei processi, quelli civili, tributari, amministrativi, del lavoro; non c’è nulla sulle carceri, che sono sempre più una discarica sociale“. “A detta di Meloni, la riforma della giustizia e la riforma della Corte dei Conti – ha continuato Pagliarulo – rappresentano la risposta a un’intollerabile invadenza. Vogliono le mani libere, con i cittadini soli davanti a una giustizia addomesticata, a fronte di un immaginario che viene costruito per cui la magistratura è una casta, in gran parte faziosa e potenzialmente corrotta. Ne deriva la necessità di dividerla e colpirne l’autonomia”.
Enrico Grosso, avvocato costituzionalista, presidente del comitato referendario “Giusto dire no” ha spiegato: “La riforma Nordio ha un impatto concreto sulla vita di tutti. La vera posta in palio di questo referendum è la messa in pericolo del principio di autonomia e indipendenza della magistratura dalla politica, del principio di separazione tra i poteri e del loro equilibrio“. Continua: “Se passa la riforma Nordio, la diminuzione di autonomia e indipendenza della magistratura avverrà perché si abbasseranno i presidi che le garantiscono in concreto. I giudici, e non solo i pubblici ministeri, saranno meno indipendenti, più a rischio di soggezione dalla politica, perché saranno meno liberi: un giudice è davvero libero, quando si tratta di prendere decisioni scomode, solo se non è impaurito, intimidito. A questo serve un CSM elettivo e autorevole, con maggioranza di magistrati che garantiscano davvero l’autogoverno. Così volle il Costituente e non a caso, lo volle perché fosse organo di difesa attiva della magistratura dalle ingerenze del potere politico, che nel periodo fascista erano state continue e persistenti“.
“È una riforma di potere, non di servizio pubblico – ha aggiunto Anastasia Ascenzi, lavoratrice precaria del Ministero della Giustizia presso il Tribunale di Roma – Una riforma di assetti interni, non di diritti. Chi lavora nella giustizia sa che le decisioni migliori vengono prese quando vengono garantite l’indipendenza, l’autonomia e l’imparzialità di chi è tenuto a svolgere una funzione giudicante e una funzione requirente, con l’ausilio necessario di un team. L’indipendenza della magistratura non è un privilegio dei magistrati, è una garanzia per i cittadini“.
“I problemi strutturali della giustizia – ha ricordato Ascenzi – non si risolvono cambiando le regole sulla carta, ma investendo sul lavoro, sul personale, sulla stabilizzazione e sull’organizzazione. I tempi di lavoro non dipendono da un diverso meccanismo di valutazione o da un diverso organo disciplinare, ma da carichi di lavoro insostenibili, da riforme inadeguate, da scoperture d’organico, da personale precario, da uffici sottodimensionati e da sistemi informatici inadeguati e non funzionanti“. La riforma non tocca per nulla questo aspetto.
“Per quello che vedo, per le persone con cui parlo e frequento”, ha commentato il segretario della Cgil Maurizio Landini “se parli di separazione delle carriere spesso non sanno di che cosa stai parlando”. Se, invece, ha aggiunto, parliamo del non funzionamento della giustizia, il discorso cambia perché spesso le persone, vivono su di sé tante volte questa situazione. Landini cita il caso dei 12 mila precari della giustizia che a luglio rischiano di essere lasciati a casa: “Senza di loro ci sarà un secco peggioramento del funzionamento della giustizia”. Quando si parla di giustizia e del suo mal funzionamento non si può non pensare ai morti sul lavoro: “Quanti processi sono andati in prescrizione per questo motivo”?
COSA PREVEDE LA RIFORMA NORDIO
Il Consiglio Superiore della Magistratura
La riforma frammenta il Consiglio superiore della magistratura, ne riduce il ruolo, introduce il sorteggio casuale dei componenti per azzerare il potere delle correnti. “Una bugia – commenta Pagliarulo – le correnti rimarranno, ma potrebbe avvenire che con il sorteggio siano eletti tutti magistrati della stessa corrente, magari di minoranza o tutti di prima nomina o tutti uomini. È un altro modo per indebolire e umiliare la magistratura, divisa nei due consigli superiori“. La legge inoltre prevede la scelta dei membri laici attraverso liste decise dalla maggioranza parlamentare – con un chiaro rischio di interferenze politiche sull’organo. Spiega il comitato: “Un Csm in mano al caso è più debole”, meno competente e meno capace di difendere l’indipendenza dei giudici.
La separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri
Separare le carriere di giudici e pm non migliora l’efficienza del sistema giudiziario ma aumenta il rischio di un il pm che dipendere dall’esecutivo. Un modello che avvicina l’Italia a un controllo politico dell’azione penale e allontana i cittadini da un arbitro realmente imparziale.
L’Alta Corte disciplinare
La riforma prevede anche un nuovo organo che gestirà i procedimenti disciplinari dei magistrati, finora di competenza del CSM. Composto da una combinazione di giudici, accademici, avvocati e senza il controllo finale della Cassazione, viene ritenuta “più permeabile” alle pressioni esterne. Un organo percepito come “esterno”, che può punire con sanzioni, può condizionare l’attività giudiziaria, soprattutto nei procedimenti più sensibili.
Il Comitato, presieduto dal professor Giovanni Bachelet, è promosso e composto da: Cgil, Anpi, Acli, Arci, Auser, Libera, Libertà e Giustizia, Legambiente, Giuristi Democratici, Salviamo la Costituzione, Coordinamento per la democrazia costituzionale, Sbilanciamoci, Lega per le autonomie locali, Articolo 21, Pax Christi, Centro per la riforma dello Stato, Medicina Democratica, Comitati per il NO ad ogni autonomia differenziata, Movimenti per l’acqua bene comune, Lavoratori precari della giustizia, Insieme per la giustizia, Comma 2 Lavoro e Dignità, Rete della Conoscenza, Rete degli Studenti Medi, Unione degli Universitari, Costituzionalisti per il NO.
Tantissime altre realtà e personalità, nazionali e territoriali, hanno aderito o stanno aderendo al comitato.
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