Il primo del 2026 e quello in cui Fabio ci ha ricordato, attraverso un quiz, che YouTube è più “giovane” di Facebook (anche se di un anno).
TOAST! è un incontro dal vivo che facciamo una volta al mese per parlare di quello che è successo di interessante nel mondo della tecnologia, della cultura, della comunicazione e della pubblicità. È progettato e tenuto dalla nostra collaboratrice Sarah Marseglia, che ogni volta coinvolge anche un membro di Hagam per un intervento di approfondimento.
Ecco di cosa si è parlato questo mese.
I calendari dell’avvento sono ormai un’altra occasione di consumo che popola il calendario marketing di molti marchi: ce ne sono di tanti tipi (dalle esche e accessori per la pesca, alle mignon di gin) e di diverse fasce di prezzo. Funzionano per tanti motivi, tra cui la capacità di soddisfare un piccolo rito quotidiano e su misura per noi, che scandisce le nostre giornate, ci sorprende e rassicura. Di marketing e attesa, si parla nella puntata Finestrelle sull’infanzia del podcast Laser.
«Mettici quindi un sistema che non punti più ai bambini, dalla relativa capacità di spesa, ma inglobi anche gli adulti-bambini, faccia in modo di obnubilare il target su quanto sia poco il prodotto nel CCA (ehi, non sono 24 flaconcini di qualsiasi cosa, dal profumo, alla crema, al whisky invecchiato mille anni, tutti assurdamente piccoli, “è un calendario dell’avvento”), che ti permetta di fatturare in anticipo – essi perché te lo devi comprare ben in tempo per il primo dicembre – e quindi anche senza infilarsi nelle imprevedibili spedizioni a ridosso del natale. È perfetto per coprire il tempo commerciale che passa prima di Halloween – si inizia a proporlo alle PR compiacenti dei giornali subito dopo il back to school, per l’inevitabile “i migliori dieci calendari dell’avvento scelti dalla nostra redazione” – e come tappabuchi tra un black friday e l’altro.» scriveva nel 2024 Gianluca Diegoli sulla sua newsletter Il venerdì di [mini]marketing.
Mc Donald’s Netherlands ha ritirato il suo spot natalizio dopo le critiche ricevute a causa dell’utilizzo dell’AI, che secondo molti lo ha reso un ennesimo esempio di AI slop (ad altri, invece, non è piaciuto l’accostamento tra il Natale e lo stress). Allo stesso tempo, alcuni brand hanno capito che gli spot pubblicitari fatti con l’AI infastidiscono il pubblico e dunque, anziché utilizzarla hanno provato a prenderla in giro, di fatto prendendo una posizione sul tema: Heineken e Polaroid per esempio, ma anche Blue Diamond con i Jonas Brothers. Il marchio statunitense di palestre di lusso Equinox, propone una sfumatura diversa: «Krish Menon, fondatore di Angry Gods, l’agenzia che collabora con Equinox a questa campagna, sostiene che tali esempi [l’ultima campagna pubblicitaria di Equinox, ndr] non rappresentano una critica alla tecnologia in sé, ma solo un cattivo uso della stessa. “Non si tratta affatto di una lotta tra uomo e intelligenza artificiale: noi usiamo l’AI. Riguarda l’idea che la cultura stia perdendo il controllo su ciò che è reale e che il fitness sia uno degli ultimi luoghi della verità”, ha affermato. “Si può fingere di essere in forma, ma non esserlo. Si può fare molto nelle foto, ma non ci si sentirà meglio”.» [Hollywood Reporter]
Come reagiscono le persone ai contenuti fatti con l’AI? A questo punto del TOAST! abbiamo condiviso un paio di articoli interessanti sul tema: La maggior parte delle persone sa riconoscere immagini e testi generati da AI e Pubblicità reali o fatte dall’AI, cosa preferisce il cervello?