Smartphone e adolescenti, la sfida educativa al centro dell’incontro Con Alberto Pellai al Collegio Gallio - Emporio delle Parole

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Auditorium del Collegio Gallio gremito lunedì (12 gennaio 2026) per la serata inaugurale di un ciclo dedicato alle grandi sfide educative del nostro tempo.
A introdurre i lavori il rettore padre Lorenzo Marangon, che ha annunciato anche i prossimi appuntamenti organizzati dal Gallio con il sostegno del Consiglio del rettore, della segreteria e del corpo docente, in calendario nei mesi a venire:
il 9 febbraio alle 18 con la psicologa e psicoterapeuta Annamaria Curtale, il 26 marzo alle 20.30 con Eduardo Missoni, educatore e medico italiano, già segretario generale dell’Organizzazione mondiale del Movimento scout, e un ultimo momento di confronto, ancora da calendarizzare, con i sociologi e docenti dell’Università Cattolica Mauro Magatti e Chiara Giaccardi.

Ospite della serata, dal titolo «Educare al digitale, educare alla vita», Alberto Pellai, medico e psicoterapeuta dell’età evolutiva, tra i più autorevoli esperti italiani sui temi dell’educazione affettiva e del rapporto tra adolescenti e tecnologie digitali. A moderare il dialogo il giornalista Paolo Annoni.
Padre Lorenzo Marangon, nella sua introduzione e nel confronto con Pellai, ha richiamato genitori, docenti ed educatori, confermando quanto il tema dell’uso degli smartphone e dei social network sia oggi centrale nel percorso di crescita dei ragazzi. Pellai ha scelto un linguaggio profondo ma diretto, ricco di esempi tratti dall’esperienza clinica e dalla vita quotidiana, evitando ogni approccio ideologico.
Tra i passaggi più incisivi, il racconto delle reazioni estreme osservate in alcuni adolescenti alla sospensione improvvisa dei videogiochi online. Pellai ha descritto episodi di rabbia incontrollata, con ragazzi arrivati a colpire la madre o a sbattere la testa contro il muro dopo ore consecutive passate collegati a giocare.
«Reazioni che non si sono mai viste – ha sottolineato – quando a un bambino viene tolto un gioco in scatola». Un segnale chiaro, secondo il medico, di come l’uso prolungato e non regolato degli schermi possa alterare la capacità di autoregolazione emotiva.

Pellai ha citato anche dati clinici preoccupanti e studi di pediatri sugli effetti dello smartphone sulla Generazione Z, i cosiddetti nativi digitali. Tra questi, l’aumento della miopia tra i bambini italiani, collegato all’uso intensivo degli schermi, e l’esposizione sempre più precoce alla pornografia, con conseguenze pesanti sullo sviluppo affettivo dei preadolescenti. Da qui l’invito a posticipare l’accesso ai social: «I pediatri dicono fino ai 18 anni, ma almeno fino ai 16», già una realtà in alcuni Paesi come l’Australia. Fondamentale anche costruire alleanze educative tra famiglie e creare occasioni di relazione tra i ragazzi e altri adulti, portatori di esperienze e modelli diversi da quelli patinati dei social. In questa prospettiva si inserisce il progetto dei Patti digitali di comunità, presentato nel corso della serata, con l’esperienza di «Aspettando lo smartphone Como». Un’iniziativa che punta a condividere regole comuni sull’uso della tecnologia, riducendo la pressione sociale e favorendo il dialogo tra genitori, scuole e realtà educative. «Le educatrici del nido dove lasciate i vostri figli sanno gestire il distacco dalla mamma o dal papà – ha osservato – ma non il distacco dal dispositivo elettronico». Un fenomeno che rischia di interferire con lo sviluppo neurologico e relazionale. Altro nodo centrale, il ruolo dei genitori e il recupero dell’autorevolezza educativa. Pellai ha invitato a superare il timore di «controllare» i figli, spiegando che il controllo, se motivato e dichiarato, è una forma di protezione.
«Un controllo settimanale dello smartphone non è una violazione della privacy, ma un atto educativo. Il giorno prima loro cancelleranno file e cronologia, ma almeno si saranno posti il problema», ha affermato, ricordando che i ragazzi devono sapere che un adulto vigila sulle loro connessioni.
«Dire a un figlio “vai in camera tua” oggi è la cosa più sbagliata – ha aggiunto – significa spesso spingerlo a chiudersi nel suo mondo virtuale». Molto efficace anche l’immagine usata per spiegare perché non regalare uno smartphone troppo presto, ad esempio alla Prima comunione. «E se una zia molto ricca – ha chiesto Pellai – regalasse una Ferrari a vostro figlio di dieci anni? Non gliela fareste guidare, semplicemente perché non è in grado di farlo. Lo smartphone connesso è la stessa cosa: i nostri figli preadolescenti sanno andare in bicicletta, ma metterli online senza preparazione è come mandarli in bicicletta sull’autostrada, nel pieno del traffico».

Pellai ha citato anche dati clinici preoccupanti e studi di pediatri sugli effetti dello smartphone sulla Generazione Z, i cosiddetti nativi digitali. Tra questi, l’aumento della miopia tra i bambini italiani, collegato all’uso intensivo degli schermi, e l’esposizione sempre più precoce alla pornografia, con conseguenze pesanti sullo sviluppo affettivo dei preadolescenti.
Da qui l’invito a posticipare l’accesso ai social: «I pediatri dicono fino ai 18 anni, ma almeno fino ai 16», già una realtà in alcuni Paesi come l’Australia. Fondamentale anche costruire alleanze educative tra famiglie e creare occasioni di relazione tra i ragazzi e altri adulti, portatori di esperienze e modelli diversi da quelli patinati dei social. In questa prospettiva si inserisce il progetto dei Patti digitali di comunità, presentato nel corso della serata, con l’esperienza di «Aspettando lo smartphone Como».
Un’iniziativa che punta a condividere regole comuni sull’uso della tecnologia, riducendo la pressione sociale e favorendo il dialogo tra genitori, scuole e realtà educative.

Nel momento conclusivo, con la partecipazione anche del pubblico, padre Lorenzo Marangon ha collegato le riflessioni di Pellai alla tradizione educativa somasca, richiamando il tema della «libertà vera» e del limite come atto d’amore. Nelle parole finali ha ringraziato il relatore per aver restituito agli adulti una bussola fatta di empatia, presenza e responsabilità. «Educare – ha detto – non significa spegnere dispositivi, ma accendere la nostra capacità di essere guide autorevoli e testimoni di senso». «Proprio su questo tema – ha aggiunto – mi tornano in mente le parole accorate che Papa Leone ha rivolto recentemente ai giovani e agli educatori:
“L’educazione ci insegna a guardare in alto: è come un cannocchiale che ci permette di guardare oltre”». E ha concluso con un monito quanto mai attuale: «Ragazzi, non lasciate che sia l’algoritmo a scrivere la vostra storia».

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Redazione