Ripristinare tutte le foreste perse dal 1850 a oggi raffredderebbe il pianeta di circa 0,34°C.
È il risultato di uno studio del 2025 guidato dalla University of California, Riverside, pubblicato su Communications Earth & Environment. Un valore tutt’altro che trascurabile: equivale a circa un quarto del riscaldamento globale causato finora dalle attività umane.
Lo studio però chiarisce un punto spesso semplificato nel dibattito pubblico: non tutte le foreste raffreddano allo stesso modo.
Nelle regioni tropicali la riforestazione è estremamente efficace, grazie all’evapotraspirazione e alla formazione di nubi che riflettono la radiazione solare. Alle alte latitudini, invece, entra in gioco il cosiddetto paradosso dell’albedo: foreste scure che assorbono più calore possono compensare – o addirittura superare – i benefici del carbonio assorbito, soprattutto in aree oggi innevate.
C’è poi un aspetto meno noto ma cruciale: il ciclo dell’acqua. Le grandi foreste funzionano come vere e proprie “pompe biotiche”, richiamando umidità dagli oceani verso l’interno dei continenti. Il loro ripristino aumenterebbe le precipitazioni nelle aree continentali interne, contribuendo a ridurre il rischio di siccità estive e a stabilizzare i climi regionali.
In termini di carbonio, il recupero delle foreste pre-industriali potrebbe sequestrare fino a 367 gigatonnellate di CO₂, pari a circa 10–20 anni delle attuali emissioni globali. Ma attenzione alla variabile tempo: gli alberi impiegano decenni per crescere. Per questo la riforestazione è una leva importante, relativamente economica e con benefici collaterali enormi, ma non può sostituire il taglio rapido e profondo delle emissioni da combustibili fossili.
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