Non esistono linee guida universali per la valutazione dell'idoneità, e spesso la semplice diagnosi di cardiopatia sembra sufficiente per ritenere che la persona non possa guidare
Oggi, rispetto al passato, chi è affetto da malattie cardiovascolari e da diabete mellito ha maggiori possibilità di ottenere o rinnovare la licenza di guida, a patto di sottoporsi a regolari controlli e valutazioni mediche. In seguito alla direttiva 2016/1106 della Commissione Europea, infatti, il Ministero dei Trasporti ha recepito i cambiamenti avvenuti grazie ai progressi della medicina, e con il Decreto Ministeriale del 26 gennaio 2018 ha introdotto importanti novità riguardo la licenza di guida per chi soffre di queste patologie.
L'allegato III del decreto legislativo 59/2011, dunque, è stato modificato, prevedendo che per determinate patologie cardiovascolari l'idoneità al rilascio o al rinnovo della patente debba essere attestata da un medico specializzato in cardiologia appartenente ad una struttura pubblica, che può prevedere termini di validità inferiori a quelli ordinari. Fra queste condizioni ci sono anche le cardiopatie congenite: difetti strutturali del cuore e dei grandi vasi presenti fin dalla nascita e causati da un'alterazione dello sviluppo durante la vita fetale. Si tratta delle anomalie congenite più comuni, che si verificano in quasi l'1% dei nati vivi. Una categoria che, come segnalano diversi pazienti, sarebbe la più ostacolata dalle commissioni mediche per le patenti di guida.
“Purtroppo, negli anni, noi adulti con cardiopatia congenita abbiamo riscontrato numerosi problemi: le commissioni tendono a raggruppare tutte le cardiopatie in un unico 'calderone', spesso equiparandole alle cardiopatie ischemiche dell’adulto”, spiega Silvia Cavattoni, a nome degli amministratori del gruppo Facebook “Genitori di bambini e adulti con cardiopatie congenite”, attivo dal 2011 e con più di 6.000 membri. “Inoltre, non comprendono la specificità della cardiopatia congenita, né nella fase giovanile né, tantomeno, in un adulto di cinquant'anni e oltre: la semplice diagnosi di cardiopatia sembra sufficiente per ritenere che la persona non possa guidare, e non c’è spazio per spiegazioni”.
Purtroppo non esistono linee guida universali, ma solo indicazioni locali. Ad esempio, il protocollo operativo della ASL Roma 2 consente il permesso di guida per un solo anno a chi ha un'insufficienza cardiaca di classe NYHA 1 (la meno grave: nessuna limitazione dell'attività fisica), mentre per le altre tre classi la guida è ritenuta incompatibile. Per quanto riguarda gli impianti come pacemaker e ICD (defibrillatore automatico impiantabile), alcune commissioni rilasciano il permesso per massimo due anni, altre per uno solo, altre ancora non lo concedono nel modo più assoluto.
“Ciò crea una disparità tra le commissioni di diverse aree, con il risultato che ci troviamo a non poter guidare o a subire limitazioni considerevoli, pur essendo in grado di lavorare e fare anche lavori pericolosi. Le commissioni, infatti, spesso rispondono che, essendo cardiopatici, possiamo rischiare un infarto mentre guidiamo, senza tenere conto che nessuno è esente da rischi e che gli arresti cardiaci avvengono più frequentemente in persone senza precedenti di cardiopatia diagnosticata”, sottolinea Silvia Cavattoni.
“Ci sono casi di persone a cui è stato sospeso il documento per tre mesi, altri che hanno ricevuto il permesso di guida solo per tre o sei mesi, e altri ancora, con impianto di dispositivi cardiaci, che sono stati soggetti a limitazioni al limite del ridicolo, non compatibili con una cardiopatia congenita, come la possibilità di guida solo fino al tramonto (come se il cuore si fermasse al calar del sole), il limite dei 90 km/h (come se superare tale velocità potesse causare un sussulto al cuore) o il divieto di guida in autostrada (dove sembra che il cuore si agiti troppo a causa della velocità e del traffico)”, prosegue con ironia.
“Le commissioni non comprendono che una persona con cardiopatia congenita, sin dalla nascita, si è adattata a una condizione fisica particolare e può, ad esempio, avere una saturazione di ossigeno tra l’83% e l’85%, valori che non sono considerati compatibili con la vita da chi non conosce la patologia e lo sviluppo di questa malformazione. Se si chiede il motivo di queste limitazioni, la risposta che si riceve è semplicemente: 'Perché è così'. Non c'è una spiegazione scientifica o pratica, solo una risposta generica che non tiene conto della specificità della nostra malattia”.
L'appello di Silvia Cavattoni, portavoce del gruppo Facebook, è rivolto alla politica: “Chiediamo di poter partecipare ai tavoli di lavoro per sensibilizzare le commissioni medico-legali, superare i pregiudizi e fare una netta distinzione tra la cardiopatia congenita dell’adulto e la cardiopatia ischemica dell’adulto, spesso causata da stili di vita sregolati. Dal primo Decreto del Ministero della Salute del 5 febbraio 1992, la cardiologia e la cardiochirurgia si sono notevolmente evolute, con una telemedicina sempre più presente nella nostra vita e device di nuova generazione impiantati nei cardiopatici; mancano ancora, però, delle linee guida universali che possano essere applicate in tutte le commissioni”.
Un altro aspetto che i pazienti chiedono di approfondire riguarda la sicurezza alla guida e la conseguente discriminazione fra i diversi tipi di cardiopatia. “In letteratura esistono prove a dimostrazione del fatto che gli arresti cardiaci siano più frequenti tra gli adulti con cardiopatia congenita, rispetto agli adulti con cardiopatie ischemiche acquisite?”, si chiedono.
“Riteniamo che la privazione o la limitazione di un documento di guida siano una negazione della dignità dell'individuo e del diritto alla sua indipendenza, con rilevanti conseguenze sul piano lavorativo, sociale e familiare”, conclude Silvia Cavattoni. “La nostra richiesta è di snellire e migliorare il processo, facendo in modo che la valutazione della cardiopatia congenita nelle commissioni sia in linea con la medicina attuale e i suoi sviluppi, e non datata al 1992”.