Raccontare le notizie di oggi nella loro totalità e completezza, riportando non solo ciò che non funziona, ma anche ciò che di buono e positivo esiste, si potrebbe definire come uno dei principali doveri di un giornalista. Una divulgazione caratterizzata solo dalla denuncia potrebbe dirsi incompleta se pensiamo alla reazione che tantissime persone presentano di fronte ad un problema.

Infatti, esistono anche soluzioni, non solo problemi. Tutto questo lo spiega bene Silvio Malvolti, fondatore e presidente dell’Associazione Italiana Giornalismo Costruttivo, in questa intervista. Nel 2001 crea BuoneNotizie.it, divulgando un modello di informazione sostenibile. Nel 2004 dà vita anche all’associazione, con l’obiettivo di aggregare capacità, attività formative e competenze editoriali.

Non c’è giornalismo senza etica, ma cosa comporta scrivere in maniera eticamente corretta? “Rispettare innanzitutto le regole deontologiche: nel corso degli anni sono state redatte numerose carte deontologiche, come la carta di Roma, la carta di Firenze, e molte altre, oggi racchiuse nel Testo Unico dei Doveri del Giornalista – afferma Silvio Malvolti – Oggi, purtroppo, in molti casi le regole deontologiche sono rimaste solo qualcosa di scritto. Se ciascun giornalista le applicasse, come dovrebbe, non avremmo nemmeno più la necessità di parlare di giornalismo costruttivo, ma semplicemente di buon giornalismo”.

Le regole deontologiche sono necessarie per garantire un buon giornalismo che rispetti parametri definibili, senza esasperare ciò che di negativo esiste, ma riportando la realtà dei fatti così com’è: la maggior parte delle volte la verità contiene sfaccettature positive che neanche immaginiamo, perché chi scrive si sofferma soltanto a descrivere i problemi, a volte addirittura amplificandoli.

Oggi abbiamo un giornalismo distorto, proprio per l’enorme divario esistente tra realtà e percezione della realtà. Le informazioni sovrabbondano e sono ormai parte della routine quotidiana: la nostra mente continua ad assorbire fatti e avvenimenti e ciò ha un elevato impatto sulla nostra percezione della realtà, e non solo.

Le notizie diffuse tramite i mass media non colpiscono solo la nostra idea della società, ma anche come ci sentiamo nel recepirle: “Riporto solo due dati: i mass media sono oggi la principale causa di ansia e depressione, secondo un sondaggio di EuroDAP, l’associazione che studia i disturbi da ansia e attacchi di panico. Da una ricerca che abbiamo realizzato con l’Università Cattolica, abbiamo stimato un costo fino a 200 euro pro-capite a carico del Servizio Sanitario Nazionale per curare queste patologie, a causa dell’enorme mole di cattive notizie”.

Sottolineare fatti drammatici, enfatizzandoli, non porta a nulla: già ci sono, e rimarcarli causa dunque un danno sociale enorme. La continua amplificazione sulla tragicità dei fatti, oltre a distorcere la nostra visione del mondo, crea un senso di tensione e paura, che fa crollare la fiducia nel prossimo e nel mondo in cui viviamo.

È per tale motivo che nasce l’urgenza di ridurre l’ampiezza esistente tra notizia e verità: al fine di fornire una notizia completa, e quindi il più possibile specchio della realtà…

…è giusto denunciare ciò che non funziona, ma non bisogna trascurare ciò che funziona.

Come è possibile ridurre la distanza tra notizia e verità? Grazie ad un approccio maggiormente costruttivo nel riportare i fatti che accadono, dando al lettore la possibilità di essere informato in maniera completa. Ciò non significa nascondere i problemi o addolcire le cattive notizie: i fatti devono essere riportati esattamente così come sono. Di fatto, il giornalista altro non è che un “mediatore” tra i fatti a cui assiste e come li documenta tramite i media.

A tal proposito, il divario tra notizia e verità si può attenuare adottando un nuovo approccio: “È necessario formare i giornalisti e gli addetti ai media su come un approccio più costruttivo può rendere migliore il giornalismo e contribuire a dare al lettore un quadro più preciso della realtà, senza scadere in titoli strillati e sensazionalismi dannosi”.

Al giorno d’oggi adottare una visione che renda migliore il giornalismo in Italia è molto difficile: “Eradicare vecchie convinzioni, come quella secondo cui le cattive notizie tirano di più di quelle positive, è una sfida al limite dell’utopia. È un lavoro complesso, ma qualcuno deve pur farlo!” – scherza Malvolti.

Il problema nasce anche dalla nostra atavica attenzione agli eventi drammatici che possono metterci in pericolo: questo avviene perché in tempi primordiali l’uomo doveva guardarsi dalle minacce che potevano mettere a rischio la propria vita.

Oggi, diamo per scontate le notizie positive, poiché pensiamo che tutto sommato sia normale aiutare il prossimo, partecipare attivamente al cambiamento di ciò che non funziona, fare volontariato, e così via. “Tendiamo a dare meno valore ai buoni intenti, rimarcando solo le fratture sociali, gli scandali, la cronaca nera. Vediamo il mondo con pessimismo, quando bisognerebbe costruirlo giorno dopo giorno rendendolo un posto migliore”. Quindi, la prima cosa da fare? “Leggere buone notizie…