Corruzione in Italia: un problema che mette a rischio la democrazia - NeXt

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La corruzione in Italia precipita nella classifica CPI2025 di Transparency International. Tra leggi che riducono la prevenzione, ritardi normativi e limiti agli strumenti di controllo, il Paese affronta rischi crescenti per economia, società e fiducia nelle istituzioni.

Il 10 febbraio 2025, Donald Trump firmava un ordine esecutivo che sospendeva il Foreign Corrupt Practices Act, la legge statunitense che vietava alle aziende di pagare tangenti a funzionari pubblici esteri. Secondo il presidente americano, questo strumento rappresentava un ostacolo alla competitività delle imprese Usa all’estero.

Dodici mesi dopo, il 10 febbraio 2026, a Roma, Transparency International ha presentato il Rapporto CPI2025, che analizza la percezione della corruzione in 182 Paesi del mondo. L’Italia mostra un trend negativo: l’indice scende a 53 punti su 100, peggiorando rispetto ai 54 del 2024 e ai 56 del 2023. Il Paese si posiziona al 52° posto nella classifica globale e al 19° tra i 27 Stati membri dell’Unione Europea.

Questi dati non sono solo numeri: riflettono la percezione di esperti, imprese e cittadini e raccontano un clima sociale ed economico sempre più fragile. La percezione della corruzione in aumento espone l’economia a un degrado progressivo, alterando la competizione tra imprese e riducendo la spinta all’innovazione. Se “basta corrompere” per ottenere risultati, perché investire in ricerca e sviluppo?

L’impatto sulla società e sulle istituzioni

La corruzione non colpisce solo l’economia. Essa rende la società più iniqua, acutizza le disuguaglianze e riduce la fiducia dei cittadini nelle istituzioni. Il progresso sociale, l’equilibrio istituzionale e il benessere dei cittadini dipendono molto dalla fiducia nelle istituzioni, che permette la cooperazione e la capacità di superare ostacoli e difficoltà con il contributo di tutti.

Un clima di corruzione amplia anche gli spazi di azione della criminalità organizzata. Le reti mafiose italiane, pur avendo perso parte della loro leadership a livello internazionale, si sono trasformate in vere e proprie imprese, dove la corruzione—dalla frode fiscale alla falsa fatturazione, dall’accesso fraudolento a appalti pubblici ai contributi illeciti—è più efficace della violenza, pur conservando capacità intimidatorie.

La politica, in alcuni casi, ha contribuito ad indebolire il contrasto alla corruzione. La narrazione di chi, dopo aver vinto le elezioni, rivendica la libertà di governare senza vincoli, interpretando il mandato popolare come un’investitura a operare senza limiti, ha ridotto la capacità delle istituzioni di intervenire efficacemente.

Norme e provvedimenti che indeboliscono la prevenzione

Negli ultimi anni, diversi interventi legislativi hanno reso più difficile il contrasto alla corruzione in Italia. La sospensione del Foreign Corrupt Practices Act ha limitato la collaborazione internazionale, cruciale soprattutto in un contesto globale dove le organizzazioni criminali di diversi Paesi si intrecciano.

Le norme procedurali, come i limiti all’utilizzabilità delle intercettazioni nei processi penali, hanno ridotto l’efficacia di strumenti fondamentali per individuare la corruzione, anche quella collegata alla criminalità organizzata. L’abolizione del reato di abuso d’ufficio con la Legge n. 14/2024, nota come “Nordio”, ha reso meno controllabile l’attività degli amministratori pubblici, favorendo conflitti di interesse, abrogando incompatibilità e diminuendo la trasparenza. Questo ha avuto un impatto diretto sulla fiducia dei cittadini nella pubblica amministrazione.

Il ritardo nell’approvazione della legge sul conflitto d’interessi e la regolamentazione delle lobby, approvata in prima lettura alla Camera ma depotenziata, hanno lasciato fuori dalla trasparenza sindacati e organizzazioni datoriali, perpetuando procedure poco chiare e aprendo nuovi spazi alla corruzione. La sospensione del Registro dei Titolari Effettivi, essenziale per individuare chi possiede o controlla effettivamente un’azienda, limita l’efficacia delle misure di antiriciclaggio.

La riforma Foti, con la legge 7 gennaio 2026 n. 1, ha ridotto le competenze della Corte dei Conti, attenuando la responsabilità economica di amministratori e dipendenti pubblici e rischiando di abbassare gli standard etici. Infine, il tentativo di ridurre l’autonomia della magistratura, con la legge costituzionale che sarà sottoposta a referendum, aggiunge incertezza sulle capacità di contrasto alla corruzione.

Questi interventi producono un effetto complessivo di maggiore impunità, che favorisce i potenti e scoraggia l’impegno civico, indebolendo la democrazia e il senso di responsabilità nella gestione della cosa pubblica.

L’Europa come opportunità di prevenzione

Non tutto è negativo. A dicembre 2025, il trilogo delle istituzioni europee ha raggiunto un accordo su una nuova Direttiva anti-corruzione, con l’obiettivo di armonizzare le legislazioni dei 27 Stati membri e rendere obbligatoria l’incriminazione dei reati previsti dalla Convenzione ONU contro la corruzione (UNCAC).

La Direttiva stabilisce standard comuni per definire e sanzionare corruzione pubblica e privata, appropriazione indebita, traffico di influenze, intralcio alla giustizia e arricchimento illecito. Nonostante la pressione del governo italiano abbia escluso il reato di abuso d’ufficio, la norma rappresenta un’occasione importante per rafforzare la prevenzione e armonizzare le regole a livello europeo.

L’Italia partecipa alla Rete europea di punti di contatto contro la corruzione (EACN) tramite l’ANAC, presieduta da Antonio Busia. Tuttavia, le lacune restano: la grande corruzione e la responsabilità delle imprese ricevono poca attenzione, mentre mancano regole vincolanti sul lobbying e sul finanziamento politico.

Perché la lotta alla corruzione riguarda tutti

Contrastare la corruzione non è solo compito della politica o della magistratura: è un dovere civico. Servono trasparenza nei processi decisionali, chiarezza dei ruoli pubblici, controlli indipendenti e cooperazione internazionale.

La società civile deve reagire, chiedendo leggi efficaci e strumenti concreti di prevenzione. Una comunità meno corrotta significa una società più giusta, con minor disuguaglianza, maggiore fiducia reciproca e nelle istituzioni, e una maggiore capacità di cooperare per il bene comune. Difendere la democrazia oggi significa impegnarsi attivamente per prevenire e combattere la corruzione, sapendo che ogni progresso richiede partecipazione e, a volte, qualche rischio calcolato.

“La corruzione non è solo un problema legale o economico: è una minaccia diretta alla democrazia e al benessere collettivo. Proteggere la trasparenza e l’integrità delle istituzioni è un dovere di tutti.”

(di Valentino Bobbio, Presidente di NeXt Nuova Economia per Tutti)

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