VERGOGNA REMIGRAZIONE - Partito Socialista Italiano

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di Giada Fazzalari

C’è una parola che torna, ciclica e ossessiva, nel lessico di una certa destra europea ed italiana: “remigrazione”. Un termine freddo, apparentemente tecnico, che in realtà nasconde un’idea semplice e brutale: riportare indietro, espellere, “ripulire”. Come se milioni di persone fossero un errore amministrativo da correggere, una parentesi della storia da chiudere in fretta. È un’illusione pericolosa, oltre che eticamente discutibile. Ed è, soprattutto, una menzogna politica. L’Italia non è un’isola autosufficiente sospesa nel Mediterraneo. È un Paese che invecchia, che perde giovani, che vede interi territori spopolarsi. Parlare oggi di remigrazione significa ignorare un dato elementare: senza l’apporto dei lavoratori stranieri, interi settori dell’economia si fermerebbero. Agricoltura, edilizia, assistenza alla persona, logistica, ristorazione: non si tratta di un dettaglio, ma dell’ossatura produttiva del Paese. Chi agita lo spettro dell’espulsione di massa – come ormai è accaduto a Gaza nel vergognoso silenzio mondiale – dovrebbe avere l’onestà di spiegare chi raccoglierà i frutti nei campi, chi assisterà i nostri anziani, chi terrà in piedi un welfare già fragile. Eppure il dibattito politico di queste settimane sembra giocarsi su una gara a chi la spara più grossa. Tra decreti sicurezza, proclami identitari e polemiche quotidiane sui numeri degli sbarchi, l’immigrazione viene trasformata in un eterno stato d’emergenza. È una strategia nota: alimentare la paura per raccogliere consenso. Ma governare non significa gridare più forte, ma assumersi la responsabilità della complessità. L’immigrazione va governata, certo. Nessuno chiede frontiere spalancate o regole inesistenti. Non una immigrazione sregolata e indiscriminata. Servono canali legali di ingresso, accordi europei seri – rivedere i trattati di Maastricht – politiche di integrazione che non lascino sole le comunità locali. Serve uno Stato presente e che funzioni, non che abdichi per poi accusare i più deboli del proprio fallimento. La vera alternativa non è tra accoglienza e sicurezza, ma tra caos e governo. C’è poi una dimensione culturale che spesso viene rimossa. L’Italia è il risultato di stratificazioni, incontri, contaminazioni. Dalla cucina alla musica, dall’impresa alla ricerca, la nostra identità non è una teca di cristallo ma un organismo vivo. Pensare di “preservarla” attraverso l’esclusione significa non aver capito la sua natura profonda. I figli dell’immigrazione studiano nelle nostre scuole, parlano i nostri dialetti, tifano per le nostre squadre. Sono parte di un presente che qualcuno finge di non vedere. La retorica della remigrazione offre una risposta semplice a problemi complessi. Ma la politica, quella vera, non può permettersi scorciatoie ideologiche che ci condannino al nazionalismo più becero e straccione. Se l’obiettivo è la crescita economica, la sostenibilità del sistema pensionistico, la tenuta sociale delle periferie, allora la strada è un’altra: programmazione, investimenti, inclusione. Non respingimenti simbolici utili solo a un titolo di giornata. Il punto non è negare le difficoltà, ma scegliere come affrontarle. Alimentare la contrapposizione permanente o costruire una convivenza possibile. In un tempo in cui l’Europa è attraversata da tensioni e conflitti, l’Italia dovrebbe rivendicare una linea lucida e pragmatica: l’immigrazione non è un’invasione da respingere, ma un fenomeno strutturale da governare. E, se ben gestita, una risorsa economica e culturale di cui abbiamo bisogno.

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