A 40 anni dal metanolo, serve una nuova rigenerazione del vino

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Nel 1986 la tragedia alimentare sconvolgeva il sistema vitivinicolo piemontese e nazionale e dava vita a una rigenerazione della viticoltura, affiancata dal movimento Arcigola.

Il fondatore di Slow Food: «Oggi, in Piemonte e in tutta Italia vive la necessità di ravvicinare un modo agricolo che sia definibile buono, pulito e soprattutto giusto, alla vita quotidiana di tutti i cittadini. Questo sarà il tema centrale di Slow Wine Fair 2026»

Per secoli la produzione del vino non ha avuto regolamentazioni e questo, talvolta, ha consentito anche la diffusione di pratiche di sofisticazione che oggi non sarebbero accettate. Nelle Langhe e nel Roero, ad esempio, era cosa risaputa e consolidata che Narzole, comune alle pendici della zona del Barolo, fosse il centro della lavorazione manipolata delle uve. Su questo fatto, addirittura, ci si scherzava su.

Con la legge n.930 del 1963, volta a normare la tutela delle denominazioni di origine dei mosti e dei vini, però, le cose cambiarono. La nascita delle Doc determinò il proliferarsi di disciplinari di produzione e si iniziarono a rendere obbligatorie le buone pratiche di vinificazione. Tuttavia, per ancora qualche lustro, convivevano nei singoli territori produttori virtuosi e realtà non rispettose delle regole.

Lo scandalo del metanolo

Come un fulmine a ciel sereno, ma forse non troppo, arrivò lo scandalo del metanolo. Il pressapochismo aveva superato il confine tra alterazione di un prodotto e avvelenamento. Nel marzo del 1986, in poche settimane, si registrarono 23 morti e decine di persone rese invalide, soprattutto nel Milanese. La causa della più grande tragedia alimentare del dopoguerra italiano era il metanolo: un alcol incolore e quasi inodore che qualcuno a Narzole, in modo fraudolento, utilizzava ancora per aumentare la gradazione alcolica del vino, e renderlo così più vendibile.

L’impatto fu impressionante: si fermarono tutti gli accordi commerciali, il vino italiano veniva bloccato alle frontiere e milioni di italiani svuotarono le proprie cantine. Uno shock economico e morale per un intero comparto che si trovò smarrito tra i sentimenti di vergogna e rabbia, soprattutto nelle Langhe.

Di quel marzo di 40 anni fa, c’è in me un’immagine ancora molto vivida: il grande Beppe Colla, soprannominato “il patriarca” e allora presidente del Consorzio di Tutela Barolo e Barbaresco (oggi Consorzio di Tutela Barolo Barbaresco Alba Langhe e Dogliani), che in diretta TV, durante un servizio del telegiornale, scoppiò in lacrime. In effetti, questo disastro generò tutti i presupposti per far scomparire la produzione enologica piemontese per molto tempo.

Un sistema che non funzionava

Malgrado ciò, con serietà e caparbietà il sistema vitivinicolo piemontese si rimise in discussione. E separò drasticamente le produzioni virtuose e corrette da quelli che venivano nominati “narzolini”. Iniziò così ad emergere una nuova realtà produttiva di viticoltori che a tutti gli effetti diventarono produttori di vino, aggirando l’egemonia dei commercianti.

Oltre ai manipolatori del vino, va infatti ricordato che il pre-metanolo era fatto anche da ingiustizie subite dagli stessi viticoltori. Per molti autunni il mercato delle uve di Alba si è caratterizzato da una distesa di bigonce, colme di grappoli. La prassi era sempre la stessa, i commercianti da dentro i bar erano soliti ad allungare oltre misura l’attesa dei contadini. La trattativa si concludeva poi quando le uve, dopo ore di esposizione all’aria e al sole, iniziavano a fermentare. A quel punto, presi dallo sfinimento e dalla paura di tornare a casa con dell’invenduto da buttare, i viticoltori accettavano qualsiasi offerta. Nessun contratto, nessuna tutela, solo la prepotenza subita da chi con il ricavato di quella vendita doveva campare un anno intero.

La prima convention internazionale dei vini piemontesi nel 1990

Così comincia la rigenerazione del vino piemontese

Dopo il marzo ’86, però, la nuova compagine produttiva di Langhe e Roero trovò nel movimento Arcigola – il ceppo da cui nacque poi Slow Food – un sostenitore fedele e costante. Un amplificatore a livello nazionale, ma anche e soprattutto internazionale, del valore della vera enologia italiana e piemontese. Anche attraverso strumenti come le primissime guide dei Vini d’Italia del Gambero Rosso (1986).

Il lavoro congiunto tra il movimento e centinaia di produttori permise, nel novembre del 1990, di organizzare all’hotel Calissano di Alba la prima convention internazionale dei vini piemontesi. A questo incontro parteciparono nuovi soggetti, ma anche tutti quei produttori che, partendo da una dimensione contadina, si apprestavano a ricevere una legittimazione a livello mondiale. In quel consesso, infatti, presenziarono anche molti appassionati e professionisti che nel tempo sono diventati gli artefici dell’esportazione di questi vini all’estero.

Possiamo dire che proprio dove si è realizzato il disastro è arrivata la risposta immunitaria più forte: il baricentro della rigenerazione del vino piemontese sono state proprio le Langhe e il Roero. Questo fazzoletto di terra diventò un esempio per tutto il sistema enologico italiano e per molti territori, dalla Valpolicella al Chianti Classico, dal Friuli alla Sicilia.

Davanti a un terremoto come quello del metanolo, che avrebbe messo in ginocchio qualsiasi realtà, in relativamente poco tempo si consolidò un effetto rigenerativo di portata unica e, penso, irripetibile a livello mondiale. Con determinazione, entrarono in scena nuovi protagonisti, a fianco di nomi storici della produzione piemontese, e la qualità del vino divenne sempre più alta. La grande disponibilità ad andare sui mercati esteri portò a confrontarsi con le grandi produzioni francesi, tedesche, e con le nascenti realtà californiane. Questo processo generò una nuova enclave di produttori e rappresentanti del sistema enologico piemontese, ai quali, già negli anni ’90, venivano riconosciuti premi dai migliori esperti e giornalisti.

Cotta di Roccamontepiano, Presidio Slow Food – © Marco Del Comune

40 anni dopo, il vino è al centro di nuove sfide

Vedere questa realtà 40 anni dopo, con un sistema così consolidato, per certi aspetti anche con punte di assoluta eccellenza mondiale, mi porta a pensare come le comunità del luogo furono compartecipi e quindi determinanti. Nei singoli paesi si iniziarono ad accogliere appassionati del vino da tutto il mondo e la ristorazione locale rispose egregiamente a questa rigenerazione, avvalorandola ulteriormente.

Oggi, in presenza di un depauperamento del sistema comunitario, dove i luoghi simbolo della socialità tipica di queste zone (botteghe, osterie, bar, etc) stanno scomparendo per lasciare spazio a dinamiche più vicine all’overtourism, tutti i produttori di vino si trovano forse davanti a una sfida difficile da realizzare, forse più di quella del metanolo: il governo del limite e la rigenerazione intelligente delle comunità sul territorio.

Siamo in presenza di forme di sofisticazione del vino? Direi proprio di no. Ma accade un fenomeno piuttosto pericoloso, portato da forme di iper valutazione economica dei prodotti e dei terreni che ha, di fatto, sconnesso il sistema vitivinicolo dalla comunità che vive nel territorio. È forse il tempo di avviare una nuova rigenerazione?

Non c’è ombra di dubbio che il settore del vino, oggetto di tante evoluzioni, sia stato apripista per molti aspetti nel mondo dell’agricoltura. Oggi, in Piemonte e in tutta Italia vive la necessità di ravvicinare un modo agricolo che sia definibile buono, pulito e soprattutto giusto, alla vita quotidiana di tutti i cittadini. Questo sarà il tema centrale su cui è stata organizzata la prossima edizione della Slow Wine Fair che si realizzerà a Bologna dal 22 al 24 febbraio. Che questi momenti di aggregazione possano dare una risposta concreta alle sfide dell’oggi.

Carlo Petrini
da La Stampa del 19 febbraio 2026

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