Coltivare insieme un orto cittadino per ridare vita a uno spazio abbandonato. Educare fuori dalle aule di scuola, alla sostenibilità, alla cura, al futuro. Scoprire la terra e il suo potenziale. Riscoprire la comunità. Dare al cibo il giusto valore: quello di veicolo di inclusione. Diffondere la cultura del pascolo, quello vero, vivo che anima e conserva le terre alte. Promuovere un filiera tessile che rispetta i lavoratori e gli ecosistemi.

Che cosa accomuna queste azioni? Più di un punto in realtà: sono tutte buone pratiche e sono tutti progetti Slow Food citati da ASviS nel nuovo Rapporto Buone Pratiche dei Territori 2025/2026.

Il rapporto documenta e analizza questo patrimonio di esperienze realizzate dal basso in tutta Italia: 216 buone pratiche selezionate dalla Commissione giudicatrice – in forte aumento rispetto alle 125 dell’edizione precedente – offrendo una fotografia ampia e articolata dell’impegno diffuso di enti pubblici, imprese, fondazioni, organizzazioni del Terzo settore e comunità locali. Ne emerge il ritratto di un Paese che, spesso lontano dai riflettori, continua a sperimentare e a investire nella sostenibilità come percorso concreto e quotidiano. Tra i progetti Slow Food il documento cita gli Orti Slow Food, la Scuola di pastorizia, Youth&Food, Slow Fiber e FoodonFilm.

Buone pratiche: a che punto siamo?

A dieci anni dall’adozione dell’Agenda 2030, il quadro globale mostra un avanzamento fortemente insufficiente verso il raggiungimento degli Obiettivi di sviluppo sostenibile (SDGs). Secondo il Rapporto annuale ASviS pubblicato nell’ottobre 2025, solo il 18% dei Target risulta avviato verso il conseguimento entro il 2030, mentre una quota significativa è in stallo o in regressione. Persistono criticità strutturali quali povertà estrema, insicurezza alimentare, carenze nell’accesso a servizi essenziali (acqua, servizi igienici, energia e alloggi dignitosi), nonché disuguaglianze di genere e ampia diffusione del lavoro informale.

I dati disponibili indicano che l’Italia sta migliorando in sole tre aree: istruzione, parità di genere e clima. Ma si mantiene stabile in otto: povertà; energia; lavoro; imprese e innovazione; città; economia circolare; ecosistemi marini; pace e giustizia. Mentre peggioriamo in sei Obiettivi su diciassette: alimentazione; salute; acqua; disuguaglianze; ecosistemi terrestri; partnership.

Rispetto al contesto europeo ci collochiamo sopra la media Ue per cinque obiettivi: sconfiggere la fame, parità di genere, energia pulita e rinnovabile, consumo e produzione responsabili e lotta contro il cambiamento climatico. Va da sé che siamo sotto per i restanti undici.

Serve più impegno da parte delle istituzioni, alle quali chiediamo di raccogliere e amplificare gli sforzi della società civile che, in ogni angolo d’Italia e a ogni altitudine, si sta già impegnando per raggiungere gli obiettivi di sostenibilità. Il governo e le istituzioni sono chiamate a colmare il divario tra gli impegni dichiarati con la firma dell’Agenda 2030 e le politiche effettivamente attuate.

Tutti insieme possiamo realizzare un’altra idea di mondo. Perché, come ricorda il documento, è «nel minuscolo che si nasconde il gigantesco».