Carceri ancora dimenticate e la bulimia panpenalista del governo riempie le galere - Partito Socialista Italiano

Compatibilità
Salva(0)
Condividi

di Lorenzo Cinquepalmi

Nello scorso luglio, sotto la pressione di un’onda di suicidi e tentativi di suicidio di detenuti, di prese di posizione e di proteste, di richiami dell’Unione europea e di discussioni pubbliche sull’inaccettabile situazione carceraria, il governo ha “varato un piano straordinario di interventi che ci farà avere, con opere in cantiere già oggi e con il termine dei lavori al 2027, circa diecimila nuovi posti detentivi, con un investimento complessivo di oltre 750 milioni di euro. E stiamo lavorando per aggiungere altri cinquemila posti in modo da colmare l’intero divario che c’è fra presenze e posti disponibili”. Sono parole del Presidente del Consiglio Meloni, confermate dal Ministro di Giustizia Nordio, che prometteva di “affrontare il problema del sovraffollamento carcerario, la cui soluzione per noi è una priorità”. Sono passati più di sei mesi, e in questi sei mesi sia governo che ministro, lucrato l’effetto annuncio e sviata l’attenzione pubblica verso la pur sacrosanta separazione delle carriere, non ha fatto assolutamente nulla: il numero dei carcerati è cresciuto e il sovraffollamento è aggravato da questo e, insieme, dall’ulteriore diminuzione dei posti disponibili. Nel mentre che il numero di morti e suicidi resta a livelli atroci, la maggioranza resta impermeabile a qualsiasi proposta di riforma o di rimedio, perfino alle invocazioni del Papa nel corso del giubileo dei detenuti. La vacuità delle promesse di Meloni e Nordio, smentite politicamente ogni volta che apre bocca il sottosegretario alla giustizia Delmastro, quello che gode se i detenuti soffocano, è nei numeri: il piano carceri ha promesso diecimila nuovi posti detentivi di cui novecento erano previsti entro il 2025. Invece, a oggi, rispetto a luglio 2025, la capienza del sistema carcerario si è ridotta ancora di settecento unità; e altri duecentocinquanta posti sono spariti dopo l’incendio a San Vittore. Dunque, invece che novecento posti in più, che non si sono visti, le carceri italiane hanno mille posti in meno, nel mentre che la bulimia panpenalistica del governo di destra riempie le galere come non mai: un incremento medio di cent’ottanta persone al mese. Il tempo passa, i posti calano, i carcerati crescono, e non si vede all’orizzonte la minima volontà di affrontare il problema in modo strutturale. È il trionfo della linea Delmastro in una maggioranza in cui la destra sembra avere definitivamente prevaricato il centro, e non solo sul tema carceri. Eppure sensibilità diverse sono presenti nella maggioranza, così come a onor del vero anche a sinistra milita una agguerrita pattuglia di tricoteuses giustizialiste, tifosa del “buttate la chiave”. Il Cnel, presieduto da un ex ministro e esponente di spicco di Forza Italia, quel Renato Brunetta che, però, nella prima metà della sua vita è stato socialista e forse lo è ancora, ha da tempo messo in campo un’attività importante di raccolta dati, analisi, studio e formulazione di proposte sul tema carceri. Lo stesso Brunetta, pochi giorni fa, ha affidato un consistente intervento a un quotidiano come l’Avvenire, che può essere considerato una sorta di campo neutro tra gli uscocchi meloniani e gli aiducchi di Schlein e sodali. Esordisce con l’affermazione “l’articolo 27 della nostra Costituzione indica una rotta chiara: la pena deve tendere alla rieducazione del condannato, non limitarsi alla sola custodia”. Che non si tratti di una formula stilistica ma di una presa di posizione netta e convinta, è chiarito dal resto dell’intervento, in cui si richiama l’esigenza di uscire dalla logica in cui la carcerazione è lo strumento centrale se non unico del trattamento penitenziario per tendere all’obbiettivo della recidiva zero. E “Recidiva Zero” è una delle iniziative di lungo periodo del Cnel fin da 2024. Da riformisti, crediamo che uscire dalla prospettiva della centralità assoluta del carcere significa una cosa sola: ampliare massicciamente gli spazi di esecuzione penale extracarceraria, dilatare i casi e gli ambiti in cui la detenzione domiciliare è sostituita alla detenzione inframuraria. Prevedere, addirittura, che la detenzione domiciliare sia una specie autonoma di pena, e non, come oggi, solo una modalità residuale di esecuzione della pena detentiva. Se sapremo modificare le leggi penali e individuare una vasta categoria di reati, quelli non connotati da violenza sulla persona, puniti direttamente con la detenzione domiciliare irrogata dal giudice nella sentenza di condanna, ridurremo significativamente i transiti attraverso il carcere con una serie di effetti positivi: dalla riduzione strutturale dell’affollamento, al contenimento dei costi di custodia, alla prevedibile riduzione della recidiva. Il tutto senza elidere oggettivamente i contenuti afflittivi e custodiali della pena, perché i primi rimarranno, solo essendo ricondotti sotto la soglia della disumanità e del degrado dettata dalla Costituzione, e i secondi, con l’ausilio della tecnologia, saranno assicurati a un costo significativamente inferiore. Si tratta di una battaglia di civiltà, sulla quale si misurano le maturità e l’umanità della destra e della sinistra.

Ti potrebbero interessare

Febbraio 23, 2026

Febbraio 21, 2026

Febbraio 21, 2026

Recapiti
giada