Le mezze misure del Governo sull’energia e le vere scelte che l’Italia ha davanti a sé - Partito Socialista Italiano

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di Stefano Amoroso

Il Decreto Bollette, approvato dal Consiglio dei Ministri lo scorso 18 febbraio, contiene una lunga serie di interventi d’emergenza e di misure contro l’elevato costo dell’energia che rischia seriamente di limitare il potenziale di crescita del Paese per quest’anno e per quelli a venire, soprattutto alla luce del termine ormai prossimo del Pnrr e della necessità, da un lato, di restituire il debito straordinario contratto (gran parte dei contributi arrivati dall’Europa sono dati in prestito) e dall’altra parte, di fare nuovo debito per rispettare il vincolo del riarmo preso in sede Nato. Il Decreto Bollette prevede un contributo straordinario di circa 115 euro l’anno sulla bolletta elettrica per circa 2,7 milioni di famiglie vulnerabili che già ricevono il bonus sociale (di solito € 200), portando il beneficio totale a circa 315 euro l’anno. Per coloro che invece non percepiscono il bonus sociale, ma hanno comunque un Isee basso, c’è un contributo fino a 60 euro l’anno sulla bolletta. Questo sconto, che dovrebbe riguardare 4,5 milioni di famiglie che si trovano sopra la soglia di povertà ma sono comunque a rischio, è volontario. Infatti, i fornitori di energia elettrica che lo applicheranno riceveranno incentivi. Tutte queste misure sono pagate con fondi pubblici, quindi dalla fiscalità generale. E, se non c’è alternativa a questi strumenti emergenziali, che infatti vengono adottati da diversi governi nel mondo, sono le misure per le imprese e gli interventi sul mercato e sulla produzione dell’energia quelli che lasciano più perplessi. Il Governo, infatti, ha previsto da un lato una riduzione degli oneri generali di sistema e la promozione di strumenti come i Power Purchase Agreements (PPA) per facilitare contratti di fornitura di energia da fonti rinnovabili a lungo termine a prezzi più stabili. Ha inoltre preso importanti misure per favorire l’accesso e l’integrazione delle energie rinnovabili nella rete, con maggiore spazio per impianti e semplificazioni nei collegamenti alla rete. Inoltre, sono previsti incentivi e strumenti per investimenti in efficienza energetica e tecnologie pulite, con l’intento di ridurre la dipendenza dalle fonti fossili nel lungo periodo. Si tratta di un complesso di misure importanti per favorire la transizione energetica ed il maggior uso di energie da fonte rinnovabile invece che fossili. Poi, naturalmente, bisognerà capire come queste scelte verranno declinate nei regolamenti e nelle pratiche amministrative, e soprattutto quanto e come verranno finanziati. Tuttavia, almeno a livello di principi, ci siamo. Nello stesso decreto, però, sono previsti corposi rimborsi dei costi per l’emissione di CO2, i cosiddetti ETS, ai produttori termoelettrici a gas per abbassare il prezzo all’ingrosso dell’elettricità. Inoltre, è previsto il rimborso degli oneri di trasporto del gas per la generazione elettrica. Si tratta, come è evidente, di misure che vanno nella direzione esattamente opposta alle precedenti premiando, nei fatti, chi acquista, trasporta e produce gas da cui ricavare elettricità. Dunque, il Governo Meloni ha costruito un decreto che, come nelle musicassette di un tempo, ha due lati: sul lato A suona una musica green ed ambientalista, mentre sul lato opposto suona la brutta e vecchia musica delle energie fossili. Con l’aggravante che, oltre all’inquinamento prodotto, la gran parte del gas utilizzato in Italia proviene dall’estero, e dunque lo paghiamo. Le attese erano ben altre: ci si aspettava più coraggio da parte del Governo Meloni, innanzitutto nell’aggredire il problema principale, ovvero quello della dipendenza da fonti fossili, a cominciare dal gas. Per fare questo servono semplificazioni nelle autorizzazioni per fotovoltaico ed eolico (sia onshore che offshore) che rappresentano le principali fonti di energia pulita in Italia e nel mondo. Inoltre, visti gli effetti positivi delle norme introdotte dai Governi precedenti, Meloni e compagnia avrebbero potuto continuare sulla strada già tracciata del potenziamento dell’agrivoltaico e delle comunità energetiche: invece, dopo il taglio del 64% delle risorse pubbliche a fine novembre scorso, tutto tace su questo fronte. Infine, se è giusto favorire contratti a lungo termine (PPA) tra produttori di energia ed imprese energivore, sarebbe corretto e lungimirante farlo solo per le energie rinnovabili. E poi c’è il grande capitolo degli accumuli e della flessibilità della rete. Si tratta di interventi utilissimi perché abbassano i prezzi nel medio e lungo periodo, riducendo i picchi e gli sprechi quando c’è una sovrapproduzione rinnovabile, conservando energia per i periodi in cui se ne produce di meno. È grazie a questo tipo d’investimenti che, nel 2025, ben 14 Paesi della Ue (su 27) hanno prodotto energia elettrica soprattutto da fonte rinnovabile, riducendo la propria dipendenza dal gas e dalle altre fonti fossili. Tra questi Paesi, purtroppo, l’Italia non c’è. Nonostante avrebbe un potenziale enorme combinando le varie fonti rinnovabili (fotovoltaico, eolico, idroelettrico, bioenergie e geotermico) e puntando su accumuli e rete flessibile ed efficiente. Esistono poi numerose altre misure, dalla riforma degli oneri e della fiscalità, all’efficienza energetica degli edifici, dalla diversificazione delle fonti e sicurezza degli approvvigionamenti alla lotta per riformare il mercato elettrico europeo. Tutte battaglie che questo Governo combatte con scarsa convinzione o non combatte affatto. Sarà proprio a partire da queste misure, insieme all’incentivazione della produzione di energia pulita ed all’investimento in accumuli e sulla rete elettrica, che si baserà la strategia di Avanti Psi per la transizione energetica: una strategia che fa bene sia all’ambiente che al portafogli di famiglie ed imprese. Sono pronte le nostre proposte saranno rese pubbliche e presentate in tutta Italia.

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