Il settore wines&spirits vive oggi una trasformazione profonda nel modo in cui oggi si costruiscono visibilità e reputazione.
Accanto alle relazioni consolidate con la stampa di settore (che devono essere mantenute e sviluppate), crescono il peso dei creator, la rilevanza dei nuovi media come “punti di ingresso” (e non solo) e la necessità di costruire narrazioni capaci di far convivere il focus sul prodotto con il consolidamento della sfera dell’autorevolezza e della credibilità.
In questa intervista con Sara Lualdi (PR Executive), approfondiamo come si costruisce una strategia di digital PR efficace nel mondo wine&spirits, quali contenuti generano credibilità e quali segnali indicano che un brand sta davvero consolidando il proprio posizionamento oltre le metriche a breve termine.
- Nel lavoro con i brand wines&spirits, quanto conta oggi la costruzione di relazioni continuative rispetto alla singola uscita o collaborazione digitale? E come cambia questo equilibrio quando si lavora con creator?
Oggi, nel settore wine & spirits, la costruzione di relazioni continuative è l’unico modo per distinguersi dal rumore generato dai social e dalle notizie. Il valore reale si crea quando il brand diventa una presenza costante, capace di sedimentarsi nella memoria di chi legge o guarda. Delle pubblicazioni spot o una collaborazione isolata, invece, vengono percepite come una parentesi commerciale che non lascia traccia nell’immaginario del consumatore. Quando lavoriamo con i creator, questo equilibrio si sposta dalla semplice visibilità alla coerenza narrativa: non cerchiamo il post perfetto, ma piuttosto un inserimento organico del prodotto nel loro quotidiano. Solo attraverso la reiterazione e la confidenza con il brand, il creator smette di essere solo un tramite pubblicitario e diventa un narratore credibile.
- Che tipo di contenuti funzionano davvero quando si parla di wines & spirits sui canali digitali? Ci sono format o approcci che, dalla tua esperienza, riescono a generare più credibilità?
Sui canali digitali i contenuti che funzionano davvero sono quelli che riescono a democratizzare il prodotto senza sminuirlo e a farsi capire dall’utente. In Disclosers abbiamo notatato che la credibilità nasce sempre dall’unione tra estetica e competenza: funzionano i format che raccontano pillole accessibili a tutti e spiegano il “perché” dietro un prodotto. La narrazione del saper fare, mostrata con trasparenza e senza eccessivi filtri, genera molta più fiducia rispetto a una comunicazione puramente patinata.
Il pubblico oggi cerca autenticità e valore aggiunto, che sia un consiglio di abbinamento inaspettato o la scoperta di un dettaglio produttivo che non conosceva. Non si tratta di semplificare il contenuto, ma di renderlo inclusivo, abbattendo quella barriera di elitarismo che spesso allontana soprattutto le nuove generazioni. Quando la qualità del prodotto incontra la condivisione, si crea un legame che va oltre l’acquisto impulsivo e una tantum. È in questo equilibrio tra autorevolezza e inclusività che la comunicazione del mondo beverage trova la sua massima efficacia.
- In un settore dove il prodotto è spesso al centro del racconto, come si costruisce una narrazione che metta in primo piano il brand senza risultare autoreferenziale?
Per costruire una narrazione di brand che non sia autoreferenziale, bisogna smettere di considerare il prodotto come il protagonista assoluto e iniziare a vederlo come il facilitatore di un’esperienza. Invece di limitarsi a elencare le caratteristiche organolettiche di un vino o distillato, è fondamentale raccontare il mondo che incarna quel brand: le scelte etiche in vigna, il legame profondo con un territorio, la visione di chi quel prodotto lo ha pensato e prodotto. Il brand deve farsi portavoce di valori e contesti sociali in cui il consumatore possa riconoscersi; in questo modo, la qualità del prodotto diventa una conferma naturale di un racconto più ampio, anziché un’autocelebrazione forzata.
Spostare l’attenzione sull’ecosistema di valori significa creare un ricordo che vada oltre la singola bevuta, trasformando la bottiglia in un manifesto di appartenenza. Il consumatore oggi non sceglie più solo un’etichetta, ma decide di sposare un’idea, diventando lui stesso il primo ambasciatore di quella visione. Questo permette ai brand di diventare un punto di riferimento valoriale, piuttosto che una semplice opzione d’acquisto. Il prodotto, dunque, non parla più di sé, ma parla per chi lo sceglie, sigillando un patto di fiducia che il tempo non può scalfire.
- Quali segnali indicano che una strategia di digital PR sta funzionando nel medio periodo, al di là delle metriche immediate?
L’efficacia di una strategia di digital PR nel medio periodo si misura dalla qualità del posizionamento acquisito, non solo dai numeri immediati. Un segnale inequivocabile è la nascita di una conversazione spontanea attorno al marchio: quando, ad esempio, addetti ai lavori o appassionati citano il brand come punto di riferimento senza un input diretto, significa che il lavoro di semina ha dato i suoi frutti. Un altro indicatore è la persistenza del prodotto nei contenuti dei creator anche a progetto concluso. Se il brand continua a comparire organicamente nei loro momenti di vita reale, abbiamo la prova che la strategia ha saputo trasformare un investimento in una relazione autentica. È sintomo del fatto che si è stati in grado di costruire una reputazione percepita che si auto-alimenta nel tempo. È questo l’obiettivo ultimo delle digital PR: trasformare una bottiglia in una preferenza elettiva, una desiderio, che non ha più bisogno di presentazioni.
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