Un grande studio pubblicato su JAMA Network Open e condotto su persone che avevano recentemente consultato il medico per mal di schiena ha cercato di rispondere a due domande fondamentali: quali attività quotidiane possono scatenare un peggioramento immediato del dolore (il cosiddetto “flare”) e se praticare più frequentemente queste attività sia associato a problemi funzionali a lungo termine.
I ricercatori hanno seguito 416 adulti per un anno, chiedendo loro ripetutamente (spesso tre volte a settimana nelle fasi iniziali) quante ore avessero trascorso nelle 24 ore precedenti a sollevare pesi, piegarsi, sedersi, camminare e svolgere altre attività, e se in quel momento stessero vivendo un peggioramento del dolore.
I risultati sono interessanti e, per molti versi, rassicuranti. Nel breve termine, alcune attività erano effettivamente associate a una maggiore probabilità di aumento del dolore: sollevare carichi (anche non particolarmente pesanti), spingere o tirare, piegarsi, torcersi e accovacciarsi.
Ogni ora in più trascorsa a compiere questi movimenti aumentava leggermente la probabilità di un peggioramento nelle 24 ore successive. Al contrario, un maggior numero di ore trascorse seduti risultava associato a una minore probabilità di peggioramento immediato.
E sul lungo termine? Qui arriva la buona notizia: la quantità media di tempo dedicata a queste attività nelle prime otto settimane non è risultata associata a maggiori limitazioni funzionali dopo un anno. In altre parole, anche se un movimento può farci sentire peggio nelle ore successive, non ci sono prove che chi svolge più frequentemente queste attività sviluppi una peggiore funzione della schiena a 12 mesi.
Cosa significa tutto questo per chi soffre di mal di schiena?
«Prima di tutto, non è necessario rinunciare automaticamente a gesti impegnativi della vita quotidiana – come prendere in braccio un bambino o chinarsi per sistemare qualcosa – per paura che provochino danni permanenti», spiega la fisioterapista Martina Poggio. «È normale che alcune azioni possano scatenare un fastidio temporaneo: questo studio ci suggerisce che, nella maggior parte dei casi, questi episodi non si traducono in un peggioramento duraturo della funzionalità. Possiamo quindi scegliere di fare ciò che conta nella nostra vita, mettendo però in conto la possibilità di un aumento del dolore e adottando semplici strategie di gestione: rallentare il ritmo, fare pause, utilizzare rimedi sintomatici consigliati dal medico o terapie conservative, e rivolgersi a un professionista se il mal di schiena è molto frequente o invalidante».
Stare seduti, allora, è una buona strategia? Non necessariamente. Se da un lato può ridurre il rischio di dolore nel breve periodo, dall’altro la sedentarietà non è una scelta salutare nel lungo termine: aumenta infatti il rischio di malattie cardiovascolari e di altre condizioni croniche. Le decisioni vanno quindi bilanciate, tenendo conto sia del mal di schiena sia della salute generale.
Esistono dunque movimenti che possono scatenare un fastidio temporaneo, ma non ci sono prove che questi episodi conducano a un peggioramento funzionale a un anno.
«Ecco perché, nel rapporto con il paziente, non dovrebbero essere imposti divieti assoluti – osserva il dott. Fabio Zaina, fisiatra ISICO – L’obiettivo è arrivare a scelte consapevoli, condivise ed equilibrate».
Può sembrare una bella teoria, difficile da applicare nella pratica. Quando gli episodi acuti si ripetono, lo spavento, il dolore intenso, la limitazione dei movimenti e, talvolta, l’impossibilità di portare avanti il lavoro e le attività quotidiane lasciano un segno, e ogni episodio può apparire più intenso e duraturo del precedente.
«È proprio per questo che in ISICO proponiamo un approccio multidisciplinare e personalizzato», conclude Poggio. «Il medico specialista verifica che non vi siano condizioni che richiedano approfondimenti diagnostici o terapie mirate; il fisioterapista interviene con terapia manuale quando indicata, con esercizi personalizzati e, soprattutto, accompagna il paziente verso una ripresa il più possibile completa delle proprie attività».
L’obiettivo finale è permettere alla persona di vivere la propria vita con buon senso, minimizzare le ricadute temporanee e ridurre il rischio di cronicizzazione attraverso un percorso sicuro, informato e condiviso.
Bibliografia
Suri P, Timmons AKI, Korpak AM, et al. Transient and Long-Term Risks of Common Physical Activities in People With Low Back Pain. JAMA Netw Open. 2025;8(12):e2547915. doi:10.1001/jamanetworkopen.2025.47915